da Redazione ABM | Set 1, 2014 | ABM NEWS, ABM NEWS ESPAÑOL, ASSOCIAZIONE, DOCUMENTI, EMIGRAZIONE, FARNESINA, ITALIA, LIBRI, MONDO, POESIE e..., PROVINCIA BELLUNO, RADIO ABM, REGIONE VENETO, RICETTE, STORIE..., VIAGGI
Il Comitato Cittadino delle Organizzazioni Italiane di Winterthur, in collaborazione con tutte le Associazioni e Organizzazioni aderenti invita la comunità italiana e i suoi amici per domenica 14 settembre 2014, alle ore 14.00, presso il salone di musica Wildbachstrasse 18 a Winterthur per una rappresentazione della storia dell’emigrazione italiana nel mondo raccontata in musica: “CANTASTORIA – Dall’Ottocento ai giorni nostri i più significativi canti degli italiani che hanno dovuto lasciare la propria terra” di e con Stefania Calzà Santoni accompagnandosi con la chitarra e presentando ogni pezzo con una breve introduzione storica vi farà ripercorrere i momenti più salienti dell’emigrazione italiana.
Entrata libera: colletta all’uscita. Seguirà un rinfresco
da Redazione ABM | Giu 19, 2014 | STORIE...
Nei giorni che precedettero l’inizio delle ostilità, erano giunti nella conca di Misurina i primi Reparti italiani ed alcune compagnie di Alpini del 7° Reggimento (67^ 75^ 96^ del Battaglione Cadore e 268^ Compagnia del Valpiave).
Gli Austriaci s’erano appostati nelle posizioni più arretrate e defilate del Monte Rudo, mentre il brullo pianoro di Monte Piana si presentava sguarnito. Gli alpini della 67^ Compagnia in quei giorni erano impegnati nei lavori di completamento della carrabile Misurina-Monte Piana.
Il mattino del 24 maggio 1915, primo giorno di guerra, la sorte destinò questi Alpini a ricevere il battesimo del fuoco. Alle ore 8,38 un colpo da 90 mm sparato dai cannoni dal Monte Rudo, venne a scoppiare fra questi soldati provocando due morti: il sergente Apigalli da Sospirolo e l’Alpino De Mario da Costalissoio e due feriti. Subito dopo, altre bombe provenienti dal Monte Rudo colpirono il centro di Misurina e Forcella Lavaredo presidiata dalla 75^ compagnia del Battaglione Cadore, successivamente attaccato a fucilate provocarono diversi feriti portati in barella all’infermeria di emergenza di Misurina.
Il 24 maggio, gli Alpini che si trovavano a Misurina liberi dal servizio, raggiunsero i grandi alberghi della zona per perquisirli alla ricerca di spie. Al Grand Hotel Misurina trovarono nella cantina non spie, ma circa 1000 bottiglie dei migliori vini Italiani ed Europei, che requisirono. Come facilmente immaginabile seguì una gran festa. Il vino venne successivamente pagato con un mese di stipendio dagli ufficiali Alpini, a cui s’aggiunse il contributo degli ufficiali del 55^ Fanteria.
Il 25 maggio 1915, iniziò a farsi sentire il rombo dei cannoni dal Forte di Landro. Il giorno successivo s’aggiunsero ai bombardamenti di Landro, i colpi sparati dall’obice 105 mm che si trovava ai fianchi della Val Bulla, da quale gli Austriaci bombardavano massicciamente Forcella Lavaredo. Contemporaneamente i cannoni di Monte Rudo bombardavano Monte Piana.
Il 27 maggio, gli Austriaci armarono il Passo Grande dei Rondoi con un obice per bombardare le postazioni Italiane sul Monte Piana tenute dagli Alpini della 96^ Compagnia, che occupavano il territorio dalla Piramide Carducci allo strapiombo sul Vallon dei Castrati. Alcuni giorni dopo, il primo giugno, due gruppi formati da Zappatori Austriaci, incendiarono Casera Rienza e con cariche alla gelatina fecero saltare il sentiero che collegava Carbonin a Forcella dei Castrati. Bloccando i transiti.
