Lavorare nel Bellunese? Quando sapevamo come far rientrare gli emigranti

«Una iniziativa concreta e pionieristica dalla provincia di Belluno». La presentava così, nel 1967, il notiziario Selezione del Centro Studi Emigrazione di Roma. Di più. La rivista degli Scalabriniani sottolineava come il percorso che il nostro territorio si accingeva a percorrere rappresentasse un «discorso che va assolutamente allargato». Un discorso, aggiungeva, «che occorre, in Italia, finalmente far uscire dal vago».

l numero di aprile del 1967 di “Bellunesi nel mondo” in cui si promuoveva l’iniziativa dell’Associazione Industriali di Belluno in collaborazione con l’allora Associazione Emigranti Bellunesi.

Di cosa si trattava? Di un’operazione per il rientro programmato degli emigranti. Ecco l’annuncio di Selezione: «Una provincia tradizionalmente emigratoria dell’Italia settentrionale, con larghe sacche di depressione economica, ha annunciato la realizzazione, entro il prossimo anno, di una iniziativa che potrebbe costituire un esempio significativo, se non addirittura una sfida, a tante altre provincie italiane interessate al fenomeno emigratorio: il ritorno programmato entro il 1968 di oltre 500 emigrati bellunesi all’estero».
Regista del piano era l’Associazione Industriali di Belluno, in collaborazione con la “nostra” Abm, all’epoca Associazione Emigranti Bellunesi, costituitasi da un anno.
Gli Industriali anticipavano la volontà di creare, entro la primavera del 1968, cinquecentotrenta nuovi posti di lavoro in otto comuni del Bellunese: Alano, Feltre, Longarone, Mel, Santa Giustina, Ospitale, Ponte nelle Alpi e Trichiana. Posti da riservare a bellunesi all’estero interessati a rioccuparsi in provincia.
Come raggiungere questi emigranti per fargli valutare la proposta di rimpatrio? Tramite l’Aeb, impegnatasi a pubblicare sul mensile “Bellunesi nel mondo” una scheda di prenotazione appositamente predisposta, scheda che i lettori (all’epoca 22mila, presenti in quattordici Paesi europei, diciotto delle Americhe, venticinque dell’Africa, undici dell’Asia, in Australia e in Nuova Zelanda) avrebbero potuto ritagliare, compilare e rispedire a Belluno.
Quali le occupazioni disponibili?
Cento ad Alano (cinquanta per uomini e cinquanta per donne) nei comparti della meccanica generale e dell’elettromeccanica (aggiustatori meccanici, tornitori, fresatori, alesatori, trapanisti), degli alimentari (confezionatori, inscatolatori, addetti alla preparazione dei cibi) e della maglieria (telaisti, addetti ai telai rettilinei, montapettini, cucitori, addetti al taglio, addetti alla confezione di parti staccate, addetti alle macchine rimagliatrici).
Cinquanta a Feltre, nel tessile e nella filatura, tutti per donne che, in possesso di cognizioni generali di tessitura e conduzione di telai meccanici, fossero disposte a lavorare in qualità di molatrici di carde, filatrici, registratrici, aggiustapettini, addette ai battitoi, spolatrici, ribobinatrici.
Centocinquanta a Longarone (settanta uomini e ottanta donne), per addetti al montaggio e avvolgimento di elementi elettrici, addetti a operazioni di collegamento fili elettrici e relativa saldatura a goccia, bobinatori (settori: meccanica, elettromeccanica, produzione condensatori); tessitori e conduttori di telai meccanici, molatori, filatori, registratori, aggiustapettini, addetti ai battitori, spolatori, ribobinatori (tessile e filatura); scalpellini, segatori di marmo, fresatori (lavorazione del marmo e dei materiali lapidei). Inoltre, per lavorazioni ausiliarie: elettricisti, periti tessili, conduttori di caldaie a vapore.
Cinquanta uomini potevano trovare impiego a Mel come aggiustatori meccanici, tornitori, saldatori, fresatori, alesatori, trapanisti, avvolgitori, bobinatori e montatori di avvolgimenti, periti elettromeccanici, elettricisti e conduttori di caldaie.
A Ospitale i posti (tutti per uomini) erano quaranta, nei comparti cartotecnico e siderurgico. Figure richieste: conduttori di macchine stampatrici, conduttori di rotative, addetti alle taglierine, pressatori, imballatori, gruisti, addetti ai ponti gru, addetti ai forni, temperatori.
Ponte nelle Alpi poteva dare lavoro a venti uomini nella carpenteria in ferro, tra aggiustatori meccanici, fabbri, elettricisti, saldatori a gas ed elettrico, verniciatori.
A Santa Giustina la ricerca di personale riguardava l’ambito della produzione di carta e cartone. La domanda era di cinquanta uomini, addetti alla cottura del legno, conduttori di sminuzzatrici, addetti ai forni, conduttori di scortecciatrici, addetti agli sfibratori.
Trichiana, infine, aveva spazio per settanta operai (uomini) qualificati per operare nella ceramica (colatori e rifinitori, riparatori delle forme in gesso, verniciatori a spruzzo di smalto bianco, addetti ai forni continui) e nei manufatti in cemento (cementisti, gabbisti, impastatori). Tutti posti, quelli elencati, che – garantiva l’Associazione Industriali – erano sicuri e, anzi, suscettibili di ulteriore aumento, data la costruzione e l’entrata in produzione, in quel periodo, di diversi complessi produttivi.
«L’iniziativa che è stata lanciata – concludeva il Centro Studi Emigrazione  – apre una nuova speranza. La speranza che altre provincie, sotto l’impulso di responsabili e dinamiche Associazioni professionali, promuovano iniziative similari a quella di Belluno, dimostrando agli scettici che è possibile, qualora seriamente lo si persegua, raggiungere l’obiettivo di utilizzare le qualifiche acquisite dai nostri emigranti all’estero, facendoli attivamente e direttamente partecipare, sul piano della programmazione economica locale, allo sviluppo delle zone di origine».
Un tema che suona più che mai attuale, anche oggi, a quasi sessant’anni di distanza.

