Valise e Fadighe

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Da parecchi anni coltivo la passione di ricostruire la storia della mia famiglia. Un interesse che mi ha condotto a raccogliere date, nomi, notizie e testimonianze anagrafiche che, per quanto riguarda il ramo paterno, riportano al 1600.
La vita da emigrante ha caratterizzato generazioni e generazioni dei miei avi, sia gli Scola che i Centeleghe. Famiglie intere andate a cercar fortuna in Francia, Belgio, Svizzera, America; qualcuno poi tornato, altri rimasti in quei Paesi a proseguire la storia loro e dei loro figli e nipoti, con una parte di cuore sempre al paese di origine.

Penso che la curiosità di scoprire il percorso sia del ramo paterno che di quello materno della mia famiglia sia dovuta principalmente al fatto di non aver potuto, nella mia infanzia e adolescenza, conoscere direttamente questi parenti stretti, o perché già scomparsi, o perché dimoranti in terre lontane. 
Anche dalla parte materna dei Centeleghe (Bini) l’emigrazione ha segnato in maniera profonda la famiglia. Quella che racconto in queste righe, però, è in sintesi la storia dei miei avi paterni, di mio bisnonno Valentino, di mio nonno Luigi e di mio papà Rino. Vite di enormi sacrifici, duro lavoro, lontananza da casa, polveri di galleria che diventano parte del corpo.

Valentino Scola, detto “Marenda”, nacque il 3 novembre 1865 alla “Scola” di Molino (Falcade), figlio di secondo letto di Giovanni Battista e Maria Cattarina Piccolin. Il 3 marzo 1892 sposò Angelica Fortunata Busin, con la quale ebbe cinque figli: Giovanni Battista, Rosa Amabile, Luigi (mio nonno), Angelica (morta a due mesi), e Angela Vittoria. Nel 1898 la “Scola” di Molino bruciò. La vigilia di Natale del 1900 morì il padre Giobatta. Fu così che nel 1901 Valentino decise di spostare tutta la famiglia verso terre meno impervie. La sua migrazione non fu di centinaia di chilometri, ma fu comunque importante. Significò, infatti, portare tutta la famiglia più a valle, a San Gregorio nelle Alpi, segnando in maniera indelebile la storia degli Scola. 

Valentino, abile muratore, aveva dapprima comprato un piccolo terreno a Roncoi, la frazione più a nord del paese, alle pendici del Pizzocco, ma quasi subito riuscì ad acquistare un “loc” di quarantotto “ster” con annessa casa colonica. 
La sua vita di emigrante si svolse per molti anni in Germania, dove imparò per bene la lingua tedesca. Rientrato per la Grande Guerra, l’anno dell’invasione funse da interprete per le truppe di occupazione. La moglie Angelica morì il 6 settembre 1925. Valentino si risposò, ma la nuova compagna si ammalò e rimase inferma per ben tredici anni prima di morire. Valentino la seguì il 21 novembre 1945. 

I figli emigrarono tutti in Francia. Le femmine ci rimasero per sempre, formando nuove famiglie: Rosa Amabile a Mancieulles e Angela Vittoria a Saint-Quentin; i figli, invece, che lavoravano alla costruzione di linee elettriche, rientrarono per trascorrere gli ultimi anni a San Gregorio. 
Mio nonno Luigi, dopo aver partecipato alla Prima guerra mondiale sposò la gosaldina Luigia Pierina Ciet. Nel 1921 nacque il figlio Gino e il 28 settembre 1925 mio padre Rino. 

A marzo del 1926, quando Rino aveva ancora pochi mesi, Luigi partì per la Francia, seguendo le orme del fratello Giovanni Battista. Fece rientro a Roncoi nel 1941, dopo ben quindici anni, per poi ripartire nel 1942 verso la Germania, assunto da una ditta che cercava elettricisti. Era periodo di piena guerra e il suo alloggio fu colpito dai bombardamenti. Fece ritorno in Italia a giugno del 1944. Rino, mio padre, lo conosceva solo dalle fotografie, tanto che al suo rientro continuò a privilegiare il rapporto con nonno Valentino, al quale era molto legato.

