RA REGOLES DE CORTINA D’AMPEZZO

ciasa_regoleNel salotto di Corso Italia a Cortina d’Ampezzo fa bella mostra di sé un antico palazzotto con la scritta Ciasa de ra Regoles. Per quanti non conoscono le Regole, si può dire citando il dott. Majoni attento osservatore delle tradizioni e delle cose locali: La Regola è un consorzio pastorizio, istituzione antichissima, che univa i membri di una o più vicine allo scopo di sfruttare i pascoli in modo razionale. Al principio ne esistevano due: quella di Lareto sulla sponda sinistra del Boite e quella di Ambrizzola sulla destra, hanno statuti propri chiamati Laudi, perché i singoli capitoli cominciano con “Item laudamus” (approviamo). Attorno al 1400 le Regole anzidette ne figliarono parecchie minori, le regole basse che assieme alle prime dette alte o grandi esistono tuttora….

Più semplicemente si può dire che i beni comuni e privati sono costituiti dai pascoli e i boschi d’Ampezzo, e i proprietari sono i Regolieri, in altre parole gli ampezzani residenti capi famiglia. Il regolamento di condominio che disciplina l’uso dei beni comuni, sono i Laudi. Le prime Regole furono tre: Lareto, Ambrizzola e Falzarego, le ultime due successivamente si fusero. Furono dette Regole Alte in contrapposizione delle Regole Basse: Cadin, Chiave, Lareto bassa, Rumerlo, Pocol, Mandres, Campo, Zuel, Frajna, fondate in epoche successive. Il primo Laudo d’Ampezzo è quello scritto nel 1331 dalle Regole di Ambrizzola e Falzarego, segue nel 1363 il primo Laudo di Lareto e poi tutti gli altri. La fondazione di Laudo come fenomeno Laudo, in altre parole della scrittura di legge, nasce molto posteriormente, quando già da molto tempo le leggi delle Regole erano osservate per tacita consuetudine.

Regolieri: sono i capi delle famiglie ampezzani originarie aventi diritto di voto nelle assemblee regoliere. Essi sono i portatori degli interessi e delle istanze della famiglia ampezzana, organizzata su strutture patriarcali e costituente la cellula fondamentale delle regole.

Marigo: dal latino maior, maioricus, è il capo della regola eletto originariamente per un anno dai Regolieri, che gli affidano i pieni poteri nell’ambito della consociazione. Laudatori: generalmente nel numero di quattro sono i consiglieri e gli assistenti del Marigo.

Saltari: dal latino saltus, vale a dire bosco, termine in lingua ampezzana-ladina.

Soutèi, sono le mandrie campestri, la cui principale mansione è vigilare che nessun animale estraneo sconfini e danneggi i pascoli dei consorti. Nel corso dell’assemblea il voto che conta è solo quello del regoliere capo famiglia. I figli maschi del Regoliere sono senza diritti di voto, se sono de sote famea, in altre parole sotto la protezione della famiglia. Il figlio maschio rimane de sote famea fino al momento che sposandosi costituisce nucleo famigliare, quindi diventa Marigo.

In taluni casi di decisioni d’importanza vitale l’assemblea delle Regole, si potevano svolgere sote pena del Laudo, vale a dire il Regoliere che non partecipava poteva perdere i suoi diritti propri di Regoliere.

Queste assemblee, rare, erano indette con questa formula affinché nessuno si sottraesse alla vita sociale e all’impegno civico della comunità e per dar maggior peso alle decisioni. Nelle assemblee in cui erano trattati argomenti importanti le riunioni si potevano svolgere per due o per tre, in altre parole il Regoliere con diritto di voto poteva portare con sé, ed erano bene accetti, due o tre persone di fiducia che lo aiutassero nella scelta e della decisione di voto, insomma si portava i suoi consiglieri privati per avvalersi dei loro importanti pareri. In questo caso l’assemblea era ampliata ad una platea numerosa, due o tre volte, il numero dei Regolieri aventi diritto di voto.

