AL CIRCO BUFFALO BILL PUBBLICO BELLUNESE

buffalo_billDietro al leggendario pseudonimo di Buffalo Bill si cela il vero nome del colonnello americano William Frederick Cody (1846-1917), vita avventurosa e spericolata.

Da giovane fu corriere del Pony, cacciatore di bisonti per sfamare gli operai che costruivano la ferrovia dal Kansas al Pacifico, combattente nella Guerra Civile Americana, esploratore del tenente colonnello George Armstrong Custer del 7° Cavalleria, personaggio e militare fra i più controversi della storia americana.

Dopo essere stato deputato nello stato del Nebraska nel 1883 fondò assieme all’attore drammatico Nate Salsbury il famoso Wild West Show, una specie di circo nel quale si esibivano cow-boys e indiani, una squadra di tiratori scelti, spettacoli circensi che raccontavano e raffiguravano il mitico Far West.

Con il Wild West Show Buffalo Bill venne in Europa tre volte, in Italia due volte. Nel 1890 fu ricevuto dal Papa assieme ad alcuni pellirosse del seguito. Poi ritornò in Italia nel 1906.

Il Wild West Show era uno spettacolo con 500 cavalli e 800 uomini. Per trasferire e trasportare tutta la troupe erano necessari cinque treni speciali per una lunghezza di un chilometro. Per l’accampamento era necessaria un’area non inferiore ai 40.000 metri quadrati.

Negli spettacoli non v’erano solo gli attesissimi indiani. L’originale idea di Buffalo Bill era lo spettacolo offerto dalla riproduzione viaggiante delle ultime battaglie degli Stati moderni del secolo, in cui si esibivano veri protagonisti ingaggiati oltre che in America anche in Europa e in altre parti del mondo, come i soldati inglesi che avevano servito Baden Pawell, gli americani della Milizia Civile degli Stati Uniti, gli arabi delle tribù beduine con le loro caratteristiche scimitarre, i cosacchi del Caucaso, i messicani, una rappresentanza di Samurai giapponesi, ovviamente non mancavano le esibizioni di cow-boys e indiani, fra cui il famoso capo Toro Seduto e tiratori scelti.

Gli spettacoli che si avvicendarono erano un susseguirsi di dimostrazione di forza, di tornei e duelli, rappresentazioni spettacolari come l’attacco alla diligenza degli indiani. Dopo essersi esibito con successo in America, Buffalo Bill fece una tournée trionfale in Europa. Allo spettacolo di Londra nel 1887 assistette anche la Regina Vittoria.

Nel mese di marzo 1906 il Wild West Show iniziò la tournée europea a Parigi, poi fece scalo a Genova, seguirono spettacoli in Piemonte, Toscana, Emilia, Umbria, Marche, ancora due tappe in Emilia Romagna, una lunga permanenza in Lombardia, poi nel Veneto a Verona (in Arena 12.000 spettatori), seguirono gli spettacoli a Vicenza e a Treviso dove arrivarono treni affollatissimi di spettatori dalle isole e dall’entroterra veneziano, dal bellunese e dal pordenonese. Costo del biglietto 5 – 8 lire.

In queste città le cronache riportano commenti sullo spettacolo ponendo l’accento sui costumi variopinti dei circensi, l’abilità a cavallo dei cow-boys, l’impassibilità degli indiani in ogni situazione.

La pubblicità sui giornali locali che promuoveva lo spettacolo del circo prometteva: La celebrità delle pianure, il Re di tutti, riprodurrà fra noi le gesta compiute attraverso il continente americano, si mostrerà nell’abilità ad uccidere gli Siux ( così scritto, ndr), e terminerà lo spettacolo con l’apoteosi della pace e la danza delle nazioni.

Il cronista della Gazzetta del Popolo descrivendo lo spettacolo, raccontò: Gli sguardi della folla si rivolsero con curiosità vivissima sulle pelli-rosse, le quali fecero il loro ingresso galoppando vertiginosamente intorno alla pista, ed emettendo grida altissime e disordinate, proprio come gli indiani che aggrediscono il treno.

Terminato lo spettacolo a Treviso, Buffalo Bill promise a Missy (amante e tiratrice scelta):

– Domani andiamo a Venezia, ti porterò a far un giro in barca.

Il giorno successivo il colonnello americano William Frederick Cody, alias Buffalo Bill e Missy accompagnati da cinque indiani a cavallo raggiunsero Venezia in carrozza.

Buffalo Bill indossava casacca e pantaloni a righe e ai fianchi l’immancabile fodero con le pistole Colt, i tre capi indiani portavano il copricapo piumato, gli altri due inalberavano in testa una piuma tenuta da una colorata cinta.

Missy all’imbarcadero forse per paura dell’acqua non volle salire sulla gondola. Stabilirono che lei attendeva a terra il ritorno della comitiva. Buffalo Bill ordinò ad un indiano di rimanere con lei per proteggerla e attendere il loro ritorno sostando al tavolo esterno dell’osteria-ristorante che si trovava vicino l’imbarcadero.

Buffalo Bill e gli indiani salirono sulla gondola che percorse il Canal Grande fino ad arrivare a Piazza San Marco, dove finalmente gli americani ebbero un momento di stupore e meraviglia nel vedere la Piazza e la Basilica di San Marco, ritenendo il resto dello spettacolo offerto dalla città sull’acqua una normalità.

Un cicerone improvvisato raccontò agli americani le bellezze artistiche della Piazza, dei palazzi, dei monumenti e narrò della vita dei Dogi che, il colonnello William Frederick Cody semplificò, paragonandoli all’attività dei presidenti delle Repubbliche Americane.

Conclusa la visita alla celebre Piazza e alla storica Basilica di San Marco, la comitiva risalita sulla gondola con l’aggiunto cicerone attraversato il Canal Grande raggiunse al ristorante Missy e l’indiano in attesa.

Riunita la comitiva, tutti assieme pranzarono degustando una fragrante dorata frittura di pesce accompagnata da fette di polenta abbrustolita, menù molto gradito ed apprezzato dai conviviali.