Mio papà, che nel 1949 sposò mia mamma, Dina Centeleghe, dopo aver lavorato nei vari cantieri alle condotte di Castellavazzo e sotto l’organizzazione Todt, contrassegnò la sua vita di emigrazione negli anni ’50, in Svizzera. Lavorò come minatore, finché, dopo una delle visite alle quali erano sottoposti tutti gli operai, gli riscontrarono un principio di silicosi. Arrabbiato perché non gli permettevano più di scendere nelle viscere della terra e inconsapevole del male che gli avrebbe procurato quella polvere nei polmoni, fu costretto a fare lavori di superficie, prima nei cantieri stradali di Zurigo, poi, per parecchi anni, nella costruzione della grande diga di Mauvoisin, nel Canton Vallese.

Rientrato in Italia verso la fine degli anni ’50, lavorò come muratore e agricoltore. Una vita, a quei tempi, molto dura, tra sfalci d’erba in alta quota, minuziosa raccolta di foglie per fare il letto agli animali, concimazione dei terreni a suon di forcate di letame da caricare e spargere rigorosamente a mano, mungitura, anch’essa manuale. Una vita di valige e soprattutto fatiche, fino all’ultimo giorno. Fino a quando, a distanza di pochissimo tempo, se ne andarono sia mio papà Rino che mia mamma Dina.

Me la ricordo bene la mia infanzia, comunque serena e con meno pensieri di adesso.
Ah, quasi dimenticavo che anche io, a diciassette anni, facevo quindici ore di lavoro al giorno in Germania. Bazzecole rispetto ai miei avi, ma pur sempre esperienza di emigrazione.

Graziano Scola

La zia Adele, una donna tranquilla che vedeva tutto con grande calma e fiducia

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Adele Isotton, ottava figlia dell’ex combattente e sergente maggiore Giovanni Battista e di Donada Caterina, nacque a Mel il 27 settembre 1919, dieci mesi dopo la fine della Grande Guerra. Nel dicembre del 1934, all’età di quindici anni, lasciò il Castello di Zumelle e partì con la famiglia, composta da tredici persone. La loro destinazione era Borgo Hermada, l’azienda agraria più a sud dell’Agro Pontino Romano, dove al padre e ai fratelli venne assegnato il podere 1846 dall’O.N.C., l’Opera Nazionale Combattenti. Dieci mesi dopo, su richiesta del fratello maggiore Giacomo, alla famiglia venne concesso anche il podere 1843, nel quale Adele si trasferì assieme a Giacomo, capo famiglia e conduttore, e a Pietro, Mario e Marcello, il fratellino più piccolo, deceduto nel 1940, a soli sedici anni, per malattia. Adele aveva indole buona e da essa traeva incredibilmente la sua ragione di forza e di coraggio. Più che discutere, amava ascoltare gli altri. Era dotata di grande temperamento e duttilità sul lavoro. Emanava tranquillità e dolcezza, caratteristiche tipiche delle donne provenienti dalle montagne venete, e questo suo modo di essere le consentiva di svolgere con praticità i lavori domestici quotidiani e di portare il suo contributo in campagna alla pari di un uomo. Alle esercitazioni paramilitari delle giovani italiane non mancava mai. Le manovre, promosse dal regime fascista, si svolgevano settimanalmente nel campo sportivo di Borgo Hermada e in queste esercitazioni Adele preferiva vestire abiti maschili, più adatti al suo carattere. Probabilmente, non avrebbe rifiutato nemmeno di andare a combattere come un vero soldato. 

In piena guerra, nel 1943, con gli Alleati che avanzavano incontrastati dal sud Italia verso Roma, il 4 settembre alle ore 16.00 quaranta fortezze volanti americane bombardarono a tappeto la città di Terracina. Era una bella giornata che ormai volgeva al tramonto. Molti contadini avevano terminato di raccogliere nelle vigne i grappoli d’uva moscato e, caricati i cesti pieni sui carretti, li trasportavano alla stazione ferroviaria da dove venivano spedita al nord per arrivare nei mercati oltre frontiera. Lungo la via i grappoli dorati lasciavano una delicata scia aromatica e tanta gente per strada osservava questo rituale che si svolgeva ogni anno al tempo della vendemmia. Troppo tardi si accorsero dell’improvvisa incursione degli aerei americani e molti furono colpiti dalle bombe e dalle mitragliatrici. Fu il primo bombardamento subito da Terracina. Dal podere 1843 si udirono distintamente l’eco delle bombe e il frastuono delle incursioni aeree, così Adele, con coraggio e audacia, indossata la divisa paramilitare – berretto, camicia e pantaloni – inforcò la bicicletta e corse in città, ansiosa di vedere cosa era successo e di prestare aiuto. Sul ponte del fiume Badino venne fermata da un giovane militare tedesco del comando locale che le intimò di consegnargli il mezzo per recarsi a sua volta in città. Con le “dovute maniere” lei lo costrinse invece a sedersi sulla canna e riprese a pedalare con maggior vigore, come se niente fosse. Immaginate un soldato tedesco con elmo, gambali e mitraglietta portato sulla canna di una bici da una ragazza! 