E’ logico chiedersi all’inizio del Terzo millennio, perché e come le popolazioni in quei lontani tempi si siano fermate per abitare in Cadore e in Ampezzo, territorio certamente assai bello, ma non adatto alla sopravvivenza e all’agricoltura. Sul tema sempre aperto e sempre attuale se ne discute ancor oggi. Una delle correnti storiche più accreditate si parla di arimannie, in pratica colonie militari di liberi guerrieri longobardi (arimanni), che il duca longobardo inviava dalla capitale di Cividale del Friuli a presiedere luoghi di interesse militare, concedendo loro terre da coltivare, pascoli per nutrire armenti, greggi e cavalli, boschi cui attingere legna.

Questi beni assegnati ad ogni capofamiglia erano ereditari e inalienabili. Era un sistema ampiamente usato dal senato di Roma con i propri legionari, a cui erano assegnati territori più o meno vasti con il fine d’essere abitati e coltivati, costituendo contemporaneamente il naturale rinforzo ai non sempre sicuri confini dell’impero. I Longobardi lo apprezzarono, lo imitarono inviando nel VII e nell’XIII secolo numerose arimannie nei territori delle Alpi, fino a raggiungere la valle d’Aosta. Nascevano così nella vallate alpine nuove comunità, dove le sagge, ma oramai stanche istituzioni romane, rivivevano adattandosi ai costumi del popolo longobardo, rozzo ma giovane e attivo. Nascevano quelle comunioni famigliari ereditarie, dette a seconda della zona Regole, Consortie, Cosorterie.

Società di antichi originari, diffusesi su tutto il territorio dell’arco alpino, non solo italiano, ma anche austriaco, germanico, svizzero e francese, portando con sé quelle peculiari caratteristiche che solo in Ampezzo e solo poche altre comunità seppero tramandare di generazione in generazione, quasi intatte da quel lontano tempo, sino ai giorni nostri. Queste istituzioni chiamate in Cadore e in Ampezzo, Regole, furono e sono, caratteristiche e di alto contenuto sociale probabilmente imposte nella rigidità dei regolamenti, più dalla durezza e dall’asperità del territorio che dettate da un superiore senso comunitario. A contatto con l’asperità dei luoghi e del clima, un’etimologia vuole far risalire il toponimo Ampezzo al significato luogo ampio e inospitale ricco di sterpaglie, l’uomo deve aver compreso che solo l’unione e lo sfruttamento parsimonioso degli scarsi beni offerti dalla natura a queste altezze latitudini, poteva dargli la forza di sopravvivere. Si unì, infatti, agli altri valligiani e formò un blocco di consistenza granitica tutt’ora viva e vitale. Dalle pergamene dei Laudi, balzano netti i tratti di una comunità equa e giusta, democratica, profondamente civile, che ha stupito chiunque vi si sia avvicinato. Sarebbe lungo delineare tutta la fisionomia rigorosa ed umana al tempo stesso, bastino alcuni tratti. Nei Laudi d’Ampezzo vi si trovano solo frates e consortes.

In un’epoca in cui la società europea aveva una struttura feudale e piramidale del potere, con pochi signori al vertice, e molti servi della gleba alla base, scoprire un mondo di uomini eguali pare un’utopia. Una stupenda utopia di una società che tra monti, pascoli e boschi, s’incarnava e palpitava tutte le volte che i Regolieri, da eguali fra eguali, si riunivano nella piazza (Padeon) del borgo sotto il Taè (tiglio?) per eleggere il Marigo, risolvere uniti i problemi della comunità, approvare i Laudi, questi piccoli codici rurali che le Regole custodiscono gelosamente nei propri archivi. I pascoli e i boschi appartenevano alla comunità, non si potevano né dividere né vendere. Il regoliere possedeva, e di questo suo possesso, si nutrivano i suoi famigliari, il suo bestiame, si scaldava a casa sua, ma, per possedere, doveva possedere assieme, da solo non avrebbe avuto nulla. Ma quello che è tra i fatti più espressivi delle Regole è che il godimento dei beni comuni non era, e non è tuttora, lasciato alla cupidigia al capriccio, ma trovava, e trova, unico insindacabile metro nei bisogni della famiglia, la cellula che domina tutto il tessuto del regoliere e delle Regole.