A questo punto accadde uno sgradevole imprevisto. Mentre la comitiva s’accingeva a lasciare il locale, improvvisamente un indiano abbracciò una donna ospite del ristorante. Un gesto inconsunto. Temendo il peggio il colonnello William Frederick Cody alias Buffalo Bill, impugnò l’inseparabile Colt e, puntandola contro l’indiano, gli intimò di lasciarla. L’indiano all’istante ubbidì, poi s’inginocchiò chiedendo scusa dell’accaduto a Buffalo Bill.

Ristabilita la quiete e in parte l’atmosfera, Buffalo Bill e Missy preso posto sulla carrozza e, seguiti dagli indiani a cavallo, s’avviarono alla volta di Treviso.

Il giorno successivo la grande e numerosa carovana del circo Wild West Show partì per raggiungere la città di Trieste, dove nei giorni successivi diede spettacolo richiamando il pubblico delle grandi occasioni dal Friùli Venezia Giulia, dall’Austria, dalla Slovenia e Croazia.

Il grande e atteso spettacolo circense terminò nel capoluogo giuliano il tour italiano ed europeo.

Il colonnello americano William Frederick Cody alias Buffalo Bill fu un grande e leggendario personaggio, quando giunse nel 1906 in Italia con lo spettacolo del Wild West Show contava sessanta anni. Inclementi le cronache del tempo ricordano che era un’autorità in declino.

Per tutti sarà e resterà per sempre Buffalo Bill, un’icona del mito americano.

Renato Zanolli

DAI SAPPADINI UN AIUTO DETERMINANTE ALLA SCIENZA MEDICA NELLA LOTTA CONTRO IL CANCRO

sappadaL’antico e incantevole borgo di Sappada (1217 m) adagiato a mezza strada tra il Cadore e la Carnia friùlana, non presenta nulla di diverso dagli altri borghi dolomitici di soggiorno estivo e invernale.

Nel paese apparentemente normale vive una popolazione d’antichissime origini carinziane che forma un’eccezionale e caratteristica isola etnica, diventata negli anni 1965-1970 oggetto d’importanti e preziosi esperimenti che si svolsero negli Stati Uniti d’America con la supervisione del professor Albert Bruce Sabin (1906-1993), scopritore del vaccino contro la poliomelite.

Le importanti ricerche furono promosse dall’Istituto Nazionale per la lotta contro i tumori maligni di Bethesda, nel Meryland con la partecipazione di più laboratori universitari degli Stati Uniti d’America, tra cui quello di Cincinnati nell’Ohio. Gli studi miravano a stabilire la responsabilità del virus nella genesi del cancro umano.

Su questa tesi come già provato da studi e, in seguito confermati dagli esperimenti in laboratorio su animali, si cercavano conferme e verifiche sull’uomo per poter comporre quell’importantissimo passo avanti nella cura della malattia con la realizzazione del vaccino immunizzante.

Nell’ambito delle ricerche gli studiosi americani del professor Albert Bruce Sabin in Italia si avvalevano della collaborazione del professor Giovanni Dogo direttore dell’Istituto di Chirurgia Plastica dell’Università di Padova che stava mettendo a punto una serie d’esperimenti su materiale biologico libero da inquinamento proveniente da alcuni tipi di virus ricavati da tessuti umani tratti da alcune particolari comunità.

In definitiva, le cellule provenienti da questi tessuti per le ricerche e gli studi erano inquinati con estratti di tumori o ceppi virali sospettati di promuovere la formazione di neoplasie maligne nell’uomo. Da una meccanica ricerca del tutto differente fin a quel tempo eseguita, i ricercatori con i nuovi studi trovarono preziosi indizi sull’origine virale del cancro umano.

Il problema medico e scientifico dei ricercatori risiedeva nella scelta dei donatori dei particolari tessuti. Dopo accurate ricerche gli studiosi americani erano riusciti ad individuare alcune comunità che, nell’avvicendarsi dei secoli, avevano mantenuto per ragioni ambientali, di costume, di tradizioni o per altre ragioni, una purezza di carattere e quindi un notevole grado di somiglianza genetica, fra cui la comunità degli Indiani Hawasupai della vallata del Gran Canyon, la popolazione olandese dell’Isola di Saba nell’arcipelago delle Antille, la popolazione dei Samaritani di Israele isolati dai compatrioti fin dai tempi biblici.

A queste comunità per un sottile misterioso filo della sorte ha unito la comunità sappadina (1300-1350 abitanti) d’origine carinziana-austriaca, rimasta ai margini della società consumistica lontana e immune dai suoi malanni, quindi si trovava nelle condizioni ideali volute e cercate dagli studiosi statunitensi guidati dal professor Sabin.

Il professor Giovanni Dogo dell’Università di Padova da tempo era a conoscenza dell’isola etnica di Sappada che, a sua volta, presentava analogie con la comunità Cimbra dell’alta Val di IIlasi nel Veronese.

A Sappada il nome delle borgate, il nome degli abitanti, l’architettura spontanea soprattutto impiegando il legno nella costruzione delle case, la lingua locale che è dialetto tirolese conferma l’origine austriaca della comunità, i cui primi pochi abitanti provenienti dal paese di Villgraten s’erano qui insediati alcuni anni dopo l’anno 1000 fuggendo dalla tirannia dei feudali del casato degli Heimfels padroni e despoti dell’alta valle della Drava. Si stabilirono nella valle incolta e disabitata con il permesso del patriarca d’Aquileia e grazie al versamento di una somma annuale, disboscarono, diedero inizio alle coltivazioni d’avena, fava, segale, orzo e all’allevamento del bestiame, diedero inizio al commercio del legname con Venezia.

A questi primi abitati si aggiunsero dal Tirolo orientale altri gruppi famigliari nella prima metà del ‘200. Dal primo censimento disposto nel 1295 dal patriarca di Aquileia, il cui il territorio sappadino apparteneva, si trova scritto che le famiglie abitavano nei masi distribuiti in quattordici borgate.

Il borgo di Sappada per vicissitudini storiche passò nel 1500 sotto l’amministrazione della Repubblica di Venezia, ma nulla cambiò nella vita quotidiana degli abitanti e dalla particolare condizione societaria d’isolamento sottratta solo nel 1762 con la costruzione della strada che collegò Udine ai confini della Carinzia e Tirolo.

