da Redazione ABM | Ott 8, 2013 | ABM NEWS, ABM NEWS ESPAÑOL, ASSOCIAZIONE, DOCUMENTI, EMIGRAZIONE, FARNESINA, ITALIA, LIBRI, MONDO, POESIE e..., PROVINCIA BELLUNO, RADIO ABM, REGIONE VENETO, RICETTE, STORIE..., VIAGGI
Bellunese, Trentini, Altoatesini, Pordenonesi, Giuliani, Friuliani: todos juntos para representar los “Dolomiticos del Mundo”. “Ha sido una Expo delle Dolomiti con calidad internacional en el que cada asociación ha presentado sus propias dimensiones. En las instalaciones de la feria asistieron las asociaciones, entre ellas la Asociación Bellunesi nel Mondo y Trentini nel Mondo. El primero con una serie de vídeos dedicados al MiM Belluno, el nuevo museo interactivo de la migración, y el segundo con varias videoconferencias abiertas al público, ademàs hubo la participación de varios trentinos que viven en el extranjero. Un fin de semana del 27 al 29 de septiembre , donde la “Expo delle Dolomiti” ha unido todavia màs al territorio dolomitico y le diò voz a su comunidad.
da Redazione ABM | Ott 2, 2013 | STORIE...
Le feste nei tempi passati erano occasione di sincera e schietta allegria fatta di poche semplici cose, sufficienti per il buon umore della popolazione. Le festività erano occasioni per le ragazze di vestire bel il costume tramandato da madre in figlia arricchito ad ogni generazione con nuovi ornamenti e gioielli, sino a diventare prezioso.
In occasione delle solennità religiose venivano eseguiti cori, musiche e danze. Le danze nei tempi più antichi erano figurate, poi i giovani che emigravano per lavoro portarono in Cadore i nuovi balli: la Manfrina, la Polacca, la Polka saltata, il modernissimo Walzer superato dall’argentino Tango.
Una delle ricorrenze più attese a Valle, Nebbiù e Pozzale era la festa dell’Epifania, chiamata la festa della Buona Stella. La sera precedente la celebrazione i giovani si riunivano in gruppetti per allestire un grande stellone luminoso e, con questo, andavano vestiti da Re Magi di casa in casa, di villaggio in villaggio, portando con canti e filastrocche gli auguri del Nuovo Anno.
I giovani erano attesi dalle famiglie che, per l’occasione, avevano appositamente preparato dolcetti, crostoli, castagnole, frutta, bevande e piccoli doni. Le ragazze approfittavano dell’evento per porre sulla confezione dei doni un fiocco, un nastro, un ricamo, un ornamento particolare.
Concluso il giro, i ragazzi si riunivamo in casa di uno di loro per far Filò e distribuire i doni. Ogni giovane teneva per sé il dono con il segno della giovane che aveva destato le sue simpatie, occasione forse ideata e attesa da molto tempo.
Alla prima domenica successiva alla festa dell’Epifania, il giovane sul vestito indossato per partecipare alla messa portava all’occhiello il convenzionale segno segreto. Ogni ragazza cercava con gli occhi, curiosità e un filo d’apprensione il proprio ornamento. Se lo avvistava, allora nei cuori dei due giovani nascevano speranze e apprensioni, e iniziava l’antico gioco dell’amore. Dopo la messa, sul sagrato della chiesa i giovani si fermavano a chiacchierare.
I fidanzati si fregiavano del segno dell’innamorata. Per quelli che non lo portavano la mancanza era l’altrettanto eloquente segno convenzionale. A questa prima parte della tradizione, il sabato successivo alla messa della domenica, seguiva una seconda occasione d’incontro fra i due giovani partecipando alla festa danzante che si teneva in un’osteria del paese. Nel corso del trattenimento i sentimenti reciprocamente corrisposti si consolidavano con il fidanzamento, sicuro preludio del matrimonio con l’approvazione delle famiglie.
Altri avvenimenti molto attesi dai giovani e occasioni d’incontro erano le feste che celebravano i santi patroni del paese e del villaggio. Ogni paese contava due, tre e anche quattro patroni che onorava e celebrava nel corso dell’anno. In alcune occasioni le feste erano chiamate sagre o fiere, assumendo fattore commerciale importante, come le fiere primaverili per l’acquisto dell’attrezzatura agricola e dei semi, e quelle autunnali per stabilire i nuovi prezzi dei prodotti dei campi, dei frutteti, dei foraggi e del bestiame.
Le feste erano annunciate il giorno precedente dal suono a distesa del Campanotto, la campana suonata con un bronzo, mentre i suonatori manovravano contemporaneamente con un certo ritmo anche i battagli delle altre campane componenti del concerto campanario, producendo un effetto caratteristico piacevole e melodioso per ricordare l’imminente festa.
In occasione delle feste importanti civili e religiose, sulle alture e sui monti attorno alla valle e l’abitato, i giovani paesani accendevano i propiziatori Falò che brillavano nella notte creando motivo di allegria. La popolazione ammirata assisteva al focoso evento dalle piazze, seduta sui poggioli dei fienili, delle case e dalle finestre.
In queste occasioni i giovani lanciavano in aria con l’aiuto di una fionda le Rocchette, rotelle di legno infuocate della grandezza di una ciotola che, cadendo, lasciavano una suggestiva scia. Molte Rocchette lanciate formavano effetti speciali. E’ questa una tradizione molto antica di origine Celtica in onore del dio Baleno, un tempo festa molto frequente in tutte le vallate delle Dolomiti e delle Alpi.
La tradizione vuole che del lancio delle Rocchette in Cadore sia stata iniziata dagli zatterieri del Piave, gli uomini che accompagnavano il legname da Perarolo alla laguna di Venezia. Lo avrebbero visto praticare dalle popolazioni contadine venete in alcune occasioni lungo il corso del fiume.
La tradizione perduta nel Bellunese è attivamente praticata nella vicina regione friùlana della Carnia, dove i giovani dall’alto del colle a fianco del falò lanciano Le Cidulis.