A chi necessita bisogni di poco, poco vien dato, a chi ha bisogno di molto, vien dato molto. Vi era chiaramente la proprietà privata che consisteva nella casa colonica, dell’orto, dei cambi per gli ortaggi e le granaglie, il bestiame. Ma in alcuni statuti dei laudi, quando si procedeva al disboscamento per conquistare terra coltivabile, la terra, cioè il “colonnello” era assegnata dalla comunità solamente a quelle famiglie che per numero di braccia n’avrebbero assicurato l’adeguato sfruttamento. Si è così configurato nel tempo il carattere del regoliere, aspro, a causa della lotta quotidiana contro la natura ostile, parco per la povertà dei beni, educato alla vita della comunità perché solo in essa era uomo, geloso del suo, cioè del proprio personale bene materiale, che era poco, ma era tutto ed andava difeso in qualunque modo e maniera. Come hanno rilevato insigni studiosi ed economisti questo tipo di società regoliera e famigliare sviluppatasi nelle Alpi, per molti versi è simile all’antica e originaria società delle popolazioni australiane e nord americane, studiate appunto perché efficaci nell’organizzazione sociale e capaci del superamento delle contraddizioni dell’economia capitalista. In questi tipi di società australe e nordamericana, si possiamo leggere similmente un profilo della società regoliera ampezzana, tratto dagli studi dei professori Ivanoe Bonomi e Ghino Valenti e del giurista professor Bolla, che si può sommariamente così concentrare “Le comunioni famigliari sono come struttura, organizzazione di contenuti civili, il denominatore della comunità. Insieme rappresentano non soltanto un tipo di società, ma un modo proprio di civiltà, ma un modo proprio di ordinamento civile in relazione alla popolazione che viene in un particolare ambiente. Le comunioni famigliari c’interessano non soltanto sotto il profilo storico per la conoscenza del diritto al fine di salvare e valorizzare istituzioni, che si dimostrano sempre più valide, ma anche perché illuminano il lungo cammino di libertà e della democrazia. Queste istituzioni insegnano che gli ordinamenti civili più validi non sono quelli che s’impongono secondo concetti fissi per ridurre ad una stessa norma istituzioni diverse, ma quelli che assumono la giusta dimensione dell’uomo e della sua civitas”.

Renato Zanolli

ALPINISTI SUL MONTE CIVETTA

monte_civettaE’ quasi sicuro. A raggiungere per primo sul Civetta pare proprio sia stato Simone De Silvestro detto Piovanel, nato in una notte di maggio del 1833 a Pecol di Zoldo Alto, da Lucia Cadorin e Antonio De Silvestro, salito più sulla vetta con altri cacciatori della montagna per inseguire e cacciare camosci. Nella primavera del 1867 arrivò in Val Zoldana il britannico Francis Fox Tuckett, accompagnato dalle guide svizzere con il fermo proposito di conquistare il Civetta. Avendo saputo che alcuni cacciatori locali l’avevano già conquistata, il Turckett avvicinò il Piovanel e lo convinse a guidarlo fin lassù.

La relazione dell’avvenuta conquista fu pubblicata dalla rivista Alpine Journal nel numero di maggio 1868: Salita al monte Civetta (10.438 piedi inglesi) a Est di Alleghe nella valle del Cordevole, e fra quest’ultima e la Val di Zoldo. Il 30 maggio con i miei amici Signori F.E. Blackstore, E. Howard e J.S. Hare e le nostre guide Melchior e Jakob Anderegger, arrivammo a Pecol, villaggio più alto nel ramo settentrionale della Valle di Zoldo, di qui dopo aver accompagnato quei signori sulla via verso Caprile, fino alla sommità dal passo Coldai, raggiunsi di nuovo gli Anderegg, i quali avevano impiegato saggiamente il tempo della mia assenza per esplorare la Civetta e per imparare a conoscere i sentieri che attraversavano i boschi delle pendici più basse.

