L’emigrazione delle donne bellunesi nel Trentino

“Mi a nove ani ò cognést ‘ndar a Trento a laoràr sot parón. I me ciaméa la matelòta” (Io a nove anni sono dovuta andare a Trento a lavorare sotto padrone. Mi chiamavano tosatèla). A parlare è la mia nonna paterna che, rivolta a noi nipoti, generazione fortunata, ci ricordava, a guisa di benevolo rimprovero per qualche nostro atteggiamento un po’ monello, la triste esperienza dell’emigrazione conosciuta in così tenera età. La nonna ci raccontava che con i suoi padroni, tutto sommato, si era trovata bene ma, per molte compagne che condividevano la sua stessa condizione, non è sempre stato così, anzi!

Il fenomeno delle Ciòde, pur avendo interessato anche bambini d’ambo i sessi, è da considerarsi una forma d’emigrazione principalmente femminile, che ha visto, a cavallo fra XIX e XX secolo, frotte di contadine bellunesi raggiungere le floride campagne della Val d’Adige per svolgervi lavori di bracciantato agricolo. Data la natura dell’impiego, il periodo di assenza da casa andava dalla primavera all’autunno, seguendo, come le rondini, i ritmi delle stagioni.
Tale flusso di manodopera femminile era per lo più determinato, come già quello maschile, dalle misere condizioni in cui viveva la maggior parte della popolazione, una vita di stenti e di privazioni. L’aspettativa era quella di migliorare le proprie condizioni di vita mirando, nel contempo, a raggranellare qualche soldo con cui concorrere al sostentamento del nucleo familiare e magari, per le nubili, farsi la dote. Ciò non si poteva pretendere per i bambini, la cui permanenza fuori casa rispondeva spesso all’avvilente necessità di avere, almeno per un certo periodo, una bocca in meno da sfamare. Il fatto che la domanda dei possidenti del Trentino si rivolgesse al genere femminile è verosimilmente da attribuire al suo minor costo sul mercato del lavoro e dal fatto che le Ciòde si dimostrarono, per lo più, delle lavoratrici instancabili e versatili.

Il reclutamento veniva in genere gestito da una donna del paese che si occupava anche dei viaggi, sia di andata, sia di ritorno; i bambini erano solitamente affidati a Ciòde adulte conosciute.

Il viaggio, nonostante la vicinanza geografica del luogo di destinazione, si presentava alquanto incerto e talvolta avventuroso. Avveniva con mezzi di trasporto eterogenei: in parte a piedi, in parte coi carri, almeno fino a Primolano o a Tezze Valsugana, dove si proseguiva per Trento con il treno. A Tezze c’era da superare la frontiera, in quanto il Trentino, fino alla conclusione della Guerra Mondiale 1914-1918, faceva parte dell’impero asburgico e quindi ci voleva il passaporto. In realtà, a quanto sembra, era abbastanza facile eludere i controlli o, in vece del passaporto, bastava esibire un certificato di buona condotta firmato dal Sindaco o dal Parroco, potente lasciapassare che, al tempo, costituiva anche un’autorevole referenza.
Le lavoratrici bellunesi erano chiamate Ciòde dalla popolazione trentina, pare per il fatto di avere la suola degli zoccoli di legno ricoperta da bròche (bullette antiusura) o, secondo altri, per il frequente intercalare, nella parlata, dell’espressione ciò.