La popolazione rimase unita e compatta trovando coesione nell’antica origine difendendola gelosamente nella propria purezza di tradizioni, consuetudini e antichi costumi, fra cui la misteriosa maschera del Rollate originaria dei riti funebri oggi celebrata nel complicato costume carnevalesco. Fino al 1958-60 il 75% dei matrimoni avveniva tra sappadini, il parroco era impegnato nel richiedere le necessarie numerosissime dispense alle autorità ecclesiastiche.

Le origini di purezza dell’antica comunità giustificò la scelta per l’importante studio scientifico. I sappadini sottoposti ai prelievi dai collaboratori italiani del professor Sabin alla guida del professor Giovanni Dogo dell’Università di Padova, erano tutti di giovane età per nulla diversi da tutti gli altri coetanei del resto del mondo.

Soltanto la loro pelle presentava caratteristiche speciali d’eccezionale purezza genetica.

La scelta dei soggetti fu compiuta dopo accurate ed approfondite ricerche negli archivi comunali e della parrocchia, consentendo di ricostruire gli alberi genealogici di parecchie famiglie sappadine risalendo indietro nel tempo di numerosissime generazioni.

Da questa importante ricerca fu possibile identificare con certezza una quindicina di giovani la cui purezza d’origine non aveva subito intromissione d’elementi estranei.

Da questo primo gruppo furono scelti dodici giovani compresi fra i sette e i diciannove anni d’età, per essere sottoposti volontariamente ai prelievi nell’ambulatorio comunale in due turni fra l’estate e l’autunno del 1967.

L’improvvisa notorietà non ha per nulla inorgoglito i giovani che parteciparono alle importanti ricerche scientifiche, così come il resto della popolazione.

Per il ruolo di preziose cavie umane a cui deliberatamente si sono sottoposte non c’è stata alcuna ricompensa. Solo la soddisfazione d’essere gli unici soggetti prescelti in tutta Europa ed aver contribuito per sperimenti di grandissimo interesse scientifico e umanitario nella lotta contro una delle malattie del secolo collaborando alle ricerche del professor Albert Bruce Sabin virologo d’origine polacca naturalizzato statunitense, famoso per aver sviluppato il più diffuso vaccino contro la poliomielite.

Il professor Sabin non brevettò l’importante sua invenzione rinunciando allo sfruttamento commerciale da parte delle industrie farmaceutiche, affinché il contenuto prezzo del vaccino ne garantisse la più ampia diffusione della cura, ricordando più volte: Tanti insistevano che brevettassi il vaccino, ma non ho voluto. E’ il mio regalo a tutti i bambini del mondo. E’ ritenuto dalla comunità internazionale vero benefattore dell’umanità

Dalla produzione e diffusione dell’importante vaccino anti-polio non guadagnò denari, continuò a vivere con lo stipendio di professore universitario. Non ricevette il Premio Nobel per le sue scoperte mediche, in compenso ricevette 40 lauree honoris causa da parte di Università in tutto il mondo.

Nel 1986 il presidente degli Stati Uniti d’America Ronald Regan lo insignì della prestigiosa Medaglia Presidenziale della Libertà.

Renato Zanolli

BEATO BERNARDINO DA FELTRE, FONDATORE DEL MONTE DI PIETA’

Beato-Bernardino-da-FeltreIl Monte di Pietà a Belluno dal 1502

Il Beato Bernardino da Feltre, al secolo Martino Tomitano, era conosciuto come eloquente predicatore molto richiesto dai vescovi delle grandi città soprattutto nei periodi dell’Avvento, Quaresimali e nei monasteri per gli esercizi spirituali.

Era nato a Feltre nel 1439 da Corona dei Rambaldi e dal nobile Donato dei Tomitano, casato fondato come racconta la tradizione, da Bernardo ufficiale del re dei Goti, da cui ricevette l’incarico nel 410 di governare la città di Feltre. Per il governo della città, Bernardo fece costruire un castello a Tomo assumendo il cognome dal toponimo della località.

Martino Tomitano futuro Beato Bernardino da Feltre studiò all’università di Padova, laureatosi a pieni voti si trasferì a Venezia dove fondò una scuola insegnando per qualche tempo.

Dopo aver ascoltato una predica di San Bernardino da Siena, manifestò sentimenti di profondo spirito religioso. Ricevuto i voti dell’Ordine dei frati minori e assunto il nome di Bernardino si dedicò alla vita religiosa. Nel 1471 fu eletto priore del convento di Santo Spirito di Feltre, l’anno successivo fu priore del convento di Trento.

Nel 1485 Bernardino da Feltre invitato nella città di Parma per tenere un ciclo di omelie, per quasi due settimane parlò davanti ad una chiesa vuota, ma non scoraggiato seguitò a predicare come se la chiesa fosse affollata guardando in faccia uno per uno le poche persone presenti. Le prediche di Bernardino da Feltre erano intense, ricche di aneddoti ed esempi positivi alternati ad altri negativi e paurosi, che avevano per fine convincere i fedeli al buon comportamento nella vita religiosa e civile.

Pur non essendo quelli di Parma soliti d’essere frequenti alle prediche come ricordavano i canonici della cattedrale, giorno dopo giorno i banchi della chiesa iniziarono a riempirsi e si riempirono anche le navate fino al termine del ciclo delle previste omelie.

Lasciato la città, Bernardino da Feltre ritornò a Parma alcuni mesi dopo affrontando nelle prediche il tema che gli era più caro, quello che lo vedeva impegnato fino a scagliarsi con parole pesantissime contro il lusso e la pratica dell’usura praticata dai banchieri.

Lusso e usura erano due temi che fra Bernardino da Feltre perseguì per oltre venti anni. Per il religioso fu l’argomento che lo portò a fondare i Monti di Pietà, l’istituto che avrebbe prestato denaro ai poveri ad interesse zero e agli imprenditori a bassissimo irrilevante interesse.

Dal tempo medievale il denaro a prestito d’interesse era autorizzato degli Statuti cittadini. Ogni città provvedeva a fissare le proprie percentuali. La qualifica d’usura scattava, quando era applicato al prestito un tasso superiore al 20 per cento della somma prestata. importo che nei tempi successivi si moltiplicavano a dismisura.