Quello che apparve ai loro occhi fu indicibile, tale era la devastazione lungo la strada che dall’Appia Antica portava alla stazione ferroviaria. Adele si prestò in tutti modi aiutando i soccorritori a caricare i feriti sui carretti per condurli all’ospedale. Quella sera, sul tardi, quando tornò a casa esausta, i suoi famigliari a stento la riconobbero. 

Con l’acuirsi delle incursioni aeree in città e lungo il litorale di Terracina, iniziò lo sfollamento degli abitanti verso i poderi, un’evacuazione forzata che dopo l’8 settembre 1943 divenne la premessa delle rappresaglie tedesche contro la popolazione italiana. Gli anziani genitori, Giovanni Battista e Caterina, rimasti soli a condurre i lavori nel vecchio podere chiesero ad Adele di trasferirsi da loro, poiché i fratelli erano impegnati sul fronte di guerra e Celestina, moglie di Rodolfo, era tornata a Mel dai parenti con i figli, di cui uno in arrivo. 

Così Adele, dopo circa nove anni, nell’estate del 1944 si ricongiunse con il babbo e la mamma bisognosi di aiuto e di compagnia. A guerra finita, nel 1948, all’età di ventinove anni, si sposò con Angelo Toso, del podere 1845, proveniente da Lusia di Rovigo. Dal matrimonio nacquero cinque figli: Iole nel 1949, Anna nel 1950, Gisella nel 1952, Luigino nel 1954 (purtroppo deceduto il 7 ottobre del 1958 in seguito al calcio di un cavallo) e Luigina nel 1959. L’anno successivo alla nascita di Luigina, non trovando riparo dalle brutte evenienze che li tormentava, con tanti figli piccoli da sfamare e il lavoro che non c’era, la famiglia Toso-Isotton decise di emigrare nel sud della Francia, a Bollène, adattandosi, marito e moglie, a ogni sorta di occupazione. Nel 1962 Angelo rimase vittima di un incidente sul lavoro: mentre svolgeva mansioni di carpentiere venne colpito alla testa da un mattone caduto accidentalmente da un’impalcatura e morì qualche giorno dopo. Adele, con le figlie tutte minorenni, fu costretta a rientrare in Italia, dove fu accolta in casa della vecchia madre Caterina. Rimase solo il tempo necessario a riprendere fiato e poi via di nuovo, questa volta con le ragazze in grado di lavorare e desiderose di tentare altrove la fortuna. La destinazione fu Milano. Qui finalmente trovarono subito sistemazione, la tranquillità economica e la serenità che avevano lungamente desiderato. La grande metropoli milanese offriva infatti agli operai che piovevano da tutte le parti d’Italia molte opportunità di lavoro. Il resto fu una storia lieta per Adele e le figlie. Oggi Adele, mancata il 30 giugno del 2006, riposa la pace dei giusti accanto al marito, nel cimitero di Dugnano. 

Lucia Isotton

Da Colmirano, la storia di Acio e Adele

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Sisto Venanzio Curto, conosciuto da tutti come “Acio Pisaneti”, nacque ad Alano di Piave nel 1888. I migliori anni della sua gioventù furono sacrificati allo Stato, fra il servizio militare obbligatorio e la Grande Guerra, nella quale combatté come alpino e ardito. Al ritorno vendette l’osteria di famiglia (quella che poi sarebbe diventata “all’Orso”), liquidò la sorella Maria, comprò una casa nella frazione di Colmirano, adiacente a quella della futura moglie, e si sposò con Assunta Collavo, detta Adele, classe 1889; dal matrimonio nacquero tre figli: Corinna (1920-2012), Flora (1923-2018) e Silvano (1928-2003). La sua generosità lo portò ad avvallare cambiali per debiti di presunti amici che poi sparirono nel nulla.

