Riflessioni linguistiche. Tu o Lei?

Nelle prime lezioni dei manuali di italiano per stranieri vengono spiegate le regole sull’uso del tu e del Lei, qualche volta anche quelle sull’uso del Voi. Per i parlanti nativi, invece, il differente uso delle forme colloquiali o di cortesia dovrebbe essere teoricamente collegato con una serie di competenze comunicative basate sulla buona educazione e sul rispetto di determinati ruoli sociali e professionali.
Da diversi anni, tuttavia, osservo una certa liberalizzazione nell’uso del tu in tutte le situazioni, anche quelle in cui questo mi sembra poco opportuno. Rimango per esempio molto perplesso quando sento il personale sanitario di alcuni ospedali rivolgersi con il tu verso i pazienti.
Anche in certi uffici l’uso del tu sembra ormai ampiamente diffuso a tutti i livelli. Nei confronti degli stranieri, inoltre, il Lei è ritenuto addirittura superfluo.
In varie situazioni lavorative, inoltre, il differente dosaggio tra tu e Lei tra dipendenti e direttori serve a dimostrare il proprio potere all’interno del gruppo. Si tratta spesso di una comunicazione non alla pari in cui il capo può permettersi di dare del tu a tutti i suoi impiegati, mentre loro sono costretti a usare con lui rispettosamente il Lei. Ritengo molto arrogante questo tipo di comunicazione.
Secondo alcuni l’uso generalizzato del tu significa che la società sta diventando finalmente più democratica: siamo tutti alla pari, basta formalismi. Io, invece, mi sento un po’ a disagio quando queste regole non vengono rispettate almeno nei miei confronti. Tempo fa sono entrato in un ufficio perché avevo bisogno di alcune informazioni. Uso la forma Lei. Una giovane impiegata è la mia interlocutrice principale. Mentre spiego la situazione vengo interrotto da questa richiesta:
«Ti dispiace se ci diamo del tu? Tanto ormai siamo in confidenza».
In confidenza? Dopo pochissimi minuti di dialogo tra perfetti sconosciuti? Sono rimasto spiazzato, passare da Lei a tu per me non è stato affatto semplice e così ho preferito usare forme verbali impersonali. È stato un dialogo surreale.
Qualcuno potrebbe sicuramente dire che dovrei sentirmi lusingato perché una giovane donna, sconosciuta, si è rivolta a me, signore di mezza età, in modo così confidenziale. Sicuramente in altre circostanze meno formali sarebbe stato così, ma non in quella situazione nella quale, secondo me, c’erano dei ruoli definiti da rispettare: lei impiegata, io cliente. Nessun altro rapporto!
Quando ero bambino mi fu spiegato che con le persone più “mature” ci si doveva rivolgere esclusivamente con il Lei (o il Voi). Il tu poteva essere dato solamente su esplicita richiesta della persona adulta. L’uso del tu indiscriminato tra adulti sconosciuti, inoltre, era considerato come un atto di maleducazione.
Per anni sono andato avanti così e ancora oggi molti conoscenti “maturi” di allora, diventati definitivamente anziani, continuano a darmi del tu, mentre io rispettosamente mi rivolgo a loro con il Lei anche se la mia barba è diventata bianca. Quasi nessuno mi ha mai detto ufficialmente «Diamoci del tu!». E adesso che sono diventato “maturo” io, gli sconosciuti di ogni età mi danno del tu senza motivo. Evidentemente mi sono perso qualcosa nell’evoluzione della comunicazione tra generazioni in Italia.
Per favore… se non vi conosco datemi del Lei e magari un giorno vi offrirò il tu con un caffè.