A Perarolo il lancio delle Rocchette era praticato in numero maggiore che ogni altra località cadorine, forse per la particolarità dell’ambientale caratterizzato dalla presenza degli specchi d’acqua favoriti dall’unione del torrente Boite al fiume Piave, che offrivano meno pericoli d’incendio che in altre località dove si contavano numerose abitazioni e fienili costruiti interamente con legno.
A Sottocastello in occasione della festa agostana in onore di San Lorenzo, e anche in occasione di altre feste paesane, erano lanciate dai giovani delle pigne dall’alto del Crepo, la roccia che si trova a levante dell’antico borgo.
In questo periodo estivo molta della popolazione valligiana si trovava in alta montagna per la fienagione, dove trascorreva nella casere-baite la notte, scendendo a valle soltanto sabato pomeriggio per i necessari acquisti e per la domenicale messa. Per la festa di San Lorenzo era tradizione che i paesani rientrando a casa portassero un mazzetto di erica da porre sul costume per il grande ballo che si svolgeva in piazza.
A Tai di Cadore per la festa di Sant’Apollonia non sempre si poteva ballare, perché cadendo l’evento il 9 febbraio, la ricorrenza rientrava nel periodo Quaresimale. Grande festa quando Sant’Apollonia coincideva con il periodo carnevalesco in cui i balli erano abituali in molte famiglie e ovunque venivano confezionate frittelle e Crostoli.
Nelle osterie erano frequenti i balli che iniziavano lì per lì, al ritmo d’improvvisate orchestrine formate da suonatori di fisarmonica, chitarra, mandolino e talvolta violino. I bravi suonatori sapevano costruirsi gli strumenti impiegando selezionati legni per realizzare, pifferi, zufoli, baghe, siringhe, liuti, tamburelli e qualche originale strumento come le casse armoniche che disponevano di un foro dov’era introdotta un’asticella a pressione per ottenere suoni ritmati.
Il periodo di Carnevale era atteso per le feste danzanti mascherate, per i canti corali, per l’allestimento dei carri mascherati rievocativi di antiche pagine di storia e leggende. I partecipanti ponevano grande cura all’abbigliamento vestendo abiti occasionali e si coprivano la faccia con maschere dall’aspetto ilare e grottesco scolpite nel legno.
La maschera era trattenuta fissata all’interno con una cordicella e, afferrata da chi l’indossava con i denti, consentiva di dare al volto una certa mobilità assumendo effetti comici. Purtroppo le maschere dopo la pubblica esibizione nella quasi totalità dei casi venivano bruciate per non dar modo a chi l’aveva indossata di farsi riconoscere. Un patrimonio della tradizione inconsapevolmente perduto.
In Cadore l’occasione per una grande festa privata e pubblica era anche la celebrazione del matrimonio, come nel resto del mondo, perché coinvolgeva gran parte della popolazione del villaggio e del paese. I futuri sposi dovevano seguire il cerimoniale antico e complesso prima e dopo aver pronunciato il fatidico “si”.
Il giorno del matrimonio gli invitati si riunivano dal primo mattino a casa della Novizza dove veniva offerto un ricco rinfresco con cibarie salate e dolci, vino bianco secco e dolce, vino rosso, Marsala, liquori casalinghi alle erbe, alla ruta, nocino.
Quando la sposa aveva vestito l’abito nuziale, all’ultimo momento veniva raggiunta dal fidanzato accompagnato dal compare d’anello. Dopo i convenevoli e qualche brindisi con gli invitati, la futura sposa al braccio dal testimone di nozze apriva il corteo seguita dallo sposo che dava il braccio a una donna sposata, a una sorella, a un’amica della fidanzata. Gli uomini del corteo portavano un cartoccio con fave abbrustolite inzuccherate o ricoperte di miele, che distribuivano quale segno di prosperità e letizia a quanti facevano ala lungo il tragitto.
Il corteo dalla casa della sposa muoveva in direzione della chiesa per la celebrazione del rito, i futuri sposi erano seguiti dai genitori, parenti e invitati. Nel corso del rito religioso il compare di nozze del marito donava alla sposa un anello.
Dopo la cerimonia gli sposi uscivano dalla chiesa a braccetto accolti sul sagrato dagli evviva degli invitati e della popolazione convenuta per festeggiarli. I giovani del villaggio facevano scoppiare i Màscioi, i mortaretti confezionati con legno di sambuco cavo. Seguiva il pranzo della festa accompagnato da cori, musiche e danze.
DOLCI E LIQUORI DELLE FESTE
Crostoli
500 gr di farina 00, 1 uovo fresco, 2 tuorli d’uovo, 150 gr di burro, 1 cucchiaio di grappa, la buccia grattugiata (solo il giallo) di 1 limone biologico, 1 cucchiaino di lievito per dolci, zucchero a velo, sale. Olio per friggere. Sulla spianatoia formare con la farina la fontana, aggiungere l’uovo sgusciato, unire i tuorli d’uovo, la grappa, la buccia grattugiata del limone (solo il giallo), lievito, un pizzico di sale. Lavorare vigorosamente fino ad ottenere una pasta omogenea, morbida, consistente. Con l’aiuto del matterello sulla spianatoia tirare la sfoglia sottilissima. Con la rotella dentata ritagliare dei rombi pasta di 10 cm circa di lunghezza. Ottenere dei ritagli al centro dei rombi ed incrociarli con grazia. In una padella dai bordi alti posta sul fuoco vivace con olio caldissimo, introdurre pochi alla volta, friggerli fino a che assumeranno un bel colore ambrato, ritirarli con la paletta bucata, scolarli, porli sul piatto caldo di servizio sul cui fondo è stato posto un foglio doppio di carta assorbente da cucina, spolverarli con zucchero in polvere e portare in tavola.