“I neri fantasmi di Marcinelle”. In un libro la storia dell’emigrazione bellunese in Belgio

È uscito nei giorni scorsi, edito da Bellunesi nel mondo Edizioni, “I neri fantasmi di Marcinelle”. Storia (e storie) dell’emigrazione bellunese in Belgio”.

Da sinistra l’auotre Egidio Pasuch e il presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo Oscar De Bona

L’autore, Egidio Pasuch (insegnante e giornalista), ripercorre un secolo di emigrazione verso quello che era stato definito di volta in volta il “Paese Nero” e la “Terra di Caino”. La pagina più nota e drammatica di questa emigrazione, che ha interessato alcune migliaia di bellunesi (molti dei quali occupati proprio nelle miniere belghe) è stata rappresentata dalla tragedia di Marcinelle, dove perse la vita anche un sedicense, Dino Della Vecchia.

L’emigrazione bellunese verso il Belgio, però, non era cominciata nel secondo dopoguerra. Era iniziata almeno una ventina di anni prima, all’indomani della Grande Guerra. E all’emigrazione economica, abbastanza significativa, si aggiunse ben presto anche un’emigrazione per motivi politici. Le tensioni tra fascisti e antifascisti che ebbero per protagonisti emigranti bellunesi, furono assai forti anche in terra belga e talora sfociarono in drammatici fatti di sangue.

All’indomani della Seconda guerra mondiale, l’emigrazione verso il Belgio riprese, spontanea e significativa, già prima dei famigerati accordi del giugno 1946. I bellunesi, minatori per una tradizione che spesso è sfuggita per consistenza e peso agli storici locali, furono tra i primi a ripartire verso le miniere belghe, richiesti e ricercati dall’industria mineraria di quel Paese che per primo riaprì le porte all’emigrazione italiana, preferibilmente veneta e bellunese. In una fase immediatamente successiva aprirono le porte agli italiani e ai bellunesi anche le industrie siderurgiche belghe e l’edilizia.