Renato Zanolli
(da Percorsi di Guerra sul fronte delle Dolomiti. Ed. De Bastiani. Vittorio Veneto-TV)

da Redazione ABM | Giu 19, 2014 | STORIE...
Domenica 28 giugno 1914 giorno della festa ortodossa in onore di San Vito, a Sarajevo lo studente Gabriel Princip detto Gavrilo appostato sul ponte della Miljacka con due colpi di pistola uccise l’arciduca Franz Ferdinand ammiraglio e luogotenente dell’Imperatore nel comando delle forze armate, pretendete al trono d’Austria e Ungheria e la consorte Sophia principessa di Hohemberg contessa Chotek.
La pistola di Gabriel Princip era una delle cinque-sei appostate in punti differenti del tragitto previsto che attendevano il passaggio dell’arciduca impugnate da studenti appartenenti all’organizzazione paraterroristica serba della “Mano Nera” che provocatoriamente pubblicava un giornale dal titolo “Piemonte”.
Qualche giorno prima di recarsi a Sarajevo gli arciduchi erano stati ospiti dei principi Della Torre e Tasso al Castello di Duino.
L’arciduca Ferdinad s’era imbarcato a Trieste il giorno 24 giugno sulla nave “Viribus Unitis” per presenziare sui monti della Bosnia alle manovre del 15° e 16° Corpo d’armata e per una visita ufficiale alla città di Sarajevo.
Il cinquantenne arciduca Ferdinand dalla figura vigorosa e imponente con vistosi mustacchi e piume bianche sul cappello di generale dei cavalleria, accompagnato dalla consorte Sophia, erano arrivati alle 10 in punto, in perfetto orario alla banchina della stazione mentre si levavano le note dell’inno imperiale “Serbi Iddio…”.
Rendevano gli onori il governatore della Bosnia Potiorek, il sindaco della città Fehim Effendi e molte personalità civili, religiose e militari. Dopo alcuni minuti di sobri convenevoli si mise in moto il corteo regale composto di sei automobili dirette in municipio seguendo il tragitto sul lungofiume Appell tra due ali di folla in parte curiosa, in parte festante, in parte ostile perché la Bosnia Erzegovina dopo alcuni decenni d’occupazione asburgica era stata annessa definitivamente da alcuni anni all’impero austro ungarico.
La macchina scoperta di colore verde e nero avanzò lentamente verso il ponte Cumurja quando si sentì il colpo secco dovuto all’esplosione della bomba lanciata dallo studente diciannovenne Cabrinovic, rimbalzata su una delle gomme posteriori dell’auto lasciò sul selciato una profonda buca.
Il giovane Cabrinovic che sarà immediatamente catturato è il primo dei giovani appartenenti all’organizzazione della “Mano Nera” che hanno giurato d’uccidere il pretendente al trono Austro-Ungarico.
L’arciduca Ferdinand imperturbabile dell’attentato e nella confusione fece fermare l’auto, scese, vide il colonnello Merizzi ferito, disse poche parole e chiese che fosse trasportato immediatamente all’ospedale.
Risalito in auto domandò alla moglie Sophia se voleva ritornare alla stazione, ma lei rispose di voler rimanere al suo fianco, quindi diede disposizione per il proseguimento del corteo. In municipio il sindaco lesse il discorso di benvenuto come nulla fosse accaduto.
L’arciduca lo interruppe dicendo: “Bella accoglienza davvero! Io vengo in visita e voi mi accogliete con le bombe”. Terminata la breve cerimonia in un’atmosfera tesa e imbarazzante, l’arciduca chiese di raggiungere l’ospedale per visitare il colonnello Merizzi.
Fu sconsigliato di non muoversi prima che la città e il percorso siano rastrellati, ma ostinato com’è, caratteristica del suo forte e volitivo carattere, acconsente solo di seguire un tragitto differente da quello ufficiale. Per un errore dell’autista il corteo ad un certo punto del tragitto riprese il vecchio percorso.