L’attività dei Monti di Pietà cominciò a Perugia il 23 febbraio 1462, quando i priori della città disposero per quel giorno il pagamento di 6 fiorini per accogliere degnamente il celebre predicatore fra’ Michele Carcano proveniente dalla diocesi di Milano, chiamato per predicare contro la pratica del prestito di danaro ad usura alla cui base c’era il vizio terribile dell’avarizia e dell’avidità.

Terminato il ciclo d’omelie contro quanti si rendevano responsabili di procurare danni talvolta irreparabili alle persone e di conseguenza al tessuto economico della società, alcuni frati fra cui Bernardino da Feltre e fra’ Michele Carcano, fondarono il primo Monte di Pietà. Scopo dell’istituzione finanziaria erogare prestiti limitati nel tempo, solitamente un anno, senza scopo di lucro.

I richiedenti dovevano presentare un pegno che valesse almeno un terzo in più di quanto intendevano fosse loro concesso per l’entità del prestito. Funzione del Monte di Pietà era finanziare persone in difficoltà fornendo loro la necessaria liquidità.

I beneficiari fornivano in garanzia del prestito beni di valore che si vedevano restituiti, quando ripianavano il debito. Per questa caratteristica si rivolgevano ai Monti di Pietà le popolazioni delle città dove molte persone vivevano di pura sussistenza.

La fondazione dei Monti di Pietà trovò tutti d’accordo, clero e autorità civili. Per far conoscere l’avvenuta fondazione nelle città dei Monti di Pietà, le informazioni furono affidate ai predicatori dal pulpito delle chiese durante le messe. Il sistema finanziario funzionò fin dai primi giorni della fondazione dell’Istituto, trasformando i prestiti in denaro in un clamoroso evento collettivo.

Fra Bernardino da Feltre fondò i Monti di Pietà a Mantova (1484), Padova (1491), Crema e Pavia (1493), Montagnana e Monselice (1494). 

Oramai famosissimo raggiunse la natia Feltre nel 1492 dove predicò per tre giorni consecutivi nella piazza stracolma di fedeli e popolani accorsi per ascoltarlo. Morì a Pavia nel 1494 a soli 55 anni d’età.

A Belluno il Monte di Pietà venne fondato nel 1502 con lo scopo di prestare denaro alla comunità, attività fino allora svolta da mercanti e finanzieri ebrei che operavano con contratti stipulati con la Comunità di Cividale di Belluno e, in seguito, l’attività filantropica dell’Istituto si adoperò nel campo assistenziale. Al momento della fondazione la sede del Monte di Pietà si trovava nei locali nell’edificio della Confraternita di Santa Maria dei Battuti e, dal 1531, in Piazza del Mercato (Piazza delle Erbe ndr) come si trova scritto sul retro della Tavola ex Voto Delaito raffigurante Cristo in Pietà dipinto da Giovanni Da Mel, opera conservata al museo civico di Belluno.

Gli storici ritengono il palazzo rinascimentale in cui fu trasferito il Monte di Pietà appartenente al ricco ser Geronimo Sommaria, che l’avrebbe donata all’Istituto nel 1511 unitamente alla bottega, come testimoniò il notaio Pier Paolo Delaito.

Dopo la morte di Bernardino da Feltre, il confratello Bernardino Bulgarino da Brescia dell’Ordine dei frati minori, raccolse molte testimonianze dei fedeli e ricordò alcune celebri prediche che indicano oltre al lato di sagacia del frate feltrino, anche quello meno conosciuto ma assai apprezzato dell’ironia praticata nelle omelie contro l’accumulo di denaro da parte dei fedeli, sostenendo: Ve affànate, stràchete, deslènguete e quando averai fat e fat, averai molti che li magna, ma pochi di chi ti fida. E poi: Chi ha, è più cargo, chi non ha niente va lenzarmente. Chi va dietro ai bon boconi, a la fin averà li strangojoni. Attento che el fumo dei macheroni no te orba i ochi! Come non dargli ragione! E ancora: Avanti che tira la balestra se pol rimediar. Una corda del chitarin che sia discordata, fa cativo son. La pala brusa senza onzerla. Volta carta, amigo, no esser pegro, va a confesar, che il diavol te tiene par lo zuffo (ciuffo dei capelli).

Sulle donne di famiglia pensava che: Cugnata con cugnata doi gate non se parlano se non de ponta! E che: Suocera con nora, can e gato. Fra Bernardino da Feltre era solito ricordare Pars mea Deum est (Il mio partito è quello di Dio). Era alto solo un metro e mezzo ma la sua è stata una grande figura di diplomatico svolgendo opera di pacificazioni tra i componenti d’importanti casati storici su invito di papa Innocenzo VIII, il papa che ancor oggi gode di pessima fama perché emise nel 1484 la bolla: Summis dediderantes affectibus codificata tre anni dopo per comporre il famigerato Malleus maleficarum il libro usato nei procedimenti processuali dagli inquisitori. La bolla papale è ritenuta la miccia che diede fuoco alle polveri della caccia alle streghe e ai terrificanti processi inquisitori.

Per 38 anni il frate feltrino peregrinò di città in città predicando, celebri i suoi soggiorni per i celebre sormoni tenuti nelle città di Parma, Faenza, Perugia, Urbino, Teramo, Rieti, Lodi, Milano. A Bernardino da Feltre gli sono attribuiti molti miracoli. La tradizione racconta che possedesse il dono dell’ubiquità. Un giorno mentre stava predicando a Padova s’interruppe per un breve riposo. Alla ripresa della predica si scusò con i fedeli dicendo che era stato a Feltre ai funerali della madre. Nel corso di una predica a Pavia stette per un lungo tempo immobile in estasi. Disse ai fedeli che in quel tempo aveva visto il funerale di suo padre. I due fatti risultarono veri.