Liquore ai mirtilli
Sciroppo ai mirtilli indicato per fine pasto ad accompagnare i dessert, piacevole anche servito come bibita dissetante. Questo liquore è impiegato in cucina nella preparazione di dolci al cucchiaio e nella confezione di fresche granatine. Piacevole per arricchire coppe di gelato alla crema. Aggiunto ai dessert offre una gustosa e piacevolmente simpatica nota di colore.
400 g di mirtilli, 400 g di zucchero, 1/4 di buccia di limone (solo il giallo), 100 g di vino Albana dolce, 100 g di alcool 95°.
Porre i mirtilli in un vaso di vetro a chiusura ermetica (1 kg), aggiungere lo zucchero, coprire con un panno e porre al sole fino a che lo zucchero sarà sciolto, aggiungere l’alcool, il vino, la buccia di limone, chiudere ermeticamente e porre il vaso con gli ingredienti a stagionare in luogo asciutto, fresco e buio per ameno 6 mesi prima di servire.
Renato Zanolli
da Redazione ABM | Set 15, 2013 | ABM NEWS, ABM NEWS ESPAÑOL, ASSOCIAZIONE, DOCUMENTI, EMIGRAZIONE, FARNESINA, ITALIA, LIBRI, MONDO, POESIE e..., PROVINCIA BELLUNO, RADIO ABM, REGIONE VENETO, RICETTE, STORIE..., VIAGGI
La Asociación Bellunesi nel Mondo fuè la primera en “romper el hielo” el Sábado 7 de septiembre al comenzar la segunda edición del “Picnic de la Cultura” organizado por el Departamento de Cultura de la alcaldia de Belluno.
Después de una breve presentación del director Marco Crepaz con la realidad de la ABM, se presentó una doble entrevista entre un emigrante y un inmigrante. “¿Por qué te fuiste? ¿Qué pusiste en la maleta? ¿Qué esperaba usted del país que lo recibiò? ¿Qué mensaje le darías a los jóvenes dispuestos a emigrar? “. Estas son algunas de las preguntas planteadas. Por los emigrantes el protagonista fuè Aduo Vio, presidente de la Familia Bellunese de Reno Norte – Westfalia, mientras que el inmigrante fuè Anicet Zuonugoula presidente de Asociaciòn Popoli-Insieme.
Durante toda la mañana el stand de la ABM difundiò y promoviò el MiM Belluno – Museo Interactivo de las Migraciónes, que se inauguró en mayo, Bellunoradici.net y todas las actividades de la Asociación.
Por la tarde hubo una reunión con todas las asociaciones que participan en el PicNic, en la cual que nacieron interesantes y futuras colaboraciones.
da Redazione ABM | Ago 19, 2013 | STORIE...
23-24-25 MAGGIO 1915, ESPLOSI I PRIMI COLPI
Sul fronte orientale delle Dolomiti alle prime luci del 24 maggio le truppe italiane avevano già occupato la parte occidentale del Monte Piana, anche se non avevano ancora ricevuto la notizia della dichiarazione di guerra.
Sul Monte Piana
Alle 8 e 45 del 24 maggio l’artiglieria austro ungarica sparò da 2 cannoni calibro 90, i primi colpi contro le postazioni italiane. Il terzo proiettile indirizzato a Forcella Col di Mezzo sul gruppo monte Piana-Cadini di Misurina, uccise due Alpini della 67ª Compagnia del Battaglione Pieve di Cadore.
Furono le prime vittime italiane sul fronte del Cadore.
Nel contempo reparti di Landesschützen spararono sui Regi soldati che stavano scavando trincee a Forcella Lavaredo e Forcella Pian di Cengia. La 58ª batteria da montagna condotta dal capitano Mazzini, rispose prontamente ingaggiando intenso duello con l’artiglieria austro ungarica.
Nel pomeriggio dalle 16 in poi numerosi proiettili scoppiano a Misurina, la lastra di ghiaccio sul lago si spaccò e scioglie nelle successive 48 ore.
Il 25 maggio Sepp Innerkofler scalò il Monte Paterno per meglio dirigere il tiro dell’artiglieria asburgica ed osservare l’effetto delle granate lanciate contro la postazione italiana.
I bombardamenti iniziarono alle ore sette, ma Innerkofler non registrò alcun risultato positivo per le batterie austro ungariche, anche se in realtà alle ore dieci venne centrata la caserma italiana dei Piani di Lavaredo.
Il comandante del Battaglione Pieve di Cadore ritenuto che il rifugio Tre Cime non fosse in grado di ospitare i feriti, ma soprattutto che l’apposta ed evidente bandiera della Croce Rossa che sventolava sopra il tetto fosse ritenuta dal Comando austro ungarico un tentativo di mascherare una stazione italiana di comando o deposito di munizioni, ordinò alla 58ª Batteria da montagna di trasferire e posizionare cannoni e artiglieria a Forcella Lavaredo dando inizio immediato al bombardamento contro il rifugio Tre Cime.
Delle disposizioni venne informato il generale Fabbri che approvò la decisione e ordinò la completa distruzione del rifugio stesso. Due rombi, due sibili, due nuvolette di fumo: una al di qua ed una al di là del rifugio caratterizzarono i primi due colpi di cannone. Rettificato il tiro, al quinto colpo il rifugio venne colpito. In pochi minuti fu un braciere in fiamme.
Il capitano Jaschhe comandante delle Compagnie dei Landesschützen e Standschützen, ritenuto il bombardamento dello storico Rifugio un vero affronto alla storia dell’alpinismo, elaborò un piano per attaccare Forcella Lavaredo per impadronirsi dei cannoni italiani.
Nel pomeriggio la postazione austro ungarica venne rafforzata dall’arrivo di due obici da campagna, calibro 100 che vennero appostati nell’Innerfeldtal, in aggiunta a quelli già posizionati contro le linee italiane sparando alcuni colpi, ma il piano strategico del capitano Jaschhe non ebbe successo.