«Quell’emigrazione, da più parti invocata all’indomani del conflitto – scrive l’autore – era considerata come una dura, inevitabile, necessità, unica valvola di sfogo alla disoccupazione in un tessuto economico estremamente povero. A partire furono soprattutto i più giovani, ma presto a raggiungerli furono le fidanzate, le mogli, le famiglie. Si partiva a gruppi, per paesi. Dall’Agordino e dal Basso Feltrino, ma anche dalla Destra Piave, la maggior parte finirono nelle miniere. Dalla Sinistra Piave e dall’Alpago partirono gruppi destinati soprattutto all’industria siderurgica. Un contributo importante a questa emigrazione lo diedero poi i cantieri per le costruzioni di dighe, sbarramenti, centrali (che attinsero operai soprattutto in Valbelluna)».

«Quell’emigrazione, da più parti invocata all’indomani del conflitto – scrive l’autore – era considerata come una dura, inevitabile, necessità, unica valvola di sfogo alla disoccupazione in un tessuto economico estremamente povero. A partire furono soprattutto i più giovani, ma presto a raggiungerli furono le fidanzate, le mogli, le famiglie. Si partiva a gruppi, per paesi. Dall’Agordino e dal Basso Feltrino, ma anche dalla Destra Piave, la maggior parte finirono nelle miniere. Dalla Sinistra Piave e dall’Alpago partirono gruppi destinati soprattutto all’industria siderurgica. Un contributo importante a questa emigrazione lo diedero poi i cantieri per le costruzioni di dighe, sbarramenti, centrali (che attinsero operai soprattutto in Valbelluna)».

Le condizioni di vita di quegli emigranti bellunesi erano difficili già tra le due guerre. Gli stessi problemi, legati soprattutto all’abitazione, si ripresentarono, ovviamente, anche all’indomani del conflitto (ma, si vedrà nello studio, le condizioni di vita nel Bellunese non erano in ogni caso molto migliori…).

Guarda la presentazione del libro da parte dell’autore, Egidio Pasuch

Talora fu effettivamente denunciata anche la poca chiarezza dei contratti di lavoro. Ma in generale, per qualche anno il Belgio attirò migliaia di bellunesi allettati dalle buone paghe.

Secondo quanto ricostruisce Pasuch, la stampa bellunese – L’Amico del popolo, settimanale delle diocesi di Belluno e Feltre, soprattutto – sostenne inizialmente questa migrazione guardandola favorevolmente anche perché aveva come meta una realtà cattolica. Ma ben presto, di fronte ai primi morti e all’aprirsi di nuove opportunità migratorie, questo entusiasmo si raffreddò. Così come si raffreddò abbastanza in fretta anche la corsa dei bellunesi verso il Belgio. Le grandi tragedie (la stessa Marcinelle) arrivarono quando ormai quell’entusiasmo stava rapidamente declinando. E diedero a quell’economia belga – che tanto confidava nel carbone – e all’emigrazione bellunese verso quel Paese e quelle miniere quasi un colpo di grazia.

Guarda il saluto del presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo, Oscar De Bona

Ma ormai la colonia dei bellunesi in Belgio (raggiunti normalmente dalle loro famiglie) era numerosa e il loro inserimento già ben avviato.

La nascita dell’Associazione Emigranti Bellunesi nel 1966 rappresentò un momento importante per questi bellunesi in Belgio. L’interesse dell’Associazione verso questi emigranti e i loro problemi fu, nei primissimi anni, altissimo.

Si cominciò a pensare a delle politiche per il rientro.

Le ultime pagine del libro sono dedicate alla questione del riconoscimento dei diritti dei silicotici che rientravano numerosissimi dal Belgio. «Su questo fronte, troppo in fretta dimenticato – conclude Pasuch – la società bellunese, soprattutto a partire dai primi anni Sessanta, seppe mobilitarsi compatta, ottenendo dei risultati importantissimi».

È possibile ascquistare il libro direttamente nella sede dell’Associazione Bellunesi nel Mondo, via Cavour 3 Belluno (Telfono 0437 941160 – edizioni@bellunesinelmondo.it).

Presentazione del libro “Chiamami Giulietta”, di Vichi De Marchi. Appuntamento il 24 maggio a Belluno

Una storia di emigrazione e guerra, per un cammino di crescita individuale. Protagonista Maria, ragazzina bellunese desiderosa di studiare, ma costretta, dalle difficili condizioni economiche della sua terra e dalla povertà che attanaglia la famiglia, a lasciare la sua casa, gli amici e il paese di cui conosce ogni pietra e quasi ogni abitante per andare a lavorare “sotto padrone”.