La comitiva partita alle 1,30 del mattino arrivò in vetta alle 7. L’arrivo in vetta fu così descritta da Francis Fox Tuckett: () Ci trovammo a guardar giù da quella superba muraglia rocciosa unica nella sua assoluta verticalità verso Alleghe e il suo Lago, e verso le lontane cime dell’Adamello, Presanella, Ortler, Oetzthal, e i gruppi dei Tauri cui molte vette erano facilmente identificabili. Raramente ho goduto di una vista così bella e splendida il cui fascino era accresciuto da un’infinita varietà di nuvole disegnate verso il basso, mentre in alto il cielo era limpidissimo.

Nel 1877, giusto dieci anni dopo l’ascensione di Turckett, il medico viennese Paul Grhomann, pioniere dell’alpinismo nelle Dolomitici, cui va il merito d’aver trasformato boscaioli, pastori e cacciatori in abili guide alpine, dando così inizio alla storia alpina di queste valli, pubblicò sulla rivista Wanderumggen in der Dolomiten l’ascensione sul Civetta scrivendo: Perché ivi non si trova albergo (a Pecol di Zoldo Alto n.d.r.) venni affidato all’ospitalità di un paesano. Pernottai nella casa del Piovanel, il padre del giovane cacciatore Simone De Silvestro, Piovanel un simpatico uomo silenzioso che aveva guidato il Signor Turkett sulla Civetta e che avrebbe guidato anche me. () Ci arrampicammo girando uno spigolo e salimmo sopra una parete bassa, ma quasi in verticale. Simone assicurò che questa era la via più breve. Allorché si è raggiunta la forcella verso la Val della Gava, anche la principale difficoltà è superata. La cima è a destra sopra di noi e la si raggiunge di qui in una buona mezz’ora. Avevamo impiegato cinque ore e quarantacinque minuti circa, da Pecol fin quassù. Trovai le tracce di Turckett sotto forma di un biglietto con il nome F.F. Turckett; Frencay W e Melchior e Jacob Adregg di Meyringen come guide, 31 maggio 1867.

Nel 1909 e nel 1910 sul gruppo del Civetta vi furono le prime ascensioni che venticinque anni più tardi diventarono famosissime e leggendarie per gli spigoli le pareti a strapiombo: Torre Venezia fu scalata il 16 luglio 1909 dai veneziani N. Cozzi, A. Carniel, A. Zanutti e T. Cepèich. Torre Trieste fu conquistata il 16 luglio 1910 da N. Cozzi e A. Zanutti.

Il 18 luglio 1910 fu conquista Cima Una da Guido e Max Mayer con le guide Angelo Dibona e Luigi Rizzi. Il 30 luglio 1910 prima scalata diretta della parete Nord-Ovest del Piccolo Civetta compiuta in dieci ore d’arrampicata, autori Gabriel Haupt e Karl Lompel, fu chiamata La via dei tedeschi.

Per decenni l’audace via non venne più ripetuta. Nel 1929 dalla cordata dei cortinesi Bepi Degregorio (alpinista, scrittore e maestro di posta), Federico Terschak (guida alpina e maestro di sci) e i fratelli guide alpine Angelo e Giuseppe Dimai, che però dovettero bivaccare una notte in parete, confermando l’importante impresa dei tedeschi nel 1910.

Il 7 agosto 1925 Emil Solleder e Gusytav Letenbauer aprirono la prima grande via di sesto grado sulle Dolomiti e sulle Alpi. La cordata Dibona-Rizzi-Mayer introdusse novità rivoluzionarie nella pratica dell’alpinismo impiegando per la prima volta chiodi, dando inizio alle arrampicate limite riservate dei virtuosi della roccia.

Dal 10 al 12 settembre 1951 G. Livanos e R. Gabriel aprirono una nuova via sulla parete Nord-Ovest della Cima Su Alto, zona del Civetta.