Così, per far fronte agli impegni, si trovò a vendere tutte le sue proprietà, tranne la casa della famiglia di Adele, dove poi visse, e a iniziare un lungo periodo di emigrazione, prima a Settimo Torinese, con la famiglia, negli anni ‘20, poi da solo, a Parigi, per cinque anni, in Germania e in Africa Orientale, fino al rientro definitivo causato dallo scoppio del secondo conflitto mondiale. Nel dopoguerra si dedicò alla sua attività di falegname allestendo un piccolo laboratorio vicino casa e molte sono ancora le testimonianze dei suoi lavori in paese. Morì nel 1967 a causa di un tumore.

Adele conobbe l’emigrazione fin da piccolissima, seguendo la sua famiglia, alla fine del ‘800, negli Stati Uniti. Il padre lavorava nelle fabbriche tessili di Paterson, nel New Jersey, dove si trovava l’anarchico Gaetano Bresci, che nel 1900 rientrò in Italia per uccidere il re Umberto I a Monza. Morto prematuramente il babbo, la famiglia rientrò in Italia, dove venne a mancare, a causa di una polmonite, anche l’unica sorella di Adele, che restò sola con la mamma e visse l’invasione del dopo Caporetto e il profugato. Dopo il matrimonio e la parentesi di Settimo Torinese, restò a Colmirano e si occupò della famiglia; nel secondo dopoguerra iniziò una lunga e serena vecchiaia, fino alla morte avvenuta nel 1981, con appena tre giorni di malattia. Anche i figli della coppia furono tutti emigranti. Corinna sposò nel 1949 Bruno De Faveri “Valeri” e si trasferì ad Asmara, oggi in Eritrea e allora in Etiopia, dove rimase per quasi trent’anni per poi stabilirsi a Roma, vicino ai figli Ornella ed Ermanno.

Flora, dopo aver lavorato al preventorio del dottor Dal Molin, si trasferì a Roma all’inizio degli anni ‘60, sposò Giuseppe Capraro, originario di Onigo di Pederobba, e tornò ad Alano nel 1998, dopo essere rimasta vedova. Silvano nel 1948 partì ventenne per la Svizzera, dove lavorò, prevalentemente a Zurigo, per più di un decennio; sposò nel 1958 Augusta Margon, di Novaledo, in provincia di Trento, tuttora vivente. Dal loro matrimonio nacque il sottoscritto, motivo principale del rientro a Colmirano da parte della coppia.

Con la morte di Flora nel 2018 la famiglia si è riunita al completo nel cimitero di Campo.

Sandro Curto

Premiato Rodolfo Vettorello

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Il Premio Montale Fuori di Casa a un bellunese «per scelta sentimentale». Così si definisce il nostro affezionato lettore Rodolfo Vettorello, che bellunese lo è anche di sangue, come spiega lui stesso: «figlio di madre bellunese, con nonni bellunesi e casa di famiglia alle Gravazze di Santa Giustina». 

Nato a Castelbaldo (Padova) nel 1937, laureato in Architettura al Politecnico di Milano (dove tuttora risiede) negli anni Sessanta con Gio Ponti e Ernesto Rogers e da sempre appassionato di poesia, Vettorello si è aggiudicato l’edizione 2020 del riconoscimento istituito dall’Associazione Percorsi in memoria del poeta, scrittore e giornalista Nobel per la letteratura nel 1975. La cerimonia di consegna si è svolta il 5 giugno scorso, online, come imposto dalle misure anti-Covid. 

Premiati i numerosi riferimenti a Montale presenti nei versi di Vettorello, autore che, come ha scritto il critico Paolo Lagazzi a commento dell’assegnazione: «È come un antico artigiano di rime, ritmi e accenti», un «singolare, defilatissimo, quasi invisibile poeta» che «si muove tra la vita e la scrittura con naturalezza, semplicità e lucidità».

Vettorello, che ha all’attivo ventidue raccolte di poesia, non è nuovo ai riconoscimenti, avendo conquistato il Rhegium Julii nel 2010, 2012 e 2018 ed essendo stato insignito dall’Università Pontificia Salesiana di Roma della laurea honoris causa “Apollinaris Poetica”.

Un bellunese nel mondo che rende onore alla terra di origine.

Dietro a ogni storia ci sono tenacia e fede

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Arturo Isotton, sesto dei dieci figli di Giovanni Battista, originario di Tremea di Mel, e di Caterina Donada, di Forno di Canale, nacque a Wattwill, in Svizzera, il 21 settembre 1914. 