Prima vittima della Grande Guerra
Cominciò la guerra nelle Dolomiti friùlane càrniche con un episodio audace e valoroso: la conquista alla baionetta del Passo di Vall’Inferno. Un sottotenente inviato con un plotone di Alpini a vigilare le postazioni italiane avanzate contro un’eventuale offensiva austro ungarica che tentasse di scendere nella forcella, nel cuore della notte, solo con i suoi Alpini guidò il violento scontro respingendo l’attacco dei soldati imperiali.
Ma le ostilità s’erano aperte più ad oriente molte ore prima. Fu il Passo Monte Croce Càrnico che udì la prima fucilata della guerra italo austro ungarica tedesca.
Era il pomeriggio del 23 maggio. Sul confine di Monte Croce un Alpino e un Alpenjeger, vecchi amici, scambiavano come ogni giorno qualche parola. Ad un tratto l’italiano si levò, guardò l’orologio e disse:
– Sono le tre. Ora me ne vado, è l’ordine. Non ci vediamo più.
Stese la mano all’amico austriaco e soggiunse:
– Domani sarà la guerra.
Si separarono. Quando l’Alpino fu un po’ in giù nella discesa, l’austriaco lo richiamò e gridò un’offesa usando parole triviali all’italiano. L’Alpino si rivolse, alzò il fucile e saprò. L’austriaco cadde riverso e rotolò in avanti, fin quasi ai piedi dell’italiano. Questi colse un fiore da una balza e le gettò sul corpo esanime.
– Doveva cominciare domani – disse – tu non l’hai voluto vecchio amico, non ci vediamo più…
E discese.
Alcune ore dopo risaliva con suo plotone. Nella notte le artiglierie precedentemente regolate aprirono il fuoco, nel contempo i soldati italiani si lanciarono all’attacco. Era cominciata la Grande Guerra che sarebbe durata 41 mesi.
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VOLONTARI CADORINI AI PASSI SESIS E CACCIATORI, EVENTI INAUDITI
Con l’entrata in guerra dell’Italia, il Regio Comando Supremo diede corso alla mobilitazione di milizie volontarie d’affiancare alle truppe dell’esercito. Per i volontari di Belluno, Cadore, Longarone, Zoldano, Erto e Casso, la data del raduno era il 25 maggio 1915, a Pieve di Cadore.
La mattina del 30 maggio, il capitano Edoardo Coletti convocò i 325 volontari per tenere un discorso sugli impegni che li attendevano, invitandoli a riflettere sulla firma che avrebbe impegnato per tutto il periodo della guerra.
Dei volontari presenti rimasero in 115, appartenenti a tutte le classi sociali. Il capitano Coletti apprese male la notizia, avvilito ventilò di sciogliere il reparto lasciando libero ogni uno dei presenti mancando l’auspicata costituzione di un Battaglione.
Con i 115 volontari venne costituita una Compagnia affidata al comando del capitano Celso Coletti, suddivisa in tre plotoni affidati ai sottotenenti Giuseppe Colle, Arduino Polla e Alberto Tabacchi. Nei giorni seguenti la compagnia dopo essere stato equipaggiato nella caserma P.F. Caldi di Tai di Cadore, iniziò la fase d’istruzione nell’uso delle armi della durata di otto settimane.
Gli eventi bellici imposero alla compagnia di sospendere il corso d’istruzione per raggiungere Cima Sappada, ed integrarsi alle truppe della 4^ Armata che operava fra Comelico, Sappada e la Carnia.
Il 9 giugno iniziò per i Volontari Cadorini la marcia con sosta notturna a S. Stefano di Cadore. Qui la Compagnia ricevette l’ordine di raggiungere i Bersaglieri dell’8° Reggimento del V Battaglione impegnato alla difesa di Cima Canale, anteprima della Val Visdende dove correva voce d’imminente attacco austro ungarico.
Tre volontari residenti del luogo: De Mario, Sala e Zaccaria furono aggregati ai reparti della Guardia di Finanza che aveva finalità di ricognizioni.
Rientrati dalla perlustrazione e accertato che si trattava di un falso allarme, il Battaglione proseguì per raggiungere Cima Sappada dove arrivò il giorno 11 giugno. Consumato il rancio, il Battaglione ricevette l’ordine urgente di proseguire per raggiungere in alta Val di Sésis il Col di Caneva, nelle vicinanze delle sorgenti del Piave, in sostituzione del Reggimento Bersaglieri, nel contempo inviato a presiedere le trincee sul Monte Paralba.
Durante i combattimenti dell’11 giugno sul lato est del Monte Peralba i Bersaglieri si scontarono con volontari carinziani appartenenti ai Gebirgsschutzen. Qui si verificarono episodi di crudeltà inaudita all’infuori delle regole e convenzioni internazionali: i Bersaglieri fatti prigionieri vennero lanciati vivi dalle alte rupi dai soldati austro ungarici.
Il 13 giugno (1915) alle 20 di sera, al comando del sergente Palatini, 19 Volontari Cadorini uniti ai Bersaglieri partirono per il Passo dei Cacciatori 2213 m, per dar man forte ai Bersaglieri che presiedevano Passo Sèsis CHE si trovarono in posizione di difficoltà perché attaccati dall’alto.
I Bersaglieri che presiedevano Passo Sèsis
Per i rimanenti giorni del mese di giugno non si registrando azioni militari per entrambi gli eserciti contendenti, i soldati italiani realizzarono triceramenti e fortificarono le difese, nel contempo agli uomini dei Battaglioni Volontari Cadorini vennero affidati compiti di perlustrazioni e controllo del territorio fino al 22 giugno. Le esplorazioni si spinsero fino in Carnia, raggiungendo gli abitati di Forni Avoltri, Frasenetto, Sigilletto, Collina, Rigolato, Prato Carnico.