Nel marzo del 1978 quattro alpinisti polacchi: Krzysztif Pankiewicz ingegnere chimico di 28 anni di Lodz, Marek Serwa ingegnere meccanico di 28 anni di Czestochowa, Zbigniew Waxh laureato in economia e commercio di anni 32 di Katowice e a Aleksander Warm ingegnere chimico di anni 28 di Lodz, conquistarono la vetta del Civetta salendo per la via Comici-Benedetti sulla parete Nord-Ovest. L’impresa fu ritenuta storica e fra le più importanti e spettacolare nella storia dell’alpinismo invernale

Il quartetto attaccò la Parete delle pareti senza la grancassa pubblicitaria abituale a molti alpinisti in casi analoghi la mattina del 4 marzo, bivaccarono la prima notte alla sommità dello zoccolo della parete stessa. Il secondo bivacco fu stato fissato un centinaio di metri più in alto, là dove la parete forma una serie di colatoi e diedri. I quattro alpinisti bivaccarono in parete per altre notti sfidando le tempeste di neve e il permanente pericolo di essere spazzati a valle dalla caduta di piccole ma continue slavine. Il termometro segnò in quel periodo punte di –15°C.

Un settimo bivacco fu stabilito prima dell’inizio dei traversi. L’ottavo all’inizio della gola della via Phillip-Flamm, il mono bivacco quasi alla sommità della parete Solleder. La cordata al decimo giorno proseguì seguendo la variante della via Cassin-Dell’Oro, che prevede direttamente la salita sulla sommità della Civetta senza passare per la Solleder.

Infine, l’ultima e più tormentata notte di bivacco a soli cinquanta metri dalla vetta. A mezzogiorno di mercoledì 14 marzo la salita si concluse. Gli alpinisti polacchi non rimasero in vetta a crogiolarsi della vittoria. Scesi quasi subito al rifugio Torriani, da qui proseguirono per raggiungere la base della Civetta seguendo la via normale, superandola con due corde doppie sfuggendo ad una ciclopica valanga che li ha sfiorò di qualche metro. Alle 20 raggiunsero l’osteria del Santuario di Pecol in Alta Val di Zoldo dove furono festegiatissimi.

La conquista invernale della Civetta seguendo la via Comici-Benedetti con i tradizionali mezzi alpinistici, senza l’impiego di corde fisse, pose l’impresa tra le più ardite e spettacolari di tutti i tempi nella catena delle Dolomiti.

Gli alpinisti polacchi il giorno successivo raggiunsero Alleghe dove la popolazione, alpinisti e appassionati che li avevano seguiti per tutto il periodo della leggendaria impresa compiuta all’insegna del 6° e 7° grado, li accolsero con grande entusiasmo.

Renato Zanolli

Pompeo Sacchet, il sedicenne espatriato clandestino

Era nato ad Argenta (Ferrara) nel 1891. Il padre, maresciallo dei carabinieri, comandante la stazione della succitata cittadina, giunto al 30° anno di servizio, decise di ritornare al paesello natio e cercare una nuova attività. Così Pompeo Sacchet, a nove anni, giunse a Cesiomaggiore, paese che non aveva mai visto e dove rimase orfano della madre. Fu inviato a Feltre presso il patronato diocesano, dove terminò le scuole elementari. Dopo di che frequentò i tre anni delle “complementari” a Belluno. Ritornato a Cesiomaggiore, si trovò a che fare con la matrigna (il padre si era risposato): furono i due anni più tristi della sua vita. Fuggì da casa e con l’aiuto di un carrettiere che lo aveva nascosto nel sacco del foraggio appeso sotto il carro, passò il confine svizzero. Probabilmente era a conoscenza che parecchi Cesiolini alloggiavano ad Altdorf e lavoravano a Kuber, nei dintorni, in una cava di porfido che trasformavano in cubetti adibiti a vari usi. Fu lì che mio padre, all’età di sedici a

Pompeo Sacchet

Pompeo Sacchet il primo in alto (foto Archivio Fotostorico Feltrino)

nni, conobbe i sacrifici dei lavoratori espatriati; ma per fortuna conobbe anche i suoi paesani che lo accolsero come un figlio. Ed è lì che venne ritratto, con la mazza in mano, in quella spettacolare foto che appare nello striscione affisso sul frontespizio all’entrata della scala mobile a Lambioi (nella foto) in occasione dell’inaugurazione della Museo Interattivo delle Migrazioni dell’Associazione Bellunesi nel Mondo.