Quello che rende peculiare il fenomeno delle Ciòde è la precarietà del lavoro e, soprattutto, le mortificanti modalità d’ingaggio. Esse, a parte quelle che avevano già instaurato un rapporto di continuità con famiglie presso le quali avevano già lavorato, partivano per lo più al buio, ovvero senza sapere se e dove avrebbero trovato lavoro. Ciò alimentava il tristemente famoso mercato delle Ciòde che si teneva nella Piazza del Duomo di Trento, all’ombra di un grande tiglio. Qui si assisteva al deprimente “offrirsi” delle Ciòde agli agrari trentini che le esaminavano, alla stregua degli animali del foro boario, privilegiando, visto l’impiego che erano chiamate a svolgere, la fisicità e la robustezza sull’avvenenza. Oltre all’umiliante esporsi alla cernita dei potenziali datori di lavoro, un altro aspetto negativo era rappresentato dalla maggior forza contrattuale di quest’ultimi, che le vedevano costrette ad accettare condizioni dettate pressoché unilateralmente, non scritte, e spesso disattese. Insomma, un vero e proprio sfruttamento. Contro questo inumano mercato si erano mossi in patria, a tutela delle povere Ciòde, i Segretariati dell’Emigrazione, patronati di ispirazione socialista e cattolica che riuscirono, grazie a un’azione di propaganda e alla raccolta di fondi, ad apportare qualche miglioramento.

Un deciso salto di qualità fu compiuto con l’istituzione a Trento, nel 1908, presso l’Ufficio Comunale del Lavoro, della “Sezione Lavoratori e Lavoratrici della Terra”, appositamente preposta alla tutela delle Ciòde e dei loro rapporti con i datori di lavoro.

Quest’Istituzione si rivelò un vero toccasana per le povere e spesso sprovvedute emigranti, che vi trovarono un sicuro punto di riferimento, di tutela e di assistenza. La Sezione svolgeva attività di collocamento, senza peraltro interferire nei rapporti bilaterali di contrattazione, prestandosi a formalizzare per iscritto i contratti stipulati e riportandoli su un apposito registro. L’Ufficio rimaneva a disposizione di ambo i contraenti per verificare eventuali inadempienze e dirimere possibili cause di contenzioso. Un altro prezioso servizio svolto dall’Ufficio fu quello di assicurare assistenza alle Ciòde appena arrivate e ancora senza collocazione, o rimaste temporaneamente disoccupate, che in precedenza si arrabattavano alla bell’e meglio, trovando rifugi di fortuna in cui erano esposte a non pochi rischi. Tale servizio contemplava un asilo diurno, un deposito bagagli, un recapito postale e, successivamente, anche un dormitorio.

Il fatto che la manodopera femminile bellunese fosse tanto richiesta è dovuto principalmente al fatto che, oltre a essere delle grandi lavoratrici, provenendo anch’esse dal mondo contadino, le Ciòde si dimostravano subito operative senza bisogno di apprendistati: insomma, sapevano già fare di tutto. Le condizioni di lavoro erano, in genere, piuttosto pesanti e il trattamento, inteso come vitto e alloggio, loro riservato, dipendeva dalla sensibilità della famiglia ospitante, ma per lo più lasciava alquanto a desiderare (anche se in patria la situazione non era certo migliore). Il disagio, soprattutto per i bambini (Ciodéte e Ciodéti), era accentuato dalla nostalgia di casa.

Complice forse la non continuità del lavoro, limitata ai mesi estivi, e nonostante molte affinità culturali, fra Ciòde e popolazione trentina non vi fu mai vera integrazione, fatte salve alcune eccezioni (vi furono, pur rari, dei matrimoni). I rapporti si mantennero sempre piuttosto distaccati, stante anche la situazione di subalternità in cui le lavoratrici si trovavano e il poco tempo libero di cui disponevano per poter socializzare con la comunità di accoglienza.

Non mancarono episodi di conflittualità. Soprusi, anche gravi, da una parte, e comportamenti di insubordinazione dall’altra. Sono stati segnalati anche comportamenti sconvenienti da parte di qualche Ciòda (i parroci erano molto preoccupati in tal senso), soprattutto nei frequenti periodi di interruzione del lavoro tra un ingaggio e l’altro, nonostante la possibilità di fruire, dopo la sua istituzione, dell’assistenza della Sezione Lavoratori e Lavoratrici della Terra (il mercato “clandestino” delle Ciòde non cessò mai del tutto).

È stata, quella delle Ciòde, un’esperienza molto amara, di solitudine, di duro lavoro e di asservimento. Esperienza che, in molti casi, sarebbe continuata più avanti, sotto altre forme, meno dure, forse, come tipologia di lavoro, ma pur sempre cariche di sofferenze e preoccupazioni.