Renato Zanolli

I CONTHE AGORDINI BRAVI E INGEGNOSI

careghetaNel Bellunese come in molte altre regioni delle Alpi e delle Dolomiti, le vallate dividono le comunità ma favorivano attività specifiche che raggiungevano l’eccellenza. Nello Zoldano dopo l’esaurimento delle miniere e la chiusura dei forni per la fusione dei materiali ferrosi, molti valligiani rimasti senza lavoro diedero inizio all’attività di gelatai in Veneto, in Friùli Venezia Giulia, in Italia, in Europa, rendendo famoso il gelato artigianale all’italiana in tutto il mondo.

Nelle località Agordine erano già famosi nel ‘500 i fabbricanti di sedie e i seggiolai impagliatori chiamati comunemente cònthe, termine proveniente dal bellunese-veneto conzar, in altre parole acconciare.

Nella Venezia del ‘500 la comunità Agordina contava una massiccia presenza di artigiani fabbricanti di sedie, che in buona parte venivano esportate all’estero dai valenti commercianti veneziani. I più famosi cònthe, racconta la leggenda, erano originari di Rivamonte Agordino.

L’attività dei seggiolai-careghète assunse notevole importanza artigianale e commerciale nelle ultime decadi dell’800 con la chiusura delle minerarie della val Imperina e della filiera lavorativa che seguiva: fonderie, fabbri ferrai, produttori di chiodi, serrature e chiavi.

Il mestiere di cònthe non era lavoro facile. L’attività obbligava gli artigiani a spostarsi da una località all’altra, da una valle all’altra, da una regione all’altra in Italia e all’Estero, costretti ad una vita seminomade alla perenne ricerca di lavoro.

Gelosi del mestiere e dei segreti che includeva la produzione di una sedia (16 pezzi impiegando 4-5 varietà di legno, realizzata ad incastro senza l’impiego di chiodi e con linea architettonica da far invidia ai migliori design).

Nei trasferimenti da un luogo all’altro l’attenzione maggiore dei careghète era riservata agli utensili di lavoro, difficilmente reperibili fuori della vallata Agordina.

I cònthe partivano dopo la festa dell’Epifania (6 gennaio) per far ritorno al paese per la sagra patronale di Rivamonte Agordino (13 giugno), evento che segnava l’inizio dello sfalcio dei prati, dei lavori della fienagione, della transumanza dei greggi e degli armenti dal paese alle alte praterie dell’alpeggio. Ripartivano per la festa di San Bartolomeo (24 agosto) per far ritorno alcuni giorni precedenti le festività di Natale.

L’abbigliamento del cónthe era essenziale per ragioni di denaro, d’ingombro e peso nei trasferimenti: una camicia, una giacca utile anche per cuscino o coperta, un panciotto, un paio di scarpe, una maglia di lana, un paio di calze di lana grezza, un cappello, il grembiule. Di tanto in tanto (alla domenica), il careghèta provvedeva in proprio a lavare la biancheria nei giorni di sole. Stirare la biancheria era pratica sconosciuta.

Il cònthe portava con sé uno o due apprendisti affidatigli dalle famiglie affinché imparassero il mestiere. L’età media dei giovani era 11-12 anni. Talvolta erano bambini di 8-9 anni che partivano da casa spauriti per un’avventura sconosciuta. Nel contempo una bocca in meno da sfamare per la famiglia. I tempi con quel poco che la montagna offriva erano davvero difficili.

Il cònthe padrone trascorsi i primi giorni impiegati nel trasferimento, si rivelava (generalmente) persona severa con i piccoli indifesi apprendisti. A pranzo e cena il cibo era scarso. Molto lavoro, niente svaghi né giochi per i giovani garzoni.

Più trascorreva il tempo, più ai piccoli apprendisti lievitava la nostalgia per la mancanza della famiglia, il rimpianto e i ricordi per i giochi con gli amici al paese e, ultimo ma non ultimo, mancavano le amate montagne.

Il lavoro dei garzoni per la stagione era compensato con un vestito nuovo e in un paio di scarpe da sfoggiare alla domenica e, da indossare, soltanto alla domenica e alle feste quando si recava con la famiglia in chiesa per la messa. Qualche soldarello il giovane iniziava a guadagnare negli anni successivi, in ragione alla manualità ottenuta negli anni dell’apprendistato e alla qualità del lavoro svolto.

Dovevano trascorrere 7-8 anni perché il garzone potesse diventare padrone di sé stesso, dando inizio all’attività di careghèta-cónthe.

I cònthe inventarono un linguaggio unico e particolare per comunicare tra loro, parlavano un linguaggio sconosciuto agli estranei, evitando che informazioni e segreti tecnici e commerciali venissero compresi dai clienti, da altri artigiani e commercianti.

La tradizione vuole che a ideare-fondare il lessico dello scabelament del còntha siano stati i seggiolai di Tiser Agordino, villaggio nel Comune di Gosaldo. Successivamente la segreta parlata venne adottata dai cònthe di Don, poi dagli artigiani delle comunità di Voltago Agordino e di La Valle Agordina, infine dagli artigiani di Rivamonte Agordino.

La vita dei seggiolai era spesso un’avventura. I viaggi non erano da meno per raggiungere città e villaggi dal Piemonte all’Abruzzo, dal Trentino alla Francia, dove i cónthe erano ritenuti veri maestri dell’intaglio del legno e della lavorazione della paglia.

Molte famiglie francesi si ritenevano onorati poter ospitare a pranzo ed alloggiare gli abili cónthe italiani che, oltre a rinnovare con nuovi modelli le sedie di casa inconfondibili per l’alta qualità dell’esecuzione, producevano e rinnovavano anche per altre famiglie del paese, del villaggio e del quartiere della città.

I careghète agordini usufruivano di diversi mezzi per il trasferimento e il trasporto dei materiali. Alcuni partivano dal paese a piedi trainando il carretto con quanto necessitavano per il lavoro, altri si spostavano in bicicletta. Tre giorni di viaggio per raggiungere la Liguria e il Piemonte, quattro-cinque giorni l’Abruzzo. Dagli anni successivi alla Grande Guerra il treno era il mezzo preferito e più usato dai seggiolai per i trasferimenti da un luogo all’altro.

Raggiunto il paese, città o villaggio, il lavoro del careghèta e del-dei garzoni iniziava di buon mattino.