Siamo alla fine degli anni Trenta. Maria ha dodici anni e da quel momento inizia il suo percorso tra Padova, Roma e Milano, a lavorare come domestica nelle abitazioni dei ricchi, per aiutare i genitori e i fratelli. Sullo sfondo della traiettoria di Maria, la Seconda guerra mondiale, che prima avanza e poi entra nel vivo, e nelle vite di tutti.

In questo contesto, l’intelligente e vivace ragazzina bellunese, da sempre animata dalla voglia di apprendere, sarà obbligata a imparare sulla propria pelle le difficoltà dell’emigrazione, la necessità di ubbidire, di chinare la testa, di essere umile. Un sacrificio inevitabile che però, tra fatiche e ostacoli, porterà Maria a maturare, a diventare indipendente e a conquistare la propria libertà.

La vicenda di Maria, ispirata da quelle analoghe di Tina Merlin e di Angela Dal Pont, è narrata nel nuovo libro di Vichi De Marchi Chiamami Giulietta (Feltrinelli, 2024). Libro che verrà presentato il 24 maggio a Belluno in un evento organizzato dall’Associazione culturale Tina Merlin e dell’Associazione Bellunesi nel Mondo, in collaborazione con la Biblioteca delle migrazioni “Dino Buzzati”.

Appuntamento nella sede dell’Abm (via Cavour 3, a Belluno), alle 18:00. Dialogheranno con l’autrice Adriana Lotto, presidente dell’Associazione culturale Tina Merlin, Patrizia Burigo, presidente del comitato di gestione della Biblioteca delle migrazioni, e Marnie Campagnaro, docente di Letteratura per l’infanzia e l’adolescenza presso il Dipartimento FISPPA (Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia applicata) dell’Università di Padova.

L’autrice

Vichi De Marchi è nata a Venezia e vive a Roma. Giornalista, ha scritto per tv, quotidiani, settimanali e ha lavorato a lungo per le Nazioni Unite. I suoi libri hanno ottenuto numerosi riconoscimenti, una menzione al premio Andersen e l’inserimento nella cinquina del premio Strega Ragazze e Ragazzi 2016.

Le sue biografie di scienziate, tra cui La mia vita tra i gorilla e Ragazze con i numeri, scritto con la divulgatrice Roberta Fulci, sono state tradotte in molti paesi.

Tra i suoi romanzi più recenti, I maestri di strada (Einaudi Ragazzi, 2018) ha vinto il premio Procida – Il mondo salvato dai ragazzini, mentre Nato a Hiroshima (De Agostini, 2020) ha vinto il premio Città di Castello.

Ingresso libero.

L’Argentina arriva a Belluno con progetti di ripopolamento e per riscoprire la terra di Primo Capraro

Prosegue la serie di visite da parte di discendenti bellunesi e veneti presso la sede dell’Associazione Bellunesi nel Mondo. Questa mattina, mercoledì 15 maggio, il presidente dell’Abm, Oscar De Bona, ha accolto due gruppi. Il primo rappresentato da Marcello Carrara, presidente della società italiana “Tre Venezie Mar del Plata”, insieme ad Alessandro Carrara e Walter Caoduro; il secondo da Mariella Roldan Capraro, pronipote del “famoso” Primo Capraro, emigrato bellunese originario di Castion, il quale contribuì allo sviluppo della città di Bariloche, definita la Cortina d’Ampezzo della Patagonia. «Questi incontri rivestono un’importanza fondamentale per mantenere vivi i legami con le nostre comunità all’estero – ha dichiarato Oscar De Bona – poiché ci consentono di potenziare e sviluppare progetti che, nel nostro caso, beneficiano il territorio bellunese».

Sede Abm. Da sinistra Ernestina Dalla Corte Lucio, Walter Caoduro, Oscar De Bona, Marcello Carrera, Alessandro Carrera e Marco Crepaz.

Un esempio è la proposta di Marcello Carrara che, insieme al CAVA (Comitato delle Associazioni Venete in Argentina), ha raccolto cento persone interessate a trasferirsi dall’Argentina al Veneto con le proprie famiglie. «Queste persone rappresentano figure professionali che spaziano dall’autista al falegname, dal meccanico all’infermiere, dal medico all’ingegnere», sottolinea Carrara. 