Molte di esse, infatti, hanno vissuto in seguito l’esperienza della balia da latte, della balia asciutta, della serva, dell’operaia, oppure hanno seguito i mariti, come cuoche o inservienti, nei cantieri di mezza Europa. Lontano da casa, dai luoghi della loro infanzia e giovinezza, dentro una cultura diversa, lontano, soprattutto, nella maggior parte dei casi, dagli affetti più cari: questo era il duro volto dell’emigrazione.

Tuttavia, queste esperienze dolorose hanno permesso alle donne di uscire dallo stretto perimetro del proprio paese, di venire a contatto con realtà diverse, di ampliare il proprio orizzonte di conoscenze, di acquisire consapevolezza del proprio stato e della propria libertà, presupposti fondamentali per il processo di emancipazione e autodeterminazione che ne sarebbe seguito. L’emigrazione, oltre che rispondere a uno stato di necessità, rappresentava anche, per quante erano più intraprendenti e aperte all’innovazione, un’occasione per realizzare un disegno di crescita personale e di affrancamento dall’autorità genitoriale.

Il fenomeno delle Ciòde, andatosi via via spegnendo nel tempo (è durato fino alla Seconda Guerra Mondiale), rappresenta, in termini numerici, un aspetto marginale nel più ampio contesto della mobilità umana, nondimeno esso merita, per le sue peculiarità di genere, di luogo e di tipologia di lavoro, di essere sottratto all’oblio e occupare, nell’ambito dell’emigrazione, un proprio, riconosciuto spazio.

Lois Bernard

208. Emigranti bellunesi. Questa è la storia di Igino D’Incà

Pochi soldi e tanti fratelli (eravamo in otto): all’epoca emigrare era una strada quasi obbligata. Sono andato all’estero per la prima volta che non avevo nemmeno diciotto anni. Era il 1957 e avevo trovato occupazione come manovale a Wil, nel Canton San Gallo. Ci ho messo poco ad ambientarmi. D’altronde, eravamo in tanti italiani e molti erano del mio paese. Dopo la prima stagione nel ’57 – una bella stagione – sono rientrato e l’anno successivo ho lavorato per il Corpo Forestale in Nevegal, a costruire la chiesa di San Giovanni Gualberto. È stato l’anno più bello della mia gioventù. Con un amico dormivo in una casera e nel fine settimana lavoravo alla seggiovia. In quegli anni era pieno di turisti!Il ’59, invece, è stato un anno abbastanza brutto. Speravo di poter lavorare in Italia, ma la stagione andava avanti senza esiti. Così ho scritto a un amico che lavorava in un albergo di Berna e gli ho chiesto se per caso avevano bisogno di qualcuno. Mi ha mandato il contratto e ho fatto le valigie. Poi ho dovuto fare il militare in Alto Adige, proprio nel periodo degli attentati. Sono stati quindici o venti giorni di servizio, ma non nascondo di aver avuto paura. Conclusa l’esperienza sotto le armi, sono tornato in Svizzera.Prima a Wil, in una delle prime fabbriche produttrici di oggetti in plastica. Facevano cassette. Poi, in una fabbrica di mobili, visto che in Italia avevo fatto la scuola di tappezziere.Dopo qualche tempo, altro mestiere. Una sorella più giovane lavorava come stiratrice a Wilen, in una tintoria lavasecco. Con lei c’era anche un agordino, che però è andato via lasciando il padrone scoperto. Il macchinario da utilizzare era complesso e il titolare si è improvvisamente trovato senza la persona che lo faceva funzionare. Allora ha chiesto a mia sorella se poteva avere un colloquio con me. Una sera sono andato a casa sua. Gli ho detto che non sapevo usare quella macchina, ma l’offerta era buona e ho accettato. In quella tintoria sono rimasto cinque anni, fino al ’67, quando sono rientrato in Italia. Durante le ferie estive avevo saputo che in ospedale a Belluno cercavano personale e autisti per le ambulanze. Io avevo fatto la patente e così ho presentato domanda come autista. A fine dicembre mi hanno chiamato: dovevo rientrare dalla Svizzera subito. Non ho potuto dare al padrone nemmeno quindici giorni di preavviso e mi è dispiaciuto.Il rientro è stato un po’ difficile. Lo stipendio in ospedale era molto inferiore. Ho iniziato in corsia, a fare l’infermiere. Dopo pochi mesi hanno aperto una scuola per infermieri. Ho studiato un anno e tre mesi. Poi è uscito un concorso, è andato bene e mi hanno assunto come infermiere a Belluno. È strano a dirsi, ma io delle ambulanze mi sono scordato, perché ho scoperto che era bello il lavoro di infermiere, tanto che l’ho fatto fino alla pensione. Ricordo ancora un particolare. Nel periodo in cui ero ancora in Svizzera, sono tornato in Italia per sposarmi. Il mio capo, però, non poteva concedermi la licenza matrimoniale, perché aveva bisogno di me sul lavoro. Ci siamo sposati il sabato e la domenica pomeriggio eravamo già di rientro. Durante il viaggio mi è venuto in mente che non avevo fatto fare il contratto a mia moglie. Ero d’accordo con mia sorella che sarei passato a trovarla a Milano, ma ho pensato che se transitavo per Chiasso mi potevano creare problemi proprio per via di mia moglie, che aveva solo il visto turistico. Allora ho deciso di fare una frontiera più tranquilla, in Valtellina, a Castasegna. Al momento del controllato documenti, ecco la domanda sulla mia consorte. Cosa fare? Ho detto la verità: «Ci siamo appena sposati. Mi sono dimenticato di farle fare il contratto e siccome il prete ci ha detto che la moglie deve seguire il marito, l’ho portata con me». Si sono messi a ridere e ci hanno fatto passare. Gli abbiamo lasciato un po’ di confetti e via. Poi anche mia moglie ha quasi subito trovato lavoro.