Il giovane apprendista era inviato a girare per le strade e piazze dell’abitato con una seggiola portata sulla schiena alla ricerca del lavoro. Il garzone declamava a gran voce in lingua locale che il careghèra era arrivato e dava inizio al lavoro nella tal piazza, generalmente dove si svolgeva il mercato settimanale. La popolazione portava nel luogo convenuto le sedie da impagliare e trattava il prezzo per i nuovi ordini. A metà mattinata iniziava il lavoro.

La realizzazione di una nuova sedia che avveniva su indicazione del cliente obbligato a fornire il legno, richiedeva parecchie ore di lavoro. La tecnica di costruzione seguiva il metodo collaudato nel corso di molti anni: il cónthe eseguiva i compiti principali che richiedevano maggior esperienza, ai garzoni erano affidate le operazioni di squadratura e levigatura dei legni e l’impagliatura, che avveniva con varie tecniche: al doppio còrdol, alla stròlt, alla francese. Infine, tutti i pezzi venivano assemblati con la tecnica dell’incastro. A sera il lavoro per la costruzione della sedia era concluso.

Qualche careghèta terminava il lavoro strofinando con piglio esperto sulla parte sottostante della paglia del piano della sedia una sardella o un’aringa. Questo perché il gatto di casa salito sulla sedia annusando il prelibato odore graffiava la paglia sperando di trovare il ghiotto boccone. Per il padrone di casa la necessaria impagliatura doveva rinnovarsi con tempi abbreviati. Trucchi del mestiere.

I pranzi dei careghèta erano spartani: all’inizio del viaggio formaggio e salame portati da casa accompagnati da fette di pane o polenta, successivamente mortadella, acciughe, fichi, noci, ancora formaggio e salumi. Per cena cucinavano su un improvvisato fuoco da campo minestra, minestrone o polenta utile anche per il giorno successivo.

Anche il pernottamento era di fortuna, problema che si presentava sera dopo sera al termine della lunga giornata di lavoro. L’improvvisato giaciglio in campagna veniva preparato con il permesso dei contadini nelle stalle (c’era caldo), nei fienili e granai. Nelle città bivaccavano in qualche porticato, sotto un ponte, in luoghi riparati, nei giardini privati e pubblici.

La domenica era dedicata in parte al riposo, ad incontrare paesani careghèta, scrivere qualche riga a casa ai genitori, alla moglie, alla fidanzata, agli amici. Una parte del giorno era dedicato alla manutenzione degli attrezzi da lavoro e per reperire l’indispensabile paglia.

Con l’avvento della plastica, di nuovi materiali e dell’industria, il mestiere dei seggiolai-careghète subì un duro colpo, ma non terminò. Dalla metà del ‘900 nei giorni mercato in un angolo delle piazze di molte località, ancor oggi si possono incontrare sempre allo stesso posto i careghète che impagliano sedie. Dai primi anni del 2000 è ritornato a molti giovani, e non più giovani, il piacere per l’arte del seggiolaio (sono organizzati corsi) e la richiesta dell’originale antica sedia artigianale da parte di una clientela qualificata.

A Rivamonte Agordino/Gosaldo (Bl) si trova una bottega artigianale che produce sedie impagliate seguendo gli antichi metodi. Nel villaggio di Tos, nel Museo Etnografico del Seggiolaio ospitato nell’ex scuola elementare è raccontata l’epopea dei seggiolai-careghète-cònthe con i molti caratteristici strumenti di lavoro, con documenti e fotografie, e una varietà di sedie impagliate con tecniche differenti. Una parte del Museo è dedicata alla locale lavorazione artigianale del ferro, del legno e del casaro.

Renato Zanolli

Ricordi giovanili di un emigrante

“Dovrei ritornare indietro nei tempi che furono per parlare un po’ della mia vita da giovane, molto varia, in anni che allora erano molto magri. Quando mi allenavo in bicicletta, partivo da Farra di Mel, passavo per Trichiana per poi salire al passo San Boldo, scendere giù a Tovena, poi salire il Fadalto, e ritornare a casa a Farra via Ponte nelle Alpi, Belluno, Riva del Boscon, Bribano e ponte San Felice. Tutto questo lungo giro senza mangiare, perché non c’era denaro. Così andavo da mia nonna Pina, che aveva le mucche: lei mi dava un po’ di latte, un pezzetto di formaggio fatto da lei e un po’ di polenta avanzata dal mezzogiorno: potete ben immaginare che se con ci fosse stata lei ad aiutarmi – la più grande persona che io avuto nella mia vita da giovane -, non sarei mai riuscito a diventare Campione Provinciale Giovanile. I miei genitori avevano tre figli da allevare e curare e perciò non volevano sapere dello sport che facevo, così ho dovuto arrangiarmi da solo. Finita la scuola sono andato a Bassano del Grappa come muratore, così ho cominciato a guadagnare e a mandare a casa un po’ di denaro per curare i miei fratelli. Mi comperai una bicicletta da corsa Bianchi, di occasione, ma bella e buona, con la quale andavo e tornavo da casa, circa 80 km di andata e altrettanti di ritorno. Arrivò l’obbligo del militare; fui arruolato, per due anni e mezzo, nei paracadutisti alpini e così sorvolai tutte le Dolomiti dall’A alla Z. E’ stata per me la più bella esperienza giovanile: mi sono innamorato dell’aereo e del paracadute più che di una donna! E’ una cosa così meravigliosa che l’auguro a tutti i giovani d’oggi…”.

Walter Zanin
Zurigo (Svizzera)

LA GRANDE GUERRA SULLE DOLOMITI

guerraMORTE DEL GENERALE CANTORE, UN GIALLO
Il generale Antonio Cantore, Medaglia d’Oro al valore militare, fu il primo generale Italiano a cadere nella Grande Guerra. Venne colpito da una pallottola in piena fronte il 20 luglio 1915, mentre da una postazione a Forcella Fontananegra osservava la trincea nemica.

Fin dalle prime ore dopo la morte del generale, fra i soldati e la popolazione civile, si diffuse una domanda tanto semplice quanto complicata: chi aveva sparato al valoroso Cantore? Un cecchino Austriaco come indica la versione ufficiale, o un soldato Italiano secondo vox populi esasperati dalla sua inesorabile durezza?