Giovanni Sacchet

Maurizio Topanotti, da “esposto” all’Istituto della Pietà di Treviso a pioniere nello Stato di Santa Catarina in Brasile

Da molti anni studio l’archivio della Parrocchia di Limana (Belluno) dove vivo e mi sto dedicando alle ricerche e alla catalogazione dei molti documenti in esso contenuti. È appunto grazie ad una ricerca che mi sono imbattuto in Maurizio Topanotti, che all’inizio avevo scartato come possibilità per la stranezza del cognome, non certo comune dalle nostre parti. L’insistenza da parte dei discendenti in Brasile mi ha portato ad una ricerca più accurata, dalla quale è emerso che questa persona si era effettivamente sposata a Limana nel 1889. Il cognome era strano perché gli era stato dato di fantasia al momento della nascita quale “Esposto” nato presso la filiale di Belluno e poi trasferito all’Istituto della Pietà di Treviso. Nel 1874 infatti fu creata anche a Belluno una Casa degli Esposti presso il vecchio ospedale in via Loreto ed è appunto qui che ha visto la luce Maurizio Topanotti.

Non tutti i piccoli passavano dalla ruota; come nel caso di Maurizio Topanotti. Molti di questi trovatelli sono stati cresciuti come figli naturali (“figli di anima”) all’interno delle famiglie bellunesi che li hanno accolti ed hanno permesso loro di formare una loro famiglia. È sicuramente il caso di Maurizio Topanotti, che deve essere stato allevato con molto amore dalla famiglia di Domenico Pina da Sala di Cusighe di Belluno come un proprio figlio.

Maurizio Topanotti nasce alle ore 3 antimeridiane del 15 gennaio 1866 presso l’Ospitale di Belluno, nel settore riservato agli esposti e alle gravidanze indesiderate. L’accesso all’Ospitale era tramite il portone in via Loreto a Belluno, proprio di fronte alla Chiesa di Santa Maria di Loreto. Infatti di fronte a questa chiesa si eleva la nobile ma severa mole dell’Ospedale vecchio. Era una filiale dell’Istituto degli Esposti di Treviso aperta nel 1874 e le registrazioni delle nascite avvenivano sui libri dell’archivio della Cattedrale di Belluno, dove si trova l’annotazione della nascita di Maurizio. La madre nubile di Maurizio era Maria Toch di anni 26, figlia di Paolo da Canale d’Agordo (Belluno) e fu registrata come artigiana. Non si tratta quindi di una giovane ragazza, ma di una donna che lavorava forse da tempo nella città di Belluno e per ragioni sconosciute è rimasta incinta ed ha dovuto partorire lontano dalla propria casa di origine in questo luogo, forse anche per le proprie condizioni economiche.

Lo stesso giorno il neonato venne trasferito all’Istituto della Pietà di Treviso dove resterà meno di un mese, perché ritornerà a Belluno il 6 febbraio 1886 per essere allattato dalla balia Teresa De Pellegrin, moglie di Domenico Pina della Parrocchia di Cusighe (Belluno), abitanti nella frazione di Sala. Questa è stata una grande fortuna per il piccolo Maurizio, che gli ha assicurato la sopravvivenza, ma anche la possibilità di tornare e crescere nella terra dove era nato. Inoltre, quello che i discendenti devono sapere è che la madre di Maurizio proveniva da Canale d’Agordo, questo bellissimo paese in mezzo alle Dolomiti dove è nato anche Albino Luciani, poi diventato Papa con il nome di Giovanni Paolo I. È quindi una terra benedetta ed importante per tutti i Topanotti del Brasile.

Maurizio cresce e viene educato dalla famiglia Pina e conosce Luigia Scagnet da Limana, forse per ragioni di lavoro come operaio, chiamato a lavorare in quei luoghi. Si sposano, come da consuetudine, nella chiesa della parrocchia di residenza della sposa, a Limana il 27 novembre 1889.

Nei nostri archivi non si è trovata notizia della partenza di Maurizio e Luigia per il Brasile, che deve essere avvenuta poco tempo dopo il loro matrimonio. Sono sicuro che la famiglia Topanotti del Brasile è in grado di ricostruire la storia del loro antenato da questo momento in poi.

I discendenti di questi capostipiti, come Maurizio Topanotti, devono essere molto orgogliosi delle loro origini e soprattutto del fatto che discendono da un atto di amore e di solidarietà, non molto comune al giorno d’oggi, pur nel benessere che ci circonda.