169. Storie di emigranti bellunesi. La nonna balia di Fulvia Corso

Non ho un ricordo visivo della mia nonna paterna Maria, ma ho un forte ricordo di lei racchiuso nel mio cuore. Non l’ho mai vista di persona, ma di lei ho sentito molto parlare, sempre sottovoce, il che me la rendeva un po’ misteriosa. Forse anche per questo sentivo di volerle bene. In occasione di una recente Festa della Donna ho ascoltato alcune testimonianze sulle donne bellunesi, specie quelle così coraggiose che nel secolo scorso lasciavano i propri cari – marito e figli, anche neonati – per “mettersi a balia” presso famiglie facoltose. Potevano in questo modo contribuire economicamente al mantenimento della famiglia, oppure pagare un debito. Così ho ricordato la sua storia. Mia nonna Maria era una di queste donne coraggiose.Nonno Francesco faceva il carpentiere e lavorava a Primolano per gli Austriaci. Aveva comprato un piccolo maso per sistemare i due figli più grandi. Forse aveva fatto un debito che non riusciva a pagare. Nonna Maria aveva da poco partorito due gemelli maschi, il parto ero stato un po’ faticoso, ma lei, giovane, si era ripresa bene e i piccoli godevano di buona salute. Furono sistemati presso una vicina, che a sua volta aveva da poco partorito, perché la nonna aveva deciso di partire per Milano. Avrebbe fatto la balia presso un famiglia benestante, convinta di ritornare appena si fosse concluso lo svezzamento. Ma passato più di un anno, la signora presso cui lavorava si trovò in attesa di un altro bimbo e mia nonna dovette prolungare la sua permanenza senza poter tornare a casa, neppure per una breve visita. Qui la storia si tinge di mistero. Si sa che anche mio nonno partì per Milano, ci fu una grande lite e Maria non tornò più in famiglia. I figli, ormai svezzati, venivano accuditi da una zia nubile, tuttavia lei contribuì al loro mantenimento per lungo tempo. Questa difficile situazione incise molto sulla vita famigliare, tanto che i gemelli non perdonarono mai alla madre l’abbandono e, nonostante lei avesse più volte offerto di raggiungerla a Milano, crebbero con un forte senso di disagio e un vivo rancore nei suoi confronti. Quando nel 1940 vennero mandati al fronte, prima di partire i gemelli (uno di loro era mio padre) decisero di incontrare nonna Maria, ma non fu un incontro sereno. Entrambi ne rimasero delusi e non riuscirono a riconoscerla come madre.Dopo sei anni mio padre ritornò dalla guerra. Eravamo tutti contenti, anche il nonno. Però mancava la nonna. Io avevo sette anni e volevo conoscerla. Decisi allora di scriverle la mia prima lettera, con cui la invitavo a conoscere i nipoti ormai numerosi. La risposta arrivò poco tempo dopo. A scriverla non era lei, ma una conoscente. Seppi così che nonna era molto ammalata (era diabetica) e che attendeva con ansia una nostra visita. Mi attivai subito per convincere papà e dopo molte insistenze lui cedette e mi promise che saremmo andati io e lui a trovarla. Purtroppo nel frattempo giunse la notizia della sua morte. Fu grande il dispiacere e il dolore che anche mio padre e mio zio provarono, consapevoli di aver perso un’opportunità di riconciliazione con la donna che con la sua assenza aveva cambiato la vita di tutta la famiglia.A mio papà rimase la consolazione di dare il nome Mario al figlio nato poco dopo, a ricordo di una madre avuta e persa con il rimpianto di non ricordare una sua carezza.