Dal giorno del funerale a Cortina, il berretto forato deposto sopra la bara che il generale Cantore portava quando venne colpito, consegnato ai famigliari, non comparve più in pubblico per 83 anni. Nel 1998, il berretto ricomparve esposto a Cortina alla Mostra sulla Grande Guerra 1915-18 organizzata dallo storico, studioso e responsabile del Museo Tre Sassi in Valparola, Loris Lancedelli, ospitata nel palazzo del Comune in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fine della Grande Guerra.

Il berretto, lo prestò per l’occasione, il nipote del generale, l’ingegnere Antonio Cantore, dopo aver visionato la Mostra, non immaginando certo che avrebbe destato gran curiosità e scatenato (rispolverando) vecchie polemiche generate dal foro del proiettile.

Durante il conflitto bellico, Austriaci e Italiani impiegavano proiettili di calibro differente: otto millimetri e mezzo gli Austro Ungarici, sei millimetri e mezzo, cioè più piccoli, i soldati del Regio esercito. Misurando il foro nel berretto probabilmente si sarebbe potuto capire fin dal 1915 da quale arma il proiettile forse partito. In Mostra, esperti e storci osservarono il foro che bucò la visiera di cuoio del cappello del generale Cantore, considerarono forse troppo piccolo per corrispondere ai proiettili sparati delle armi Austriache.

Ma è davvero così? Il cuoio come è noto, col tempo tende a restringere ed irrigidirsi: Difficile stabilire il vero calibro dell’arma dopo tanti anni. Agli osservatori la misura di calibro non fece che aumentare i misteri, e pose il quesito: è mai possibile che il primo prestigioso eroe della Grande Guerra, sia caduto non per mano nemica, ma per il tradimento di ufficiali ribelli?

Dai primi giorni, dopo la caduta del generale, fra quanti s’occupavano di fatti militari, correva voce che a uccidere Cantore fossero stati i suoi uomini. Per quale ragione? Il generale era soldato tutto d’un pezzo, 55 anni, alto, bell’uomo, forte personalità, destava impressione, era il più ammirato e il più temuto. Generale di divisione aveva partecipato alla guerra di Libia distinguendosi per l’ardimento, il suo coraggio era leggendario. Lo chiamavano el vecio, e anche il papà degli alpini. Ancora oggi per gli Alpini il generale Cantore è mito ed eroe.

A volerlo a Cortina era stato il generale Cadorna in persona, per sostituire il generale Saverio Nasalli Rocca, accusato di essere troppo lento e prudente. A Cortina i rapporti con la popolazione e coi suoi stessi uomini furono burrascosi fin dall’inizio. Testimonianze raccontano che il generale aveva in animo di far sgomberare Cortina da tutti i civili. Gli ufficiali s’erano opposti in modo fermo al progetto contrastando il generale Cantore, sostenendo che sgomberare il paese significava consegnare agli Austriaci l’alibi per distruggere la città, le abitazioni e i grandi alberghi di Cortina, già famoso centro turistico e alpinistico internazionale, rimasto fino al momento d’entrata in guerra, per 400 anni sotto l’amministrazione Asburgica, che la popolazione considerava diligente e virtuosa. Per molteplici ragioni, far evacuare il paese sarebbe stato un disastro diplomatico, militare e civile.

Per questo motivo, il temerario generale, era visto con sospetto e poca simpatia, mentre nei suoi confronti aumentavano sentimenti sempre più rancorosi da parte di ufficiali e civili.

La mattina del fatidico 20 luglio 1915, il generale Cantore uscì dall’Albergo Posta dove alloggiavano gli ufficiali, salì sull’auto per raggiungere il villaggio di Vervei costruito dai soldati Italiani alle falde delle Tofane. Lungo la strada incontrò un ufficiale della Brigata Como, la prima entrata in Cortina, dopo averlo brevemente interrogato gli dà dieci giorni di consegna per essersi allontanato dal suo reggimento, punizione ritenuta un fatto insolito nei confronti di un ufficiale.

Raggiunto Vervei, incontrò gli ufficiali e generali della Brigata a cui espose il suo piano di battaglia per sfondare il fronte Austriaco.

Più tardi raggiunse la mensa dove i soldati erano a tavola per il rancio. Fece interrompere il pranzo e pronunciò, con tono veemente, la frase divenuta storica: Domani sarete tutti lassù! Quel lassù venne interpretato dai soldati con più significati: lassù a Fontananegra dov’era previsto l’assalto, ma anche lassù in cielo, considerato che per l’audace attacco ci sarebbero stati molti caduti. Il clima si fece cupo.

Da questo momento le versioni sulla caduta del generale sono due. La versione ufficiale racconta che il generale Cantore terminata la riunione con ufficiali e generali e dopo aver pranzato. Salì in direzione della postazione più avanzata di Fontananegra accompagnato da quattro Alpini. Gli Austriaci in postazione soprastante distavano circa duecento metri. Il generale, berretto in testa e cannocchiale in mano per prender visione dell’esatta posizione delle mitragliatrici nemiche e per definire la strategia dell’assalto si sporse da una roccia. Un primo colpo di proiettile lo sfiorò appena. Gli ufficiali l’invitano a mantenere una posizione più riparata, ma Cantore intrepido non ha paura, si sporge nuovamente: il cecchino Austriaco non sbaglia la mira, lo colpisce al centro della fronte.

Sulla notizia della morte del generale, fra soldati e civili, sono corse voci fra le più incredibili e fantasiose, alternando verità e bugie: una falsa, sosteneva che il generale ucciso nel villaggio di Vervei fosse stato portato a Fontananegra. In un’altra, dei primi anni dopo la conclusione della Guerra, un Alpino, dichiarò d’aver partecipato al plotone d’esecuzione. Negli anni Sessanta, in un’intervista ad un quotidiano trentino, Attilio Berlanda, Kaiserjeger, arruolato nell’esercito Austro Ungarico, sosteneva d’essere lui il cecchino che sparò al generale, azione per la quale venne insignito della Medaglia d’Oro dall’Imperatore d’Austria in persona. Indagini hanno accertato che Berlanda aveva sì ricevuto la Medaglia d’Oro per un’azione bellica, ma nel 1914 in Galizia.