Sede Abm. Da sinistra Mariella Roldan Capraro e Oscar De Bona.

Mariella Roldan Capraro, invece, si è emozionata nel constatare che al MiM Belluno – Museo interattivo delle Migrazioni è presente anche la foto e la storia del suo bisnonno Primo Capraro. Ha espresso subito il desiderio di diventare socia dell’Associazione Bellunesi nel Mondo. 

Ad accogliere i due gruppi, oltre al presidente Oscar De Bona e al direttore Marco Crepaz, c’erano i consiglieri Ernestina Dalla Corte Lucio e Riccardo Simonetti, e il rappresentante della Famiglia Bellunese del Nord Reno Westfalia, Sandro Pol.

“I neri fantasmi di Marcinelle”. Nuova pubblicazione di “Bellunesi nel mondo – edizioni

Cos’ha rappresentato per la società bellunese l’emigrazione, sempre eroica, spesso drammatica, verso il Belgio? Quando è cominciata davvero? Di che natura è stata? E che proporzioni ha assunto via via? E perché proprio il Belgio? Che cosa significano, poi, ai nostri giorni, e cosa hanno significato a suo tempo, nomi come Marcinelle, Seraing, Membach? E ancora: cosa resta, oggi, infine, di quell’emigrazione, così importante soprattutto negli anni drammatici del secondo dopoguerra?

È quanto cerca di ricostruire questo libro, sia attraverso uno sguardo d’insieme sul fenomeno dell’emigrazione bellunese verso il “Paese nero”, verso la “Terra di Caino” (come è stato talora chiamato il Belgio), sia attraverso tante storie ed esperienze individuali, anche tragiche, ma sempre significative e avvincenti.

Il libro è disponibile presso l’Associazione Bellunesi nel Mondo (via Cavour, 3, a Belluno).

Per informazioni: tel. 0437 941160; email: edizioni@bellunesinelmondo.it

«Uniamo le forze per sostenere le popolazioni alluvionate del Rio Grande do Sul»

In questi giorni, le notizie che giungono dallo Stato di Rio Grande do Sul in Brasile ci stringono il cuore. Le popolazioni locali stanno affrontando una terribile emergenza a causa delle recenti inondazioni che hanno causato devastazione e sofferenza. Come Associazione Bellunesi nel Mondo, sentiamo il dovere morale e umanitario di offrire il nostro sostegno a coloro che si trovano in grave difficoltà, soprattutto considerando il legame speciale che ci unisce a quella terra lontana.
Lo Stato di Rio Grande do Sul è considerato da sempre l’ottava provincia del Veneto, poiché ospita circa 200mila discendenti bellunesi e un milione di discendenti veneti. Queste persone, pur vivendo a migliaia di chilometri di distanza, portano nel loro cuore le radici della nostra terra, le tradizioni, e i valori che ci identificano.
Oggi, più che mai, è fondamentale mostrare la nostra solidarietà e la nostra generosità. La Regione del Veneto ha aperto una raccolta fondi per sostenere l’emergenza nell’area colpita, e come Associazione ci uniamo a questa iniziativa con tutto il cuore. Ogni piccolo contributo farà la differenza e darà speranza a chi sta lottando per riprendersi da questa tragedia.
Vi invitiamo quindi a unirvi a noi nell’atto di solidarietà verso i nostri fratelli e sorelle del Rio Grande do Sul. Ogni donazione, per quanto modesta possa sembrare, sarà un gesto di amore e vicinanza che arriverà direttamente a coloro che ne hanno più bisogno.
Di seguito riportiamo le coordinate bancarie per effettuare le vostre donazioni:

IBAN: IT 35 A 02008 02017 000107108523
Causale del bonifico: REGIONE DEL VENETO SOSTEGNO EMERGENZA ALLUVIONE RIO GRANDE DO SUL



Uniamoci, dunque, in questo momento di solidarietà e dimostriamo al mondo intero quanto il legame tra i bellunesi nel mondo sia forte e solidale.

Grazie di cuore per il vostro contributo e per la vostra generosità.

Oscar De Bona
Presidente Associazione Bellunesi nel Mondo

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