167. La storia di Cinzia Dal Zotto, membro di Bellunoradici.net

Sono oltre mille gli iscritti alla community di Bellunoradici.net, il socialnetwork dell’Abm dedicato ai bellunesi residenti al di fuori della provincia di Belluno. Tra questi anche Cinzia Dal Zotto. Questa la sua storia:

«Mi chiamo Cinzia Dal Zotto sono originaria di Santa Giustina e oggi vivo in Svizzera, dove sono professore associato alla facoltà di economia e business dell’Università di Neuchâtel.

Perché hai deciso di emigrare in Svizzera?

Sono arrivata in Svizzera dopo un lungo percorso che è iniziato con uno stage di sei mesi in Inghilterra, dopo la laurea in economia e commercio. Finito lo stage mi è stato offerto un dottorato all’Università di Regensburg, in Germania, cosa che in Italia non ho avuto l’opportunità di fare. Lì ho poi continuato con un post-dottorato finanziato dal Ministero della pubblica istruzione tedesca, che mi ha permesso anche di trascorrere un semestre come visiting scholar all’Università di Berkeley negli Stati Uniti. Grazie a queste prime esperienze mi sono poi spostata in Svezia, dove mi hanno scelto per dirigere la ricerca di un nuovo centro studi sulla gestione dei mass media all’Università di Jönköping. La specializzazione nel campo dei mass media mi ha poi permesso di avere un posto da professore all’università di Neuchâtel. È cosi che sono arrivata in Svizzera nel 2008. Non è stata dunque una decisione precisa. Se avessi potuto restare in Italia, e avere le stesse opportunità, lo avrei certamente fatto.

Perché hai deciso di rimanerci?

Ho deciso di rimanere in Svizzera perché è qui che ho il mio lavoro e mi trovo bene. Vivo tra Neuchâtel e Zurigo, due città molto diverse, ma entrambe molto belle. 

Un giorno tornerai a Belluno?

Non lo so se tornerò. Mi piacerebbe, ma dipenderà se ne avrò l’opportunità o meno. Certo trovare un lavoro nel mio territorio in campo universitario sarà difficile, ma non si sa mai che non decida di impegnarmi per sviluppare un polo universitario a Belluno, magari specializzato nelle nuove tecnologie.

Ci sono bellunesi nella tua zona?

A Neuchâtel non ho conosciuto altri bellunesi, a parte una ragazza di Feltre che è venuta a fare il dottorato qui da me. Ci sono molti leccesi, qualche bresciano e bergamasco e anche dei toscani. Mentre a Zurigo sì, ci sono molti italiani di origine bellunese.

Come può supportarti l’Associazione Bellunesi nel Mondo?