Appena il governatore Potioresk seduto di fronte all’arciduca si accorge dell’errore alzandosi in piedi ordinò all’autista di fermarsi. Dopo alcuni momenti d’incertezza il corteo iniziò una lenta retromarcia finendo di trovarsi a due passi da Gravilo Princip che attendeva da oltre due ore il passaggio del corteo. Il primo colpo di pistola, marca Rast Gasser di fabbricazione austriaca, passando attraverso il vetro colpì la principessa Sophia, il secondo colpì l’arciduca Ferdinandal al collo recidendo di netto la vena giugulare.
Prima di spirare rivolgendosi alla moglie fece in tempo dire: “Sophia, non morire, devi badare ai bambini”. La macchina in gran velocità si diresse verso il palazzo del governatore, ma sulla scalinata furono estratti i corpi già inerti.
L’arciduca e la principessa furono adagiati a fianco a fianco nel salone turco del palazzo dove un frate francescano impartì sulle fronti l’olio santo. Subito dopo l’attentato Gravilo Princip fu catturato dalla polizia e sottratto a stento dal linciaggio della folla e dei soldati.
Al processo dichiarerà d’aver agito per alti ideali scopi nazionalistici e rivoluzionari. Non avendo compiuto ancora vent’anni sfuggirà alla pena capitale. Morirà di tubercolosi nel 1918 nella prigione fortezza di Theresienstadt.
A suo ricordo nel punto in cui sparò e uccise il pretendente al trono d’Austria e sua moglie, i nazionalisti serbi scavarono nel cemento le impronte dei suoi piedi.
Il compito di riportare a Trieste le salme portate per ferrovia fino a Metkovic venne affidato alla nave ammiraglia “Viribus Unitis” della marina asburgica, accompagnata da tutto il resto della flotta nella attesa al largo delle foci della Neretva.
La potente nave ammiraglia “Viribus Unitis” voluta da Massimiliano, fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe, principe del Castello di Miramar, venne varata a Trieste nel 1911.
Era la stessa nave che lo aveva condotto in Mexico nella disperata avventura d’oltre oceano e la stessa che lo riportò in Europa dopo la fucilazione. Comandante la nave era l’ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff, futuro vincitore della battaglia di Lipsia.
L’ottantenne imperatore Francesco Giuseppe venne informato dell’attentato dal conte Paar, lo stesso che nel 1889 fu incaricato d’annunciargli il misterioso suicidio avvenuto a Mayerling del figlio primogenito Rodolfo e dell’amica Maria Vetsera.
L’imperatore sostenne: “Terribile, una potenza più grande ha stabilito un ordine di cose che io, ahimè non ho saputo conservare”, forse pensando al matrimonio dell’ostinato Ferdinand che volle sposare Sophia semplice dama di corte anche quando informato che i figli sarebbero stati esclusi dalla successione al trono.
L’attentato mortale di Sarajevo fu la scintilla dello scoppio della guerra fra l’Austria e la Serbia che diede inizio al nefasto e sanguinoso Primo conflitto mondiale.
La grande nave ammiraglia “Viribus Unitis” con il vessillo a mezz’asta rosso-bianco-rosso dell’Austria con a bordo le salme dell’arciduca Ferdinand e della principessa Sophia, attraccò nel tardo pomeriggio del 1° luglio 1914 al porto di Trieste.
Il giorno dopo fu organizzato un solenne corteo che attraversò le strade di Borgo Teresiano nel centro storico tra due ali di folla ammutolita. I feretri dell’arciduca Ferdinand e della moglie Sophia posti sul vagone scuro della Ferrovia Transalpina con le insegne degli Asburgo listate a lutto, salì lungo la Sava, passò Tarvisio, infine arrivò a Vienna.
Il 23 luglio 1914 il governo dell’impero austro ungarico inviò l’ultimatum alla Serbia. Il 28 luglio si aprirono le ostilità contro la Serbia, è l’inizio della Prima Guerra Mondiale.
Gli Alleati che univano gli eserciti d’Austria e Ungheria, Germania e Turchia, si scontrarono con l’esercito dell’Intesa formato dagli eserciti di Serbia, Russia, Belgio, Inghilterra, Francia e Giappone. Nel mese di settembre l’esercito francese ottenne un’importante vittoria sull’esercito tedesco nella battaglia di Marna.