L’esercito austro ungarico riprese i bombardamenti il 4 luglio bersagliando incessantemente il Passo Cacciatori. La notte seguente, 5 luglio, una pattuglia di Volontari Cadorini guidati da Fabio Monti, fece una ricognizione al Passo Sèsis, successivamente conquistata dagli austro ungarici. Il 6 luglio i soldati asburgici tentarono un attacco alla postazione italiana che si trovava sulle Creste dell’Avanza, vennero respinti dalla pattuglia guidata da Monti. Trascorsi alcuni giorni, gli uomini della Brigata Basilicata appartenenti al II Battaglione del 92° Fanteria, segnalarono presenza di pattuglie asburgiche sui pendii e sul Monte Chiadin. Uscì immediatamente una pattuglia di ricognizione guidata da Fabio Monti, incurante della fitta pioggia che cadeva copiosa. Camminarono per tutta la notte fra 9 e 10 luglio, perlustrando il Monte Chiadin e zone circostanti senza trovare elementi che potessero indicare nuove postazioni o imminenti attacchi. I giorni successivi gli austro ungarici occuparono il Monte Chiadènis.
Il 26 luglio ripresero i bombardamenti austro ungarici contro le postazioni dei Volontari Cadorini, che si trovavano al Passo dei Cacciatori, oltre che con tiri d’artiglieria, con granate e i micidiali gas asfissianti.
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OCCUPAZIONE DI CIMA UNDICI, MONTE POPERA, CRESTA ZSIGMONDY
(29 luglio – 4 e 7 agosto 1915)
La zona che s’estende da Cima Undici, Cresta Zsigmondy, Monte Popera e dai due Monti Giralba (di Sopra e di Sotto), nel 1915 non era presidiata da nessuno dei belligeranti, questo consentiva all’esercito austro ungarico di incunearsi lungo la linea italiana e di aggirare le truppe di stanza su Forcella Giralba (fianco destro del Settore Ansiei) e di Vallon Popera (fianco sinistro del settore Padola).
Durante i giorni del 3, 7 e 19 giugno, la guida alpina Sepp Innerkofler di Sesto Pusteria guidò delle pattuglie imperiali a compiere delle ricognizioni in alcune zone ritenute strategiche dal Comando austro ungarico. Nella prima metà di luglio gli italiani installarono le artiglierie disponendo le batterie in direzione dell’avvallamento a sud del passo di Monte Croce, a ridosso della cresta dal Col Quaternà al Col Rosson, sui Colesei e dall’altra parte nella zona del Passo Fiscalino, sul Pian di Cengia, dietro la Forcella Lavaredo e presso Forcella Giralba. I principali obiettivi erano i forti Haideck e Mitterberg (che non offrirono alcuna resistenza) e gli abitati di Sesto e Moso che dovettero essere sgomberati; per la truppa vennero costruiti nuovi accantonamenti allo sbocco della Val Campo di Dentro, presso la segheria Lanzinger. Il 27 luglio il generale Fabbri (in previsione degli attacchi contro la Torre e la Forcella di Toblin) ordina che un plotone di alpini della 75ª del battaglione Cadore (ten. De Zolt) dia la scalata alla Cresta Zsigmondy, sostituendo in tal modo la destra del settore Ansiei, e, se può, provi a tendere verso Cima Undici. Al comando di tale plotone si trova il ten. De Zolt, il quale deve inoltre collaborare a mettere in postazione due pezzi da montagna (della 23ª batteria del 2° Regg. Artiglieria da montagna, ten. Salvetti) sul Monte Popera. Per maggiore precauzione partono solo i 2 tenenti (secondo Berti è presente anche il ten. Tarra) con sette alpini; salgono sul Monte Giralba di Sopra, dove bivaccano e poi raggiungono il giorno dopo la cima del Monte Popera. Il 29 (il 31 nella versione di Berti) giunge tutto il plotone con i restanti 40 effettivi. Subito dopo inizia il traino dei due pezzi da 65 lungo il vallone che dall’Alta Val Giralba sale fino alla Forcelletta. Poi da lì lo issano per i 200 metri dello spigolo, mai precedentemente salito. Lo spigolo è costituito da tre tratti, sopra i quali si stende l’ampia cupola rocciosa e nevosa del Monte Popera. Il primo tratto di roccia, alto 30 m circa, è ertissimo, e termina in un ripiano: artiglieri e alpini, superatolo, sollevano il materiale con una specie di gru girevole, formata con un tronco d’abete, e corde e carrucole. Il secondo tratto è alto circa 80 m e nevoso: si usufruisce della neve come piano inclinato, e mediante un tronco conficcato in una spaccatura della parete sovrastante e con carrucole viene sistemata una specie di funicolare rudimentale, che ha per rotaie due solchi sul piano inclinato del nevaio stesso. Nel terzo tratto di roccia, il più lungo, il materiale viene sollevato a braccia. E’ suggestivo pensare a quegli uomini, molti dei quali nati nella laguna, che tre mesi prima non sapevano che cosa fosse montagna: pensarli lassù nel buio, lucciole lentamente spostantisi su quel muraglione dritto, a quell’altezza siderea: microscopici titani. Uno dei due fu posto a 3000 metri di altezza (“il cannone che sparava dalle stelle”) sulla cupola del Monte Popera ed aveva come obiettivo principale l’osservatorio di Croda Rossa.
I primi colpi vennero sparati il 4 agosto.
Il 7 agosto una squadra sale a presidiare la forcella di destra della cresta di Cima Undici (in prossimità della Torre Undici): la forcella verrà poi ricordata come “Forcella della Tenda” per via della tenda che proprio il De Zolt vi lasciò. La posizione domina il Circo Superiore del Vallon Popera e tiene sotto tiro il Passo della Sentinella. La fanteria (70° reggimento, brigata Ancona) invece rimane schierata nel Vallon Popera, escluso l’invio di qualche pattuglia verso il Passo della Sentinella. Solo il 22 luglio gli italiani si rendono conto che il Passo è stato stabilmente occupato dagli austriaci e si devono accontentare di sparargli contro a shrapnel con un pezzo portato sul Creston Popera a metà luglio.
da Redazione ABM | Ago 8, 2013 | STORIE...