Ancor prima di nascere fu un emigrante. La mamma Caterina, infatti, era incinta di cinque mesi quando insieme al marito “Giobatta” decise di riprendere la strada per la Svizzera in cerca di lavoro. Era il tempo in cui ancora non si prevedeva la catastrofe che di lì a poco avrebbero scatenato in Europa “Guglielmone” e “Cecco Beppe”. La mobilitazione generale costrinse la famiglia Isotton al rientro in patria. Arturo frequentò le scuole a Villa di Villa fino alla quinta elementare.

Da ragazzo non era molto socievole, spesso amava starsene da solo e, nella buona stagione, andare a caccia di uccelli e conigli selvatici, utilizzando trappole da lui stesso ingegnosamente costruite. Nel bisogno era sempre attivo, pronto a rispondere ai comandi del padre, che esibiva verso i figli un’accentuata autorità, come del resto si usava un tempo. Questo suo carattere apparentemente solitario, tuttavia, non gli impediva di mostrarsi gentile e disponibile verso i genitori, i fratelli e gli altri abitanti della valle. Nelle sue frequenti scorribande in mezzo ai boschi, qualche volta portava con sé il fratellino Mario, alla ricerca di “favolosi” tesori nascosti negli anfratti rupestri delle montagne attorno al Castello di Zumelle.

Il trasferimento in Agro Pontino lo colse impreparato. Lui, cresciuto tra le valli e i boschi delle montagne bellunesi, non si abituò tanto facilmente al nuovo territorio, il cui paesaggio, ormai liberato completamente dalla vegetazione, gli appariva una landa desertica e spettrale, senza un albero per miglia e miglia. Sicuramente tra i fratelli fu quello che più di tutti patì il cambiamento e avvertì con delusione la promessa di una vita nuova.

La Seconda guerra mondiale lo costrinse ad imbracciare le armi e a partire per il Montenegro. Dopo l’8 settembre 1943 venne fatto prigioniero dalle truppe tedesche e deportato in Germania, presso un campo di lavoro. Liberato dalla prigionia nell’agosto del 1945 dalle forze Alleate, finalmente poté tornare a casa. Il rientro in Agro Pontino non fu per Arturo entusiasmante: troppa devastazione in giro e poche le possibilità di un futuro normale, così prese la decisione di espatriare, non prima, però, di aver contribuito a riscattare il podere 1846 finendo di pagare il debito con l’Opera Nazionale Combattenti. 

Pochi giorni prima del suo compleanno, nel settembre 1947 si imbarcò al porto di Napoli su un piroscafo diretto in Argentina, la prima potenza economica dell’America Latina. A bordo della nave, durante il viaggio verso Buenos Aires conobbe una ragazza friulana, Pia Rosati, nata nel 1923. La giovane viaggiava insieme alla mamma Rosina, alla sorella Agnese e al fratello Virginio, per ricongiungersi con il padre Francesco, già da tempo a Buenos Aires. Arturo e Pia simpatizzarono all’istante e in breve tempo tra loro – come d’incanto – nacque un amore tale che decisero di sposarsi.

Durante la traversata furono uniti in matrimonio dal Comandante del piroscafo. Nella capitale Argentina Arturo trovò lavoro come carpentiere edile, ma si adattò a svolgere qualsiasi lavoro manuale, con la sapienza acquisita nell’ambito delle tradizioni familiari. Nel frattempo crebbe anche la famiglia, nacquero infatti Virginio e Rosita. Il primogenito, Virginio, da giovane coltivò la passione per la Fisica e per due anni frequentò l’università di Buenos Aires. Poi abbandonò gli studi per seguire la vocazione religiosa. Desideroso di diventare prete, studiò in seminario e venne consacrato sacerdote, divenendo in seguito parroco della “Parroquia Santuario Nuestra Señora de la Esperanza”, a Virrey del Pino.

Al tempo della dittatura militare, non mancarono per lui momenti di enormi sacrifici, impegnato com’era a prestare aiuto a tanta povera gente. In quegli anni si ingegnò a fare di tutto pur di venire incontro a chi aveva bisogno. Aiutò persone distanti anche parecchi chilometri dalla parrocchia, viaggiando su strade sconnesse con una macchina scassata, che più di una volta lo lasciò a piedi. Attualmente è pastore spirituale di circa trentamila anime nella periferia della capitale. 

Rosita, invece, raggiunta la maggiore età decise di prendere marito e mettere su famiglia: si sposò con un giovanotto argentino proprietario di una macelleria, un “carnicero”, come dicono a Buenos Aires. 