Il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra a fianco degli eserciti dell’Intesa. Nel febbraio del 1916 sul fronte occidentale la battaglia di Verdun provocò 700 mila morti.
Il 6 aprile 1917 gli Stati Uniti d’America entrano nel conflitto in seguito alla guerra sottomarina della Germania iniziata nel 1916 con l’affondamento del piroscafo Lusitania.
Il 24 ottobre 1917 il Regio esercito italiano fu sconfitto a Caporetto. Il 7 novembre 1917 scoppiò la Rivoluzione d’ottobre in Russia. Il 28 ottobre 1918 a Vittorio Veneto il Regio esercito italiano colse la vittoria sull’esercito austro ungarico. Il 3 novembre 1918 l’Austria-Ungheria firmò l’armistizio con l’Italia. L’11 novembre 1918 la Germania firmò la resa segnando la fine delle ostilità belliche.
Il 18 gennaio 1919 a Versailles iniziò la conferenza di pace.
Renato Zanolli
(da Percorsi di Guerra sul fronte delle Dolomiti. Ed. De Bastiani. Vittorio Veneto-TV)
da Redazione ABM | Feb 10, 2014 | STORIE...
Ad ovest del monastero di Vedana, in località Rosse Alte, le Masiere offrono al viaggiatore un’immagine spettacolare e allo stesso tempo inquietante simile ad un mare in burrasca con onde formate da cumuli di pietra.
L’inconsueto affascinante paesaggio è probabile che si formò il 7 gennaio 1114 a causa del terremoto che colpì questo territorio coprendo i borghi di Cordova e Carnia, sommergendoli con il disordinato ammasso formando le Masiere di Vedana.
Per alcuni geologi le Mede o Masiere altro non sarebbero che anfratti d’era mesozoica appartenenti ai monti Peròn e Vedana, per altri i grandi massi sono i resti morenici che nella notte dei tempi formavano il ghiacciaio del Cordevole.
La vegetazione ha contribuito a rendere il paesaggio maggiormente affascinante e l’ambiente estremamente interessante dal punto di vista botanico e morfologico. Già nell’800 lo studioso Lucio Mazzuoli scrisse: Le rovine di Vedana altro non sono che una serie di depositi morenici abbandonati durante il suo regresso dal ghiacciaio della valle Agordina e protetti dall’azione erosiva delle acque dai massi provenienti dallo scoscendimento di una parte del Monte Peròn.
Il giornalista, scrittore e pittore bellunese Dino Buzzati parlando con amici sostenne: Bisogna che mi decida finalmente a scrivere qualcosa sulla terra dove son nato. Alcuni mesi dopo nel racconto La mia Belluno scrisse di un luogo misterioso e spettacolare: A due passi si può dire dalla città gaia e serena come Belluno ci sono dei posti eccezionalmente misteriosi. Guardate verso il Mas, dove sbocca la valle d’Agordo. Vedete quella barriera dirupata, a forme strane, dove il verde dell’erba e dei cespugli si insinua nelle forre, nelle cenge, e perfino sulle creste? E’ il gruppo dei Feruc, forse i monti d’Italia più selvatici e meno conosciuti.
Esistono, in quel rupestre labirinto, vaghe tracce di antichi che si inerpicano per rapidissimi pendii e che la vegetazione ha quasi completamente cancellati. Qualche dissennato cacciatore, ogni tanto, e quei contrafforti più bassi, qualche contadino in cerca di legna. Solo due esplorazioni sono state fatte da: Arturo Andreoletti prima dell’altra guerra, e da Ettore Castiglioni.
Esistono lassù bellissime pareti e picchi ancora vergini. Ma chi ha la voglia? Solo per arrivare alla base occorrono lunghe ore di massacrante fatica su per greppi precipitosi, lottando contro la rapidità, i cespugli, le erbacce. Cosicché passano degli anni che nessuno ci mette piede. E Feruc sono l’estremo. Ma intorno, lungo tutto lo schieramento di prealpi, molti altri angoli riposti conservano intatti e selvaggi gli incanti della prima natura. E anche se nessuno ci pensa, di lassù traboccano, sulla valle del Piave, le favole degli spiriti e dei maghi.