Credo che l’associazione Bellunesi nel Mondo stia già facendo un ottimo lavoro monitorando tutti i Bellunesi espatriati e tenendoli in contatto non solo attraverso il suo giornale, la radio ma anche con la sua piattaforma online. Anche dare l’opportunità a chi è emigrato di esprimersi sul vostro giornale è comunque un supporto. 

Cosa deve fare l’Italia, e nel nostro caso Belluno, affinché diventi attrattivo per i “nostri” ragazzi che sono emigrati in questi ultimi anni?

Purtroppo è vero, l’emigrazione è aumentata raggiungendo i livelli degli anni ’50, ovvero del dopoguerra. Ad andarsene sono principalmente i giovani fra i 18 e i 44 anni. Inoltre sono laureati e se ne vanno soprattutto dal Nord. Il Bellunese negli ultimi otto anni ha perso più di 1000 giovani, una cifra elevata per il nostro territorio e una perdita enorme se pensiamo all’investimento che il nostro Paese fa nella formazione universitaria. Il problema è che questi giovani, una volta formati, spesso non trovano lavoro o non hanno opportunità di crescere. Molti di loro hanno idee innovative e vorrebbero poter mettere in piedi una loro impresa, ma trovare dei finanziatori da noi è molto difficile. Il Governo ha già messo in atto alcune misure per arginare il problema della “fuga di cervelli”, un esempio è il fondo nazionale per l’innovazione, che mette a disposizione un miliardo di euro l’anno per il venture capital. Inoltre ci sono delle agevolazioni di cui possono usufruire i lavoratori che sono stati all’estero per almeno due anni: rientrando hanno l’opportunità di pagare le tasse solo sul 30% del reddito. Poi si può fare leva su almeno due programmi europei: il programma Orizzonte, che mette a disposizione 100 miliardi di euro per ricerca e innovazione, e il programma InvestEU che con prestiti e fondi venture capital sostiene settori orientati al futuro come infrastrutture, digitalizzazione, sanità, piccole e media imprese. Certo, a questo deve affiancarsi un miglioramento della viabilità, dunque lo sviluppo delle infrastrutture sia stradali che digitali, per esempio estendendo la banda larga a tutto il territorio bellunese. La sfida è quella di dar voce al nostro territorio e fare in modo che parte dei fondi Europei possano confluire qui da noi. Il bellunese potrebbe essere trasformato in un laboratorio di ricerca e innovazione e, grazie anche al suo territorio meraviglioso e l’alta qualità di vita che si può avere da noi,  attirare i talenti. Certo la sfida è elevata, ma ci si può riuscire: bisogna esserne convinti e impegnarsi.

Cosa ti manca di Belluno?

Tante cose… Mi mancano l’allegria, il calore della gente e la creatività che caratterizzano la nostra cultura, le battute e gli scherzi che in una lingua straniera non vengono mai allo stesso modo. Mi manca il cappuccino italiano, che non ha eguali. Mi manca non avere delle vere radici.

E cosa non ti manca di Belluno?

Non mi manca il traffico che ormai c’è ovunque sulle nostre strade, che non sono state adeguate alle necessità del forte sviluppo economico che il Bellunese ha vissuto negli ultimi cinquant’anni. Per questo credo che se vogliamo che il nostro territorio continui a crescere e ad essere attrattivo, anche in termini turistici, colmare il gap infrastrutturale è una questione prioritaria. Abbiamo turisti da tutto il mondo che vengono a visitare le nostre Dolomiti, patrimonio dell’Unesco. Credo che se migliorassimo la nostra viabilità potrebbero dunque beneficiarne non solo i cittadini, ma anche il turismo e tutte le altre attività economiche del nostro territorio.