Arturo fece ritorno in Italia per la prima volta nel 1975. Giunto a Latina, venne ospitato dal fratello Mario, che lo aiutò, con i fratelli Rodolfo e Giovanni, a risolvere la questione legata all’eredità del podere 1846. La somma in lire ricevuta dai fratelli, grazie al cambio assai favorevole con la valuta Argentina, gli consentì l’acquisto della casa, oltre che la risoluzione di alcune pendenze finanziarie.

Dopo la sua morte, avvenuta nel 1997, all’età di ottantatré anni, Arturo venne sepolto in un cimitero a una quarantina di chilometri da Buenos Aires. La moglie Pia lo seguì in cielo l’anno successivo e così entrambi riposano adesso nella pace del Signore, uno vicino all’altro. Lo spirito di Arturo, unito a quello dei suoi genitori e dei fratelli, sorvola ora le alte cime delle montagne bellunesi, lassù dove venne scritto per la prima volta il loro nome.

Lucia Isotton, nipote di Arturo

Arturo e Pia nel giorno in cui venne registrato l’atto matrimoniale presso il municipio di Buenos Aires

Uomini nell’ombra: gli Agenti di Emigrazione

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«Venite a costruire i vostri sogni con la famiglia». L’accattivante invito era stampato su un manifesto di fine Ottocento che pubblicizzava le partenze dal porto di Genova verso il Brasile. La descrizione della meta era ancora più seducente: «Un paese di opportunità. Clima tropicale, vitto in abbondanza. Ricchezze minerali. In Brasile potete avere il vostro castello. Il governo dà terre ed utensili a tutti». Il titolo, in grande, garantiva: «Terre in Brasile per gli italiani». 

Il fine era ovviamente quello di incoraggiare l’emigrazione. Perché? Volendo pensar male, per riempirsi le tasche con le speranze dei disperati. L’emigrazione, infatti, era un affare redditizio e i piccoli paesini di tutta Italia, da Nord a Sud, cominciavano in quell’epoca a brulicare di nuovi personaggi un po’ loschi e pronti a tutto: gli Agenti di Emigrazione. 

Una rete di soggetti che, fiutate le opportunità di guadagno, formava un vero e proprio apparato economico non ufficiale fatto di agenzie e subagenzie. Un mondo parallelo che agiva nell’ombra, in contatto con gruppi affaristici legati alle compagnie di navigazione italiane e straniere. L’obiettivo era riempire i bastimenti e moltiplicare i profitti. I piroscafi solcavano l’oceano carichi di migranti, mentre i potenti proprietari delle società facevano il carico di bigliettoni e navigavano in un mare d’oro. Un settore talmente fiorente che i dati di fine Ottocento stimavano in 20 mila il numero di intermediari attivi in tutta Italia. 

In questa intricata macchina da soldi, gli agenti rappresentavano l’elemento di aggancio con il territorio, i procacciatori del business. Conoscevano alla perfezione le zone in cui operavano, avevano contatti e capacità di persuasione, erano costantemente aggiornati sul mercato del lavoro europeo e americano e riuscivano a raggiungere le aree più remote della Penisola.

Agli occhi degli emigranti erano un punto di riferimento perché offrivano assistenza nelle complicate procedure burocratiche da sbrigare per la partenza e facevano da mediatori con il luogo di destinazione. Spesso, però, il loro unico scopo era lucrare sulla gente che fingevano di aiutare. 

Si aggiravano tra mercati, piazze, strade e sagrati delle chiese raccontando di ricchezze straordinarie per coloro che si fossero diretti in America. Senza alcuno scrupolo, promettevano meraviglie e incanti, convincendo interi nuclei famigliari a imbarcarsi verso luoghi in cui ad attenderli c’era invece un destino completamente diverso da quello prospettato. 

Nel 1901 si cercò di porre un freno all’azione degli speculatori con l’adozione della Legge generale sull’emigrazione, che diede vita a un ente di controllo diretto dal Ministero degli Affari Esteri e incaricato di tutelare i diritti di quanti lasciavano l’Italia: il Commissariato Generale dell’Emigrazione (CGE). Per la prima volta una normativa si proponeva di proteggere gli emigranti.
Il Commissariato rimase attivo fino al 1927, quando fu trasformato in Direzione Generale degli Italiani all’Estero (DGIE), oggi Direzione generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie (DGIEPM).

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