Esistono da noi valli che non ho mai visto da nessun’altra parte. Identiche ai paesaggi di certe vecchie stampe del romanticismo che a vederle si pensava: ma è tutto falso, posti come questo non ne esistono. Invece esistono: con la stessa solitudine, gli stessi inverosimili dirupi mezzo nascosti da alberi e cespugli pencolanti sull’abisso e le cascate di acqua, e sul sentiero un viandante piuttosto misterioso.
Meno splendide certo delle trionfali alte valli dolomitiche recinte di candide rocce. Però più enigmatiche, intime, segrete. La valle del Mis, per esempio, con le sue vallette laterali che si addentrano in un intrico di monti selvaggi e senza gloria, dove sì e no passa un pazzo ogni trecento anni, non allegre, se volete, alquanto arcigne forse, e cupe. Eppure commoventi per le storie che raccontano, per l’aria d’altri secoli, per la solitudine paragonabile a quella dei deserti.
Renato Zanolli

da Redazione ABM | Feb 10, 2014 | STORIE...
Fino ai primi anni del ‘900 la popolazione dell’Alpago era dedita soprattutto all’allevamento delle pecore di razza Alpagota, attività nel corso dei secoli molto fiorente a cui seguiva la produzione dei prodotti caseari. L’allevamento ovino era praticato ad integrazione di quello bovino.
Nel borgo di Chìes nel 1863 dove risiedevano numerosi sensali e commercianti erano allevate 750-800 pecore, nello stesso periodo sull’Alpago si contavano 3300-3500 pecore allevate. Gli agnelli erano venduti ad allevatori nel bellunese e nel trevigiano, la lana era impiegata dalle singole famiglie contadine per confezionare abiti, tessuti e biancheria, calze e calzettoni, maglie e maglioni.
Molta attenzione era dedicata alla lavorazione della lana che, dopo la tosatura delle pecore, lavata, asciugata era inviata alle manifatture di Serravalle di Vittorio Veneto per essere trasformata in filato raccolto in matasse. La lana lavorata riprendeva la via del ritorno in Alpago per esser colorata e avviata alla confezione per i nuovi capi d’abbigliamento. Una parte del filato poteva essere oggetto di scambio e commercio. Sotto i portici e sui poggioli delle abitazioni era consuetudine osservare giovani e anziane filare lana all’arcolaio.
Con il latte di pecora e altro con l’aggiunta di latte bovino erano prodotti nelle latterie turnarie formaggi in varietà, ricotte e burro. Nella stagione estiva (giugno-settembre) l’attività casearia si trasferiva con il bestiame nelle malghe-casere sugli alpeggi in alta montagna. Nelle malghe il casaro lavorava il latte con l’aiuto dei pastori e degli aiutanti, gruppo solitamente formato da quattro a sei-sette persone, secondo il numero dei capi di bestiame all’alpe. Formaggio, ricotta e burro assai apprezzati come primo mercato erano venduti in Alpago, l’eccedenza trovava facilmente mercato a Belluno città e soprattutto a Venezia e in Cadore.
Fino agli anni Trenta del ‘900 una ragazza che sposava un pastore era ritenuta fortunata, potendo contare su un reddito costante e continuo tutto l’anno
Dopo alcuni decenni d’oblio all’inizio del Terzo millennio in Alpago la pastorizia è stata riscoperta rivalutando l’allevamento dell’autoctona pecora Alpagota, ritornata per alcuni gruppi famigliari al centro dell’attività economica e utile per i prodotti caseari, per la carne e per tenere il terreno “attivo-lavorato” favorendo il rinnovo della produzione arborea ricca delle molte varietà di fiori ed erbe spontanee la cui aromaticità si trasferisce dal latte ai prodotti caseari.
Il calpestio delle greggi si è confermato utilissimo per mantenere sobrio il terreno, come sostenevano pastori e contadini nei secoli passati, evitando smottamenti dovuti a problematiche naturali e idrogeologiche.