138. Storie dei nostri emigranti bellunesi. La vita di Giovanni Bolzan

Giovanni nacque a Belluno nel 1936, era il terzultimo di ben undici fratelli. La vita lo mise subito duramente alla prova quando a sedici anni gli portò via il padre. Solo un anno dopo venne a mancare anche la madre.Per sostenere la famiglia, iniziò il lavoro di mattoniere alle fornaci di Belluno, frequentando – da giovane ambizioso – la scuola serale di muratore. Tanta fatica, tanto sacrificio e tanta responsabilità, un grande carico su spalle ancora fragili di un’adolescenza negata.A diciott’anni le fatiche aumentarono: lui e il fratello Luigi partirono per la Francia. Qui lo attendeva un nuovo lavoro di scalpellino, una nuova lingua incomprensibile, una nuova realtà. Ed ecco che si rendeva necessaria una nuova forza da tirare fuori per affrontare le tante umiliazioni, le tante ostilità, le tante salite che queste terre straniere riservavano senza indugio e senza pietà ai nostri giovani emigranti. La responsabilità del sostentamento della famiglia lasciata tenne viva la sua tenacia, ma la malinconia e la nostalgia erano troppo dolorose e riportarono Giovanni a casa per qualche mese, fino a quando, valigia in mano, ripartì alla volta della Svizzera, per Winterthur, dove iniziò il lavoro da muratore. La nostalgia era sempre tanta e ogni estate il rientro a casa era immancabile per trascorrere qualche giorno in spensieratezza e allegria. Fu proprio in una delle scampagnate estive che, nel 1963, conobbe la sua Rosanna. Fu subito un amore forte che la lontananza non riuscì a ostacolare, tanto che nel 1966 Giovanni tornò nella sua Belluno per sposarla e iniziare una vita nella sua terra insieme a lei. Dopo un anno, la ripartenza per la Svizzera, ma questa volta forti della loro unione, della loro complicità, della loro dedizione l’uno all’altra, del loro amore. Dopo un paio di occupazioni, l’entrata nell’azienda che lo avrebbe accompagnato fino alla pensione, quell’azienda a cui Giovanni lasciò solo ricordi di rettitudine, onestà e instancabile abnegazione.Il 1968 fu l’anno che lo vide diventare padre, l’emozione più grande che giorno dopo giorno si riempi di soddisfazione e orgoglio nell’osservare il suo Moreno bimbo, ragazzo e infine uomo. Grande la felicità nel vederlo realizzarsi e creare una propria posizione lavorativa, ma soprattutto nel capire quanto i suoi valori di onestà, rettitudine e dedizione alla famiglia erano stati interiorizzati da suo figlio, capace di farne – proprio come il padre – i propri essenziali principi.I sacrifici fatti e l’esempio dato non erano stati vani, tutt’altro. Erano stati pienamente assorbiti e questo rappresentava per Giovanni la massima realizzazione di vita. Nonostante il poco tempo che il lavoro gli concedeva, non mancarono le domeniche a Stoss per permettere al figlio di imparare a sciare e non mancarono le lacrime di commozione nel vederlo vincere gare e diventare maestro. Per Giovanni le radici montanare erano sempre presenti e importanti, Moreno questo lo sapeva bene, tanto che imparare a conoscere i posti dove trovare i porcini migliori era sì un passatempo da fare insieme, ma soprattutto un modo per dimostrare a papà che nulla della sua indole e provenienza sarebbe svanito in lui. La montagna batteva nel cuore di entrambi ed entrambi ne erano felicemente consapevoli.Tutto, giorno dopo giorno, era stato serenamente tramandato al suo Moreno, che ormai percorreva da solo il proprio cammino. Questo significò per Giovanni tranquillità e appagamento, oltre alla possibilità di dedicarsi a viaggi indimenticabili con la moglie, dalla Sicilia alla Thailandia. Momenti meravigliosi e spensierati che rimarranno indelebili nel cuore di Rosanna.Giovanni verrà per sempre ricordato per il suo impegno nell’associazione “Bellunesi nel Mondo”, con cui per tanti anni cucinò la sua impareggiabile polenta alla festa annuale di Töss. Chi più lo frequentava, lo ricorderà chino nel suo orto al Reitplatz, sua grande passione, alla quale si dedicava con estrema cura e attenzione e che negli ultimi anni della malattia diventò motivo di reazione e perseveranza. L’amore per la sua Rosanna e l’adorazione per il suo Moreno sono stati per lui gli scopi più importanti, le sue forze più sicure e le sue armi più grandi.L’onestà, la rettitudine e l’umiltà con cui ha saputo affrontare i dolori, le fatiche, i sacrifici e i traguardi di una vita lo rendono degno di un grande ricordo, che chi lo ha conosciuto porterà in sé per sempre. Emigrante, lavoratore, amico, fratello, marito e padre… ogni ruolo vissuto in nome di una grande parola chiamata dignità.