Dei quattro Alpini che accompagnarono il generale il giorno dall’agguato non si conoscevano i loro nomi e non sono mai stati rintracciati. Considerando che sparare al proprio generale comporta la fucilazione, è credibile sostenere che almeno uno di loro sarebbe stato interrogato, e quindi se ne avrebbe notizia.

Un’altra versione, che a tutt’oggi sono in molti a sostenere, è che non fu il nemico a uccidere il generale Cantore, non vi sono prove. Rimane perciò un fatto oscuro, un enigma forse irrisolvibile.

O semplicemente le cose andarono come un triste episodio di guerra nella versione ufficiale. Ma allora perché dopo tanti anni continuano dubbi e sospetti?

Davanti al cappello esposto alla Mostra della Grande Guerra, storici, curiosi, giornalisti, il numeroso pubblico, osservarono con molto interesse il foro e gli esemplari delle pallottole esposte poco distanti dal cappello del generale. Non sfuggì il fatto che le pallottole Austriache non passerebbero dal buco, mentre non vi sarebbero difficoltà per quelle Italiane. E’ pur vero che il cuoio si restringe, ma…rimane un ma e un mistero.

Colpito il generale Cantore, dal diario di don Pietro Alverà

Uno degli episodi più memorabili della conquista della Tofana, fu la tragica morte del generale Cantore, avvenuta il 15 (20 ndr) luglio 1915. Nel pomeriggio di detto giorno egli andò in automobile a Pocol e di là a piedi per Campo di Fedarola verso Col dei Bos. Ivi in una trincea esaminava con un binocolo le postazioni Austriache. I suoi accompagnatori lo avvertirono di star più accorto.

Rispose che bisognava andar più avanti e che per lui non era ancora stata fusa la palla Austriaca.

Appena pronunciato queste parole, restò colpito alla fronte e morì senza nemmeno pronunziar altra parola. Il medico che era con lui non poté trattenersi dal dire: “Ora Signor Generale vada più avanti”.

Gli ufficiali Italiani divulgarono la notizia che era stato ucciso da un tiratore Ampezzano, sotto il comando di un vecchio Ampezzano austriacante. (Bortolo Alverà) (Arch. Stor, per l’Alto Adige anno 1915, pag 317). Ciò era impossibile perché in questo 20 luglio 1915, la compagnia Bersaglieri a tiro di Ampezzo, sotto il comando di Angelo Dalus, si trovava sul Sief, dunque sul Col di Lana. La compagnia dei Bersaglieri a tiro di Ampezzo, al comando del capitano Bortolo Alverà e dal tenente Angelo Dalus, fu mobilitata e spedita in Son Pouses il 19 maggio 1915, e da ivi a Bruneck il 13 giugno, addì il 17 giugno a Piccolino, addì il 18 giugno a Corvara, addì il 21 giugno al forte Corte di Livinallongo, e addì 19 luglio al giogo del Sief e di Col di Lana, dove rimase tutto il tempo della guerra.

L’8 luglio 1915 il capitano Bortolo Alverà fu trasferito in veste di comandante della guardia e della riserva in Badia, ed il tenente Angelo Dalus avanzato a Capitano. I Bersaglieri a tiro d’Ampezzo, rimasero sotto questo comando fino alla fine della guerra sul fronte del Col di Lana. Bortolo Alverà rimase in Badia fino al 25 luglio 1917, ed indi sciolta quella guardia, fu trasferito al gruppo degli ingegneri di Ponchià, sotto il tenente colonnello Rommel.

Iì 27 aprile 1918 fu trasferito a Primiero e invitato a Canal San Bovo. Addì 4 novembre 1918, si ritirò verso Bolzano; a Predazzo venne derubato dei suoi bagagli. In Ampezzo giunse il 10 novembre 1918 e fatto prigioniero da una pattuglia militare ed il giorno dopo condotto verso Pieve di Cadore, indi successivamente in diversi luoghi. Alla fine di febbraio 1919 poté ritornare in patria da Trento.

I semplici soldati raccontavano pubblicamente che il generale Cantore era stato ucciso da uno di loro, perché imponeva sacrifici inumani pur di avanzare. Don Cristoforo Rizzardi, che dal 12 agosto 1915 in poi fu parroco provvisorio di Ampezzo, scrive nella cronaca della canonica “20 luglio 1915 – Il Generale Cantore restò ucciso da un franco tiratore Ampezzano, altri dicono…..”Con questo suo punteggio accenna senza dubbio alla seconda versione. Questa non sembra credibile, ed è da supporsi che sia stato ucciso dalla solita pattuglia Austriaca, che era cambiata ogni 48 ore.

Maria Menardi narra il fatto e specialmente la sepoltura nel seguente modo: “Fu ucciso il Generale Cantore, si dice dal Castello della Tofana”. La salma fu trasportata nella cappella di San Francesco ed ivi restò esposta tutta la notte. La mattina del 22 fu trasportata nella chiesa parrocchiale dove ebbero luogo le esequie, indi fu accompagnata al cimitero da un buon numero di ufficiali e soldati e qualche Ampezzano. Al termine della cerimonia di sepoltura, il generale comandante di divisione, pronunciò un discorso affermando che avevano perso un grand’uomo colpito in fronte da un franco tiratore Tirolese, essendo avanzato per scoprire il nemico. Infine, dice: “Davanti a quella Croce che ispira perdono, noi giuriamo vendetta”. Nelle settimane successive, una granata Austriaca caduta nel cimitero provocò il parziale dissotterramento di più salme, compreso quella del generale Cantore. Seguì l’immediata cerimonia di traslazione e sistemazione cimiteriale.

Il monumento al generale Antonio Cantore venne eretto vicino alla stazione ed inaugurato la domenica 4 settembre 1921. A questa cerimonia furono presenti molti Italiani, autorità militari e civili. Ora le spoglie del generale Antonio Cantore riposano nel Sacrario di Pocol, sopra Cortina d’Ampezzo.

Renato Zanolli

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