Fino agli anni Cinquanta del ‘900 in Alpago la popolazione vestiva abitualmente il tradizionale costume piacevole da vedere e ammirare. L’abbigliamento femminile è simile a quello del Bellunese, Feltrino, Agordino e Cadore con alcune differenziazioni. In testa per fissare i raccolti capelli le donne impiegavano i Tremoi, due o più spilloni in argento lavorati con la fine tecnica della filigrana che terminavano con fiori e foglie, al camminare oscillavano offrendo un’immagine avvenente. I giovani in occasione del fidanzamento donavano all’amata quale pegno d’amore alcuni Tremoi.
Le giovani dedicavano cura alle pettinature ravvivandole con i preziosi doni che facevano pendant con i Pirli, gli orecchini d’oro filigranato raffiguranti fiori, foglie o sobrie figure pendule portati con simpatico vezzo femminile nei giorni di festa e nelle serate di Filò.
L’abbigliamento femminile si completa con il corpetto stretto alla vita confezionato con tessuto a righe in tinta scura. Le spalle sono ornate da un fazzoletto-scialle di seta o damascato dai colori vivaci che scende libero per essere trattenuto adulante sul petto da un arioso nodo o sulla vita dal grembiule. Il grembiule indossato sopra l’ampia gonna pieghettata ai fianchi raggiungeva la caviglia, ma appena un po’ più corto della gonna.
Gli uomini dell’Alpago vestivano abiti confezionati con tessuto di mezza lana prodotto impiegando parte lana e parte canapa ottenuto dalla lavorazione del campo che abitualmente ogni famiglia coltivava appositamente per confezionare abiti e biancheria domestica. Alle donne era affidato il compito della Maciula per liberar la fibra della canapa dalle parti legnose.
I calzoni del costume maschile raggiungono le ginocchia per esser stretti con la Fibia d’argento o con tre bottoni. Le calze di lana bianca solitamente sono arricchite con fiori ricamati dai vivaci colori.
Completa l’abbigliamento maschile il Pettoral, il gilet-panciotto e la giacca del colore e tessuto dei calzoni. Notabili e persone ricche sostituivano la giacca nei giorni di festa e cerimonie con la Giubba nera, terminante con due faldine a “coda di rondine” e portavano il Pettoral di velluto nero ricamato con filamenti dorati. In testa gli uomini portano il capello robusto a forma cilindrica (quello con le larghe tese e floscio era portato dai pastori e contadini nei lavori d’ogni giorno e nei giorni di festa).
Per uomini e donne del popolo le calzature nei giorni di lavoro erano le Dalmede (zoccoli-galosce) bordate lateralmente a sponda per proteggere i piedi dall’acqua. Ricavate dal legno di frassino o faggio erano ornate sulla parte anteriore da una striscia di cuoio fermata da lucenti Brocche.
Feste, fiere e mercati stagionali allietati dall’immancabile orchestrina era la buona occasione per danzare il Bassanello, ballo caratterizzato dall’alzarsi e abbassarsi del ballerino ritmando tempo e movimenti con la battitura delle mani, mentre la ballerina accompagnava i virtuosismi del ballerino con movimenti danzerini composti e aggraziati.
Renato Zanolli

da Redazione ABM | Gen 3, 2014 | PROVINCIA BELLUNO, STORIE...
A Pieve di Zoldo all’interno della chiesa di San Floriano protettore dal fuoco e dagli incendi sulla parete a sinistra si trova il famoso Altare delle Anime, commissionato dai deputati regolieri il 25 giugno 1685 allo scultore quando aveva 23 anni.
L’altare assai noto agli studiosi per lo stile barocco e dagli artisti per la monumentale opera, è caratterizzato dalle due figure d’impressionante rigore anatomico poste ai lati della centrale tela e dagli altrettanti scheletri che recano scritte riguardanti la precarietà dell’esistenza umana.
Ogni scheletro è incoronato da un angioletto nell’intento di visualizzare la morte che tiene la tiara papale e la corona di re sinonimo del suo dominio che non risparmia nessuno degli umani, nemmeno Cristo nella sua figura umana qui raffigurato fa le braccia commoventi della Madonna Addolorata affiancata dai due angeli dolenti.