L’alta Valle del Piave, lunga nel suo tratto dolomitico circa 65 km, si sviluppa come solco divisorio fra le Dolomiti del Cadore e le Dolomiti Càrniche del Friùli Venezia Giulia. Soltanto dopo Longarone assume caratteristiche montuose dolomitiche per procedere profonda e serpeggiante in direzione nord fino a Cima Gogna, ove piega bruscamente verso nord est, addentrandosi con varie ramificazioni nella catena Càrnica.
Stretta e incassata fra versanti ripidi e boscosi incisi da brevi valloni laterali fino a Pieve di Cadore, si allarga poi gradatamente in un bacino occupato dal lungo lago artificiale del Centro Cadore.
Dopo la confluenza del torrente Ansiei, la valle si restringe nuovamente in un’unica gola sotto l’imponente costiera del Tuttàio, quindi si schiude in conche pittoresche fra prati e abetaie, aprendosi infine, alla testata, nel verde piano di Cima Sappada.
Percorsa dal fiume Piave che ha origine da una copiosa sorgente alla falde del monte Peralba, la valle riceve numerose e importanti vallate laterali: sul versante destro la Valle di Zoldo, la lunga Valle d’Ampezzo che si distende verso la magnifica conca di Cortina, poi la ramificata Valle dell’Ansiei emissario del Lago di Misurina, e infine la breve Valle di Pàdola che raggiunge il Passo Monte Croce di Comelico.
Sul versante sinistro dai fianchi delle Dolomiti Càrniche scendono la Valle del Vajont e tutta una serie di valloni di minore importanza.
L’alto bacino del Piave e alcune zone contigue nei bacini del Bòite e dell’Ansiei costituiscono il Cadore, vasta regione dolomitica di tipica unità e, insieme, di multiforme aspetto, tra le più belle e celebri d’Italia, quadro suggestivo entro una splendida cornice di cime dolomitiche dominata dai gruppi del Cristallo, delle Tofane, del Sorapiss, delle Marmarole, dell’Antelao, del Pelmo e sullo sfondo il gruppo del Cridola, Spalti del Toro e Monfalconi a cavallo fra le Province di Belluno e Pordenone.
Tutta l’alta Valle del Piave forma una stupenda zona turistica nota in tutto il mondo per i suoi numerosi e pittoreschi luoghi di soggiorno e per i suoi grandi boschi che alimentano da secoli la fiorente industria del legname. Escursioni, ascensioni, traversate, itinerari sciistici e piste di pattinaggio richiamano molti turisti e sportivi sia d’estate sia d’inverno.
L’alta Valle del Piave è servita per il basso e medio corso dalla Statale 51 di Alemagna e dal suo proseguimento (la Statale 51 bis) che da Longarone risale a Lozzo di Cadore, da Lozzo a Santo Stefano di Cadore, dalla Statale 52 Càrnica, e da Santo Stefano di Cadore a Cima Sappada da una buona strada Provinciale che scende nel versante Càrnico.
Da Santo Stefano di Cadore si raggiungere il Comelico Superiore caratterizzato dai borghi di San Nicolò Comelico, Candide e Dosoledo, Padola e Valgrande.
San Nicolò Comelico 1062 m, è una piccola borgata sulla sinistra del torrente Pàdola, dista circa 4 km da S. Stefano di Cadore, si raggiunge seguendo una diramazione di circa 1 km che si stacca dalla strada di fondovalle in località Ponte Nuovo. E’ piacevole soggiorno estivo, la zona circostante è ricca di praterie e boschi.
La chiesa di San Nicolò è un unicum per la Provincia di Belluno per l’importante ciclo d’affreschi conservato all’interno che occupa l’intero coro della chiesa e le superfici dell’arco trionfante, dipinti nel 1482 da Gianfranco da Tolmezzo. L’artista ha rappresentato la Redenzione dell’uomo e la sua Salvezza, iniziando dalla scenda dell’Annunciazione dove, sulla sinistra, l’arcangelo Gabriele porge un giglio a Maria sulla destra, che accoglie l’annuncio con lo sguardo abbassato.
Alla sommità dell’arco si trova la figura di Dio Padre entro la cornice circolare iridata a rappresentare il Cielo. All’interno della volta sono raffigurati i Dottori della chiesa seduti in cattedra con i propri strumenti di lavoro: libri e penne. Seguono gli Evangelisti e infine le figure di sette Profeti annunciati dalla venuta di Cristo, e l’immagine di re David perché capostipite della famiglia cui appartiene Gesù. Negli spicchi a losanga sono raffigurati quattro santi guerrieri, fra cui a sinistra S. Giorgio a destra S. Michele.
Per il tema centrale è raffigurato l’Adorazione dei pastori e l’Adorazione dei Magi, raffigurati nella lunetta grande sulla sinistra e, in quella di destra, i Pastori e i Magi. Sulla parte inferiore dell’abside si trovano raffigurati gli Apostoli raccoglitori della parola di Cristo. Sulla parete a sinistra dell’abside sono raffigurati gli Angeli che proteggono la custodia eucaristica. Nella parte bassa del grande arco trionfale si trovano a sinistra S. Maria Maddalena e S. Bartolomeo, sulla destra i santi Biagio e Giacomo., all’interno i santi Sebastiano e Rocco.
Candide 1210 m situato in magnifica posizione sull’alto e ripido versante sinistro domina tutta la smeraldina Valle del Pàdola circondato da un’imponente corona di creste dolomitiche. L’abitato è distribuito sui due lati della Statale tra un verdissimo complesso di prati e abetaie, ha l’aspetto ridente, belle case, negozi, ville e una chiesa parrocchiale dedicata a Santa Maria Assunta costruita in stile cadorino (rimaneggiata nel 1762 e 1800) in posizione dominante conserva all’interno affreschi di Giovanni De Min dipinti nel 1846 e una tela raffigurante la Madonna col Bambino dipinta Francesco Vecellio, fratello maggiore del celebre pittore Tiziano Vecellio. Nella vicina chiesa di San Antonio Abate edificata nel 1530 architettonicamente ricca di dettagli, all’interno conserva un interessante ciclo d’affreschi dipinti nel 1538 da artisti locali e, un tempo, era impreziosita nell’abside da un rivestimento di cuoi del ‘600 lavorati in oro e argento (oggi prudenzialmente rimossi).