Ci vuole coraggio!

È davanti a me. È un giovane medico. Dal camice bianco aperto si scorge la maglietta verde tipica dei chirurghi, dal taschino laterale pende la tessera dell’ospedale con la fotografia e il suo nome. Lo leggo, è slavo, forse croato… non lo so. Mi sta spiegando delle cose mediche. Parla in tedesco, ma non è facile per lui. Si sente il “combattimento” grammaticale in corso tra la sua lingua madre e la cosiddetta “lingua di Goethe”. È comunque una persona razionale, abituata a mettere in ordine i concetti e così, non appena si accorge di aver fatto un errore, si autocorregge, spesso con successo. Non è facile esprimersi in una lingua straniera spiegando cose difficili e pensare contemporaneamente alla correttezza formale della grammatica.

A un certo punto il medico pronuncia all’italiana una serie di parole tecniche latine comunque facili da capire. Intuisco che conosce anche la mia lingua… forse meglio del tedesco. Gli faccio notare, in tedesco, che, se desidera, può parlare con me in italiano. Il giovane medico mi guarda sorpreso per la mia offerta e con un sorriso mi dice che ha studiato anche in Italia. Lavora nella Svizzera tedesca da un paio di anni. Mi ringrazia ma preferisce continuare a parlare in tedesco perché deve ancora imparare a usare efficacemente questa lingua. Alla fine, le sue spiegazioni sono molto chiare e il suo tedesco è più che accettabile.

Questo episodio mi ha fatto pensare a quante volte mi sono trovato nella stessa situazione di questo medico. Da anni, infatti, lavoro usando una lingua straniera imparata da giovane adulto. Nel corso degli anni questa lingua da “straniera” si è trasformata quasi in una seconda lingua affettivamente importante. Ma sono anche consapevole che il tedesco non potrà mai diventare per me una nuova lingua materna. Una lingua matrigna, forse sì… che può essere anche “crudele” con i suoi trabocchetti lessicali e grammaticali. Quando si utilizza una lingua straniera si tende a essere più vulnerabili rispetto a quando si usa la propria lingua. Certe volte ci si sente perfino “nudi”, inadeguati, dal punto di vista comunicativo.

Ci vuole coraggio a esporsi linguisticamente con il rischio di essere continuamente giudicati dagli altri per il proprio accento non perfetto oppure per qualche errore. Devo dire di essere stato piuttosto fortunato in questo perché le persone che frequentano i miei corsi di linguistica interculturale in tedesco sono sempre disponibili ad ascoltarmi… nonostante tutto.

Da docente di italiano per adulti ho conosciuto persone che non avevano paura di esporsi e provavano a parlare con me anche se facevano errori grammaticali di ogni tipo e altre persone che, invece, erano terrorizzate dall’idea di non poter parlare “perfettamente” e, quindi, preferivano restare zitte per evitare di commettere errori. Quest’ultima soluzione non è sicuramente il principale obiettivo pedagogico dell’insegnamento/apprendimento delle lingue straniere.

Secondo me l’atteggiamento del docente è fondamentale. Basterebbe che si mettesse nei panni del suo interlocutore. L’apertura e il rispetto reciproco favoriscono il dialogo. La pedanteria e l’intolleranza, invece, impediscono qualsiasi comunicazione… non solo a scuola. Ecco, ci vorrebbe un po’ di coraggio in più da parte di tutti nell’essere disponibili a mettersi linguisticamente in gioco anche accettando le inevitabili imperfezioni proprie e degli altri.

Raffaele De Rosa

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