Il monumentale altare è caratterizzato dalla fitta sequenza di testine di angioletti e tibie incrociate, pellicani che si squarciano il petto metafora del sacrificio redentore di Cristo.
Lo splendore della costruzione dell’altare e la magistrale opera compiuta nei minimi dettagli nell’esecuzione e la partecipata espressività delle immagini scolpite lasciano l’osservatore profondamente coinvolto e ammirato.
La pala dell’altare è stata dipinta attorno all’anno1687 dal bellunese Agostino Ridolfi, zio di Andrea Brustolon, vuol esaltare l’alto patronato concesso dalla Vergine Misericordiosa alle Anime del Purgatorio. La tela è in armonia con l’insieme dell’altare.
Il villaggio di Mareson di Zoldo Alto nel 1887 era formato da 37 case, molte di legno, poche in muratura e vi abitavano 257 valligiani. Molti zoldani nella stagione estiva raggiungevano le grandi città in Italia e all’estero gestori di rinomate gelaterie e pasticcerie.
Nella chiesetta di San Valentino (1492) costruita per merito dei Regolieri di Mareson, ricevuto l’assenso del parroco della pieve di San Floriano e l’approvazione del vescovo di Belluno Pietro Barozzi, all’interno è conservato uno straordinario altar maggiore nel presbiterio con il soffitto a vele affrescate, realizzato da Andrea Brustolon (1662-1732) ritenuto scultore e intagliatore protagonista del barocco veneziano.
E’ questa un’opera di grande impegno dello scultore bellunese costruito con alzata tripartita e due nicchie laterali che ospitano le statue dei santi Antonio abate e Francesco d’Assisi. In alto, posto sul piedistallo della cimasa è stata posta la statua di Cristo risorto attorniato da quattro angeli festanti. L’altare è straordinaria cornice della pala raffigurante la Madonna con Bambino e i santi Nicolò e Valentino dipinta nel 1732 dal veneziano Girolamo Brusaferro.
Brustolon costruì nel 1699 per questa chiesa anche l’altare a sinistra nella Cappella della Santa Croce, dove in alto troneggia il gruppo statuario della Deposizione di Cristo ai lati i santi Giovanni Battista e la Maddalena, che racchiude la pregevole pala raffigurante Maria Addolorata tra i santi Gregorio papa e Luigi Gonzaga dipinta da anonimo ma valente artista. Questo altare è simile al magnifico Altare delle anime realizzato nel 1687 per la chiesa arcipretale di San Floriano a Pieve di Zoldo.
Andrea Brustolon fine scultore e intagliatore nato a Belluno nel 1660, figlio d’arte, appreso giovanissimo i primi insegnamenti di scultura nella bottega del padre Jacopo scultore in legno, si trasferì a Venezia nella bottega d’arte dello scultore genovese Filippo Parodi autore per la chiesa dei Tolentini del monumento al patriarca Morosini.
Tra il 1678 e il 1780 Brustolon si trasferì a Roma dove ebbe modo di lavorare nella bottega di Gian Lorenzo Bernini a contatto diretto con la scuola della scultura classica. Ritornato a Venezia si dedicò alla scultura di legno collegata all’arte del mobile realizzando per la sagrestia della chiesa dei Frari il baldacchino e la cornice per il reliquiario. Per la famiglia Venier, lo scultore realizzò statue, gruppi allegorici per portavasi e trofei Per Villa Pisani di Strà costruì dodici seggioloni con le allegorie dei mesi, ora trasferite al palazzo del Quirinale a Roma. Andrea Brustolon ritornato a Belluno nel 1719-20 eseguì molti lavori per le famiglie patrizie locali e molte opere sacre per le chiese bellunesi. In alcune occasioni al lavoro nella bottega d’arte di Brustolon si aggiunse lo scultore bellunese Giovanni Auregne (nipote), figlio di Andrea, cognato di Jacopo il padre di Andrea Brustolon. In Zoldo si trovano altri importanti lavori dello scultore bellunese.
Renato Zanolli