E’ località frequentata per la villeggiatura estiva, centro do passeggiate, traversate, ascensioni al monte Spina 1966 m, alla Cima Vanscuro 2677 m, al monte Cavallino 2686 m e alla Cima Palombino 2599 m. L’abitato di Candide è buon punto di partenza e arrivo per il rifugio Sala 2102 m, per Cima Undici 3078 m e la Croda Rossa di Sesto 2955. i paesi di Candide e il vicino Casamazzagno formano il comune di Comelico Superiore.
Il borgo di Dosoledo 1237 m frequentato centro di villeggiatura estiva e invernale si trova a 2,5 km a monte di Candide, ricostruito alla metà dell’800 seguendo un piano urbanistico finalizzato alla salvaguardia contro gli incendi. Fanno da corona al ridente abitato il monte Aiàrola, Cima d’Ambata, la Croda da Campo, la cima Bagni e sullo sfondo la catena dei monti Croda Rossa di sesto, Cima Undici, monte Popera. La parrocchiale dedicata a Sant’Anna (1844) conserva all’interno un pregevole altare ligneo realizzato nel 1723 dal celebre scultore bellunese Andrea Brustolon ritenuto autorevole esponente del settecentesco barocco veneziano e affreschi dipinti da Giovanni De Min.
L’alpestre borgata di Pàdola 1215 m si raggiunge superato il ponte e la chiesetta della Madonna della Grazie (1859) costruita dai valligiani per voto espresso nel 1848 alla vigilia dei moti insurrezionali contro l’impero austro ungarico. Il borgo è adagiato in una vastissima conca di prati e abeti, racchiuso entro un anfiteatro dolomitico su cui campeggiano le creste dell’Aiàenola, della Cima Undici, della Croda Rossa di Sesto e del Popera.
A Padola si arriva da Dosoledo seguendo la strada che risale il corso del torrente Pàdola. Attraversato il paese, proseguendo, si raggiunge il Passo del Zovo 1489 m oltre al quale si scende per la Val Diebba ad Auronzo di Cadore in riva all’omonimo lago. L’abitato di Dosoledo devastato nel 1845 da un furioso incendio, fu ricostruito l’anno successivo su progetto dell’architetto Giuseppe Segusini, autore anche del progetto della chiesa parrocchiale dedicata a Santa Lucia (1869) che, all’interno, conserva un pregevole antico altare Flugelaltar riccamente intagliato proveniente dall’antica chiesa. Nella sagrestia è conservata una tela dipinta nel 1582 da Cesare Vecellio, cugino del celebre pittore Tiziano Vecellio.
Il pittoresco abitato si trova al centro della conca dove vi sono tipiche e antiche case d’architettura cadorina, casette semplici e cordiali, alberghi confortevoli, alcune ville, caratteristici fienili. E’ meta per piacevoli soggiorni estivi freschi e gradevoli con clima tonificante, buon punto di partenza e arrivo per numerose escursioni e ascensioni, e meta invernali per la frequentazione e le cure termali ai bagni di Valgrande.
Proseguendo a monte di Dosoledo per la Statale 52, a circa 3 km, una breve diramazione conduce in Valgrande 1270 m, appartato villaggio dolomitico adagiato in una bellissima conca di prati e pinete che si espande sui pendii del monte Popera. E’ luogo di suggestiva bellezza e rilassante pace, centro di villeggiatura estiva con abbondanti sorgenti d’acqua solforosa, ferruginosa e magnesica utilizzate per bevande. Alle Terme di Valgrande salutari bagni e cure termali. Dal villaggio di Valgrande buon punto di partenza e arrivo da e per il Rifugio Olivo Sala 2102 m.
Nei tempi passati era tradizione in ogni casa dell’Alta Valle del Piave e del Comelico Superiore e tempi passati quando la società era principalmente agricola, c’era sempre una buona occasione per preparare i piacevoli:
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Canederli di speck
Per 4 persone. 3 panini raffermi, 150 g di speck unico pezzo, 2 uova fresche, 3 cucchiai di farina 00, 1 tazza di latte, 90 g di burro, 3-4 steli d’erba cipollina, 100 g di formaggio latteria stravecchio grattugiato, sale e pepe.
Tagliare a cubettini il pane e trasferirlo in una terrinetta. Aggiungere irrorando con il latte tiepido e farlo inzuppare per 20-30 minuti mescolando di tanto in tanto. Ritirare il pane inzuppato, sgocciolarlo, trasferirlo in una nuova terrina, aggiungere le uova sgusciate e a pioggia la farina, unire lo speck tritato a pezzettini, aggiungere il trito d’erba cipollina, salare, pepare e mescolare fino ad ottenere in composto omogeneo. Dividere l’impasto in 8 parti e con le mani maneggiare fino a dagli la forma rotonda e la grandezza similmente ad una pallina da golf. Tuffare i Canederli in una pentola posta sul fuoco vivace con brodo bollente leggermente salato e far cuocere per 8-10 minuti. Ritirare i Canederli con la paletta bucata, trasferirli nella fondine calde personali, aggiungere 1-2 mestoli di brodo, completare con una generosa spruzzata di formaggio e servire ben caldo. A parte servire formaggio grattugiato.
Nel periodo quaresimale e nei giorni di venerdì quando il consumo di carne era bandito, lo speck veniva sostituito dal formaggio:
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Canederli di formaggio
Per 4 persone. 200 g di formaggio latteria, 4 panini raffermi, 3 uova fresche, 3 cucchiai di farina 00, 1 bicchiere di latte, brodo di carne, 2-3 steli d’erba cipollina, 100 g di formaggio latteria stravecchio grattugiato, sale e pepe.
Procedere come per la preparazione dei Canederli allo speck.
da Redazione ABM | Ago 5, 2013 | STORIE...