Negli anni difficili della fame, dell’ignoranza e della carestia, in tutta la Val Belluna molte famiglie numerose e con pochi mezzi hanno aperto la loro casa ed il loro cuore a queste sfortunate creature, dando loro una educazione ed un futuro. Un futuro che ha visto in alcuni casi uno sviluppo straordinario, trapiantando le radici in una terra nuova all’altro lato dell’oceano. La pianta sana ha dato frutto ed ha trasmesso attraverso la fertile terra del Brasile, che l’ha accolta, la storia, l’identità e l’amore di quella Italia sempre rimasta nel cuore, anche di chi, oggi, portando con orgoglio quel cognome, non conosce ancora. Belluno li saluta e manda loro un grande abbraccio nella speranza di poterli abbracciare di persona il giorno che vorranno conoscere la terra di origine del loro antenato Maurizio.

Giorgio Fornasier

P.S. A seguito di questo articolo, un contatto in Brasile mi informa che dovrebbero essere circa 1.800 i discendenti di questo unico capostipite. Tutto questo è straordinario, dopo aver letto la storia!

Annabella

Mi chiamo Annabella Fairtlough, nome italiano, cognome inglese. Sono nata a Roma quaranta anni fa. I miei nonni italiani, Jole Mosena e Arturo Campo, erano bellunesi, zoldani emigrati in Spagna nel 1936. Mio nonno lavorava nelle costruzioni e doveva viaggiare in tutta Italia. Mia nonna aveva lavorato in una gelateria in Ungheria. Lei lo convinse ad aprire una gelateria in Spagna per poter stare insieme. Dopo diverse difficoltà, la guerra in Spagna, la guerra in Italia, una figlia, mia zia Aida lasciata a Zoldo, mia mamma Marina nasce nel 1942 a Cadice, dove avevano aperto la gelateria due anni prima.

Ritornavano a Zoldo ogni tre anni. Parlavano zoldano in casa, anche se mia mamma rispondeva in spagnolo. Lei trova un inglese, si sposano e finiscono a Roma1. Nasco, studio in una scuola internazionale inglese, facciamo vacanze ed amici tornando ogni estate a Zoldo. Vado all’università in Inghilterra, lavoro a Londra come architetto e tutto sembra avviato su un binario buono.

Invece il destino è stato diverso. Londra è bella e stimolante, il lavoro interessante, ma volevo qualcosa in più. Ho deciso di utilizzare i miei risparmi per fare il giro del mondo per un anno: Brasile, Perù, Cile, Bolivia, Nuova Zelanda, Thailandia, Laos, India. In Perù, salendo una montagna di 6000 m., ho incontrato Santiago, guida alpina spagnola, e decidiamo di vivere insieme e iniziare una attività nelle Dolomiti.

Così ritorno al paese dei nonni e delle mie vacanze nella Val di Zoldo. La nostra attività “Dolomismo”, avventure guidate nelle montagne, comincia. Con i nostri contatti abbiamo più clienti dall’estero che dall’Italia. Mi sembra un sogno lavorare per vivere in Zoldo e fare quello che ci piace: scalare il Pelmo, fare torrentismo a Claut, “ciaspolare” a Palafavera, arrampicare sulle pareti di ghiaccio di Sottoguda.

Dopo anni in città, Roma, Milano, Parigi, Londra, la vita zoldana piace. C’è più tranquillità, più solidarietà, più serietà. Lavoriamo sodo, ma c’è anche tempo per rilassarci. Mangiamo bene, ma non troppo. Conosciamo nuova gente e rinnoviamo lontane amicizie.

Nel 2006 mia sorella Amapola, anche lei un po’ stufa della vita di città, si sposa con uno zoldano, amico delle nostre vacanze giovanili. Il suo lavoro le permette di lavorare da casa con visite saltuarie all’ufficio vicino a Milano. Arrivano tre figli che parlano inglese, zoldano e italiano. Lei vuole impegnarsi per la comunità zoldana. Crea una lista per l’elezione del comune; arriva seconda con uno scarto di soli 16 voti.