Raffaele De Rosa

Bellunesi nel mondo… dello sport. Mirko Balzan pedala oltre i limiti

È il 2003 e Mirko Balzan, un diciottenne come tanti, viaggia a bordo della sua moto. Ignaro di avere un appuntamento col destino. Quel destino che, in seguito a un incidente, gli presenterà un conto molto aspro: fratture multiple, trauma cranico e, soprattutto, la lesione del plesso brachiale sinistro. Di fatto, perde l’uso del braccio. Ma il trichianese non demorde. E trasforma un limite in opportunità, nel momento in cui sale in sella e si cimenta con il ciclismo. Sarà un’escalation continua, fino al successo al Giro d’Italia Paralimpico, nel 2015.
Mirko, come è cambiata la vita dopo l’incidente?
«Beh, è cambiata. Soprattutto all’inizio. Da lavoratore e autonomo economicamente, sono passato a essere come un bambino che non riesce ad allacciarsi le scarpe e non può guidare. Un salto importante e repentino. In ogni caso, dopo 5 mesi, ero già stato operato. E sono tornato al lavoro, passando dalla produzione all’ufficio».
Il debutto in sella?
«Risale all’estate 2010, con una mia vecchia mountain bike che utilizzavo da ragazzino. Nei primi tempi è stato un calvario: a casa mia c’è solo salita e, per completare 2 km, mi sono fermato almeno tre volte. E poi la discesa: panico vero».
La soddisfazione più grande?
«Coincide con la prima gara in assoluto: una Granfondo. Partenza da Sedico, correndo insieme ai normodotati. E sotto una pioggia battente: molti iscritti non si sono nemmeno presentati al via con quel diluvio. Io sì, ho corso e concluso una prova in cui c’era l’essenza del ciclismo: il correre contro se stessi, il meteo e la sfortuna».
Gli ostacoli più importanti da superare?
«Nella vita, le banali azioni quotidiane: vestirsi o tagliare la bistecca diventano pratiche difficili se non impossibili. Poi, col tempo, ci si adatta e si trova un sistema per fare quasi tutto. Nel ciclismo è uguale: quando guidi, cambi, freni o prendi la borraccia con una mano sola, se sbagli cadi. Ma tante ore in sella fanno miracoli: non so come, ma il corpo si adatta e trova una strada, anche dove non c’è».
Come si sviluppa la giornata tipo?
«Tutto ruota attorno al ciclismo. Mi considero un mediocre corridore, però mi alleno parecchio. Durante la settimana, al mattino lavoro, quando stacco mangio un panino leggero. E poi parto in bici. Si va dalle 2 alle 4 ore al giorno, in base al periodo e al programma di allenamento. In media, a settimana, rimango fra le 15, 20 ore in sella, con almeno un giorno di riposo assoluto, di solito il venerdì».
Che cos’è il ciclismo?
«È un buon motivo per alzarsi al mattino, nonostante sia uno sport “infame”. Fra condizioni meteo difficili, cadute, incidenti, pericoli e “bastonate” prese in giornate storte, la voglia di pedalare dovrebbe passare abbastanza in fretta. Invece, se superi questi ostacoli, ti tempra, ti insegna ad andare avanti, ad affrontare i momenti difficili».
Obiettivi futuri?
«Da circa un anno corro quasi solo in competizioni con i normodotati. Sono adatto alla salita e il settore paralimpico, in sostanza, non prevede gare con dislivello. Mi avvicino soprattutto alle Granfondo, anche abbastanza lunghe, da 5 a oltre 8 ore, con dislivelli importanti: 4, 5000 metri. L’agonismo è impegnativo, perché, oltre all’allenamento, ci vuole moderazione a tavola ed è bene riposarsi il più possibile. Ma finché non mi pesa continuerò a gareggiare».

Marco D’Incà

 



Francia. Il Consolato d’Italia a Parigi assume un impiegato

Il Consolato Generale d’Italia a Parigi assume un impiegato con contratto a tempo determinato della durata massima di 6 mesi (eventualmente rinnovabile una sola volta) da adibire al servizio di assistente amministrativo.
I requisiti richiesti sono:

  • aver compiuto il 18° anno di età;
  • essere in possesso di Diploma di istruzione secondaria di primo grado.

Le candidature devono essere inoltrate entro le ore 24.00 del 25 novembre 2019.
Per tutti i dettagli: consparigi.esteri.it

Spagna. Patronato INCA a Valencia

Anche a Valencia sarà attivo un Patronato Inca. Lo annunciano l’Asociación Espai Italia e il Circolo dei Sardi di Valencia. «Si tratterà – spiegano – di un punto d’informazione e orientamento per i cittadini italiani ed europei residenti a Valencia e per tutti coloro che necessitano di supporto in virtù della loro relazione con l’Italia».
Il servizio riguarderà procedure di pensionamento, assistenza fiscale e prestazioni previdenziali italiane, procedure consolari e rinnovo del passaporto. Verranno inoltre fornite informazioni generali per gli italiani appena arrivati. Situato in Calle Alicante 19 Puerta 10, a partire dal 26 novembre l’ufficio sarà aperto ogni quarto martedì del mese dalle 10.00 alle 17.00.
Gli interessati potranno fissare un appuntamento attraverso il numero di telefono 934813847 o via email all’indirizzo spagna@inca.it.

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