C’era una gran folla in attesa dell’arrivo e del discorso di Benito Mussolini nell’afoso pomeriggio romano del 4 giugno del 1932. Angelo Galvini commerciante di Bellinzona con passaporto svizzero, camminava nervosamente in Piazza Venezia lungo il marciapiede tra Corso Umberto e Vicolo Mancino. L’atipico comportamento del giovane venne notato da due poliziotti in borghese che lo fermano e l’invitano mostrare i personali documenti. Essendo sprovvisto del permesso di soggiorno, venne arrestato ed accompagnato a Palazzo Buonaparte dove lo perquisirono.
Gli vennero trovati dentro i vestiti una pistola francese Manufacture d’armes de Bayonne (Mab) calibro 6.35, due bombe artigianali, una fiaschetta con 80 grammi di cheddite, della miccia e un tubo piegato provvisto di miccia contenente 400 grammi di dinamite.
Le indagini più approfondite portarono alla vera identità dell’arrestato: trattasi di Angelo Pellegrino Sbardelotto, anni 24, nato nel villaggio di Villa di Villa di Mel (Bl). Svelata l’identità, l’anarchico bellunese senza giri di parole e preamboli dichiarò apertamente senza indugi agli inquisitori che l’interrogavano, che era venuto a Roma con la ferma intenzione di uccidere Mussolini. Era questo il suo terzo tentativo.
In questura proseguirono gli interrogatori e, due giorni dopo l’arresto, nel memoriale ritenuto falsificato dalla polizia fascista, gli vennero attribuiti la confessione dei nomi dei complici: Vittorio Cantarelli, compagno anarchico residente a Bruxelles, Emilio Recchioni detto Nemo residente a Londra e Alberto Tarchiani appartenete del movimento Giustizia e libertà.
La mattina del 16 giugno dopo breve istruttoria del procuratore generale, il presidente del Tribunale speciale Guido Cristini pronunciò la sentenza contro Angelo Pellegrino Sbardelotto: condanna a morte mediante fucilazione alla schiena in quanto responsabile dei delitti di cui agli articoli 305 e 280 del Codice penale per aver con altri attentato alla vita di S.E. il Capo del Governo Benito Mussolini.
L’avvocato d’ufficio che aveva predisposto la domanda di grazia recatosi nel carcere per raccogliere la firma, si sentì rispondere da Angelo Sbardelotto: Ma ché pentito e pentito, io rimpiango solo di non averlo ammazzato! Il giovane anarchico e antifascista non presentando richiesta di grazia come gli venne suggerito dall’avvocato che l’invitò più volte a firmarla, documento che avrebbe permesso la revisione del processo e quasi sicuramente della grazia, la sentenza venne eseguita a Forte Bravetta alle 5.45 del 17 giugno 1932.
Si concluse così, alle prime luci dell’alba la giovane vita di Angelo Pellegrino Sbardelotto, quinto di undici figli, stalliere all’albergo Cappello di Mel fino al compimento dei 17 anni, poi emigrante in Francia e in Lussemburgo, infine in Belgio, dove lavorò come operaio meccanico e minatore.
E’ qui, sull’onda delle notizie che arrivavano dalla lontana patria che maturò nel giovane il profondo sentimento antifascista, così profondo da fargli abbracciare gli ideali anarchici.
Nel 1928 la madre Giovanna Dall’Omo, analfabeta (il padre artigiano lavorava il giunco producendo ceste, gerle e altri oggetti casalinghi e agresti), con l’aiuto della maestra del paese gli scrisse una lettera per avvisarlo che era arrivata la cartolina della chiamata alle armi, invitandolo a far rientro a Mel per ottemperare al servizio militare.
Angelo rispose proclamandosi anarchico, e nel contempo annunciò il suo rifiuto d’entrare nell’esercito e indossare la divisa militare. La madre che aveva mentalità convenzionale rimane sconcertata dall’inattesa e perentoria risposta, si recò dal parroco di Mel per chiedere consiglio.
Poi, a seguito di una denuncia esposta alle autorità giudiziarie e alla Prefettura di Belluno, forse promossa dalla stessa maestra o più probabilmente dal parroco (ma non vi sono né prove né documenti), Angelo Pellegrino Sbardellotto venne iscritto nel Casellario politico centrale di Roma, registro renitenti alla leva, oltre che schedato tra i 269 antifascisti più pericolosi del Belgio, sorvegliato speciale dalla polizia politica a Seraing (Liegi), dove lavorava nella miniera di carbone di Ougrer Marihai.
Questo spiegherebbe anche la facilità dopo l’arresto a Roma, dell’identificazione del giovane, in quanto l’Ovra, la polizia segreta fascista, già da tempo conosceva e seguiva gli spostamenti della cellula anarchica italo-belga.
Il giorno successivo la fucilazione di Angelo Pellegrino Sbardelotto, il parroco di Mel celebrò nella parrocchiale un rito funebre a suffragio del condannato, annunciando nell’omelia che: l’anima di Angelo è finita certamente all’inferno, perché aveva osato attentare alla vita dell’uomo della provvidenza.
Due giorni dopo l’arresto di Angelo, i genitori, il fratello maggiore Olivo e la sorella Anna, vennero prelevati per essere condotti nelle carceri di Belluno. Accertata l’estraneità della famiglia all’attentato progettato da Angelo contro Mussolini, dopo otto giorni i famigliari furono liberi di far ritorno a casa, dove ripresero la vita di ogni giorno.
Una pattuglia di carabinieri vigilava sulla famiglia Sbardelotto, affinché i più focosi e facinorosi fascisti non ponessero in atto ritorsioni o azioni punitive. Nel contempo, la figlia Anna venne affidata dalle autorità giudiziarie alla maestra.
Il 16 ottobre 2005 l’amministrazione del Comune di Mel, inaugurò al Parco della Giazera di Mel, il monumento in memoria di Angelo Sbardellotto, il giovane anarchico antifascista fucilato 73 anni prima per aver progettato di uccidere Mussolini-
Renato Zanolli