All’inizio di quest’anno con nostro padre (insegnante di lingua inglese), abbiamo deciso di iniziare una nuova attività per noi stessi e anche per l’economia locale. Si chiama “English Summit” (“Cima Inglese”) www.englishsummit.eu, dove riuniamo gruppi di persone per perfezionare il loro inglese, con programmi di conversazione intensivi e con volontari di madre lingua che parlano continuamente con loro per un’intera settimana… nell’incantevole isolamento di Fornesighe.

Annabella Fairtlough

1 La storia dei genitori di Annabella è contenuta nel libro (in lingua inglese) “Love, War and ice cream” (vedi pag. 19)

Ricordi di emigrazione: la coperta rossa

Di Tranquillo Rinaldo (vedi BNM di dicembre 2012, pag. 28) pubblichiamo, in sintesi, quest’altro drammatico e toccante ricordo di emigrazione.

(…) Fu parecchi anni fa, la prima volta che ho controllato il ripostiglio del pronto soccorso in una miniera di rame dello Zambia: là, tra bende, disinfettanti e lacci emostatici, spiccava il color rosso scarlatto di una dozzina di coperte ben piegate in un involucro di plastica trasparente. Il mio primo pensiero fu che era logico che le coperte fossero rosse, sarebbero servite a coprire dei feriti ed il colore avrebbe mascherato quello del sangue. Ero giovane e non avevo mai visto un incidente; ne avevo sentito sì parlare, ed ero anche, a parer mio, preparato all’eventualità, ma pensavo che fosse una cosa così lontana da non preoccuparsene (…). Purtroppo non passò tanto tempo prima che anch’io non vivessi l’ansia, il terrore e la disperazione dell’incidente e vedessi la coperta rossa diventare di un rosso cupo, man mano che si inzuppava del sangue di un amico.

Tranquillo Rinaldo in Africa

Tranquillo Rinaldo in Africa

Il giorno era uno come tanti altri, anche se lo ricorderò per sempre. Dovevamo controllare una falda freatica a circa 750 metri di profondità. Eravamo in tre e percorrevamo un piccolo cunicolo; io ero in testa al gruppo, dietro di me veniva Robert e più attardato Lesilie, che era più anziano di noi. Con Robert eravamo come fratelli; spesso parlavamo di lavoro e di miniera: lui mi diceva che non voleva passare tutta la vita in miniera come aveva fatto suo padre, che a cinquant’anni era già un uomo finito. Mi parlava della tosse incessante del suo genitore, tosse che era il frutto di tanti anni passati tra la polvere e l’umidità. Quella mattina negli spogliatoi, mentre ci stavamo infilando i calzoni di lana e gli stivali, era molto allegro. Mi disse che aveva avuto un’offerta di lavoro da geologo nelle prospezioni: era felice. “Ancora poco tempo – sono parole sue – e poi di miniera non si parlerà più”.

Uno schianto, la roccia che cadeva, un urlo, io che mi giro con il cuore in gola. Lesilie che urla, polvere secca che entra negli occhi e nella gola. Tra le rocce cadute giace l’amico che fino a pochi attimi prima mi parlava. L’elmetto sventrato in fianco, il sangue che cola dalla fronte, la luce della pila è poco, dato che gli occhi sono coperti di polvere impastata di lacrime e di sudore nella frenesia di rimuovere i massi caduti. La corsa fino al punto telefonico, l’urlo della sirena, la squadra di soccorso e l’amico fraterno sorretto solo dalla fibra dei suoi 24 anni, avvolto nella coperta rossa che già si inumidiva di sangue. All’infermeria è gia arrivato un medico, che, dopo un sommario esame, mi guarda scuotendo la testa: è la fine. Un’altra giovane vita si era immolata nella miniera ed era la vita di un amico. Lui non avrebbe avuto la tosse come suo padre, il destino non gli avrebbe dato il tempo; non avrebbe sofferto di silicosi, non si sarebbe svegliato di notte senza respiro come tutti i silicotici. Mi avvicinai al lettino, le mie dita tremanti accarezzarono il corpo ormai senza vita avvolto nella coperta rossa.

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