5. La nostra emigrazione. Questa è la storia della famiglia De Nes, dall’Italia al Brasile

Francesco De Nes

Francesco De Nes

137 anni di emigrazione in Brasile. È il traguardo raggiunto dalla famiglia De Nes, che ha festeggiato il 16 novembre 2019 con il primo incontro dei discendenti nella città di Encantado (Rio Grande do Sul). Proprio lì dove tutto ebbe inizio.I primi ad arrivare furono Francesco De Nes, nato a Longarone il 18 settembre 1869, e sua mamma Giacomina Bratti, nata il 4 giugno 1846. Francesco aveva tredici anni e Giacomina era rimasta vedova. Con loro, a ricominciare la vita oltreoceano, c’erano anche i nonni materni, Andrea Bratti, nato il 19 febbraio 1821, e Domenica De Bona, nata il 30 agosto 1819. La famiglia arrivò in Brasile, nel porto di Rio de Janeiro, il 15 dicembre 1882, a bordo della nave “Berlin”. Scelsero il Sud del Paese per vivere, stabilendosi nell’attuale città di Encantado – allora 3ª frazione di Lajeado – dove lavorarono come contadini.Il 7 maggio del 1892 Francesco sposò Pia Giongo, nata nel 1870 nell’Impero austro-ungarico. Anche lei era arrivata nel porto di Rio de Janeiro, il 7 luglio 1879, quando aveva 10 anni. Era emigrata con i genitori, David Giongo e Maria Penes, viaggiando sulla nave “La France”. Nei registri dei passeggeri di quella nave sono presenti 54 austriaci. Di questi, 26 – inclusa Pia – ricevettero un sussidio dal Consolato brasiliano a Genova.Gli sposi ebbero sette figli: David Pio De Nes, nato il 28 aprile 1893; Antonio Augustinho (28 novembre 1894), Ernesto Luiz (14 novembre 1896), Benjamin Degnho (25 agosto 1898), Giacomina De Nes (19 luglio 1900), Maria (22 settembre 1905) e Giusto João (1904). Anche Giacomina Bratti, la madre di Francesco, in Brasile si risposò con Antonio Lucca. Morì a Encantado il 18 dicembre 1929, a 84 anni. Francesco si spense invece il 26 aprile 1930, a 61 anni, e Pia venne a mancare il 12 settembre 1948, a 78 anni. Furono  sepolti nel cimitero di Santo Antão, a Encantado. Attualmente il cognome De Nes è diffuso tra gli stati di Rio Grande do Sul, Santa Catarina, Paraná, São Paulo, Mato Grosso e Rio de Janeiro.I discendenti si impegnano a portare avanti ricerche per conoscere meglio la loro storia e per ampliare i rapporti fra parenti di questa grande famiglia italo-brasiliana.Valdir Francisco De Nes Chapecó, SC, Brasile.

Giacomina Bratti De Nes

Giacomina Bratti De Nes

 

Bellunesi nel mondo… dello sport. Snowboard, che passione: la Coppa del Mondo a Cortina

Cortina si conferma un teatro naturale perfetto per tutti gli sport invernali. Compreso lo snowboard. I campioni della tavola, infatti, si sono ritrovati sulle Dolomiti, dove ad accoglierli hanno trovato più di 1.500 tifosi. E una pista, la Tondi di Faloria, particolarmente adatta a ospitare la Coppa del mondo, nella specialità del gigante parallelo: pista che inizia in quota, a 2240 metri, e si conclude a 2132 per uno sviluppo verticale di 108 metri, una lunghezza di 540 e una pendenza media del 20 per cento.

Nessun dubbio, è stato un evento. Sotto tutti i punti di vista. Anche perché era il primo, ospitato da Cortina, dopo l’assegnazione all’Italia delle Olimpiadi invernali nel 2026. E l’interesse si è moltiplicato pure in prospettiva cinque cerchi. Senza considerare che la perla delle Dolomiti sarà al centro della mappa sportiva, a livello planetario, anche fra tre mesi, visto che dal 18 al 22 marzo 2020 andranno in scena le finali della Coppa del mondo di sci.

Ma torniamo allo snowboard. E a un successo triplo: in termini di affluenza di tifosi, a livello organizzativo. E perfino in una competizione che si è tinta di azzurro, grazie al trionfo dell’italiano Roland Fischnaller: «Come sapete – ha dichiarato il vincitore alla Fisi veneta – io amo Cortina, qui riesco sempre a vivere emozioni uniche, in un ambiente davvero positivo. La pista era in condizioni perfette, so che il Comitato ha lavorato giorno e notte per ottenere questo risultato: bravissimi. Mi sentivo in forma e sono contento di averlo dimostrato».

Nel femminile, invece, successo della tedesca Ramona Theresia Hofmeister e quindicesimo posto per l’ampezzana Giulia Gaspari. Ma sul gradino più podio c’è spazio anche e soprattutto per il Comitato organizzatore. E per Denis Constantini, presidente Snowboard Club Cortina: «La nostra tappa attira l’attenzione di molte persone e aziende. In primis perché abbiamo fatto bene negli anni e poi perché Cortina è una calamita per lo sport: non a caso ospiterà sia noi, sia le finali 2020 e i Mondiali 2021 di sci alpino, oltre alle Olimpiadi nel 2026. Tutto questo ci spinge a fare ancora meglio».

Ben ventitré partner hanno appoggiato la Coppa del mondo di snowboard: «Si tratta di realtà internazionali, nazionali e locali che credono nel nostro progetto. Alcuni sono storici, altri sono delle vere e proprie new entry: quest’anno, per esempio, si è aggiunta Ducati, casa motociclistica che produce moto famose in tutto il mondo per stile, performance a tecnologia».

Encomiabile, inoltre, il lavoro dei 140 volontari. A proposito di numeri, si sono fronteggiati 125 atleti (56 donne e 69 uomini), in rappresentanza di 22 Nazioni: Austria, Bulgaria, Canada, Cina, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Giappone, Corea del Sud, Olanda, Polonia, Portogallo, Romania, Russia, Slovenia, Svizzera, Repubblica Slovacca, Ucraina, Stati Uniti e Macedonia.

Marco D’Incà

291. Storie di emigranti bellunesi. La vita di Gemma Coletti, da Salce alla Svizzera

Davanti alla fabbrica di cioccolato “SPOSA”. Gemma è la seconda da sinistraMi chiamo Gemma Coletti, provengo da una famiglia di mezzadri che abitava a Salce. Avevo sedici anni quando iniziai a lavorare come cameriera in un albergo a Sappada. Prestai servizio per una stagione invernale e una estiva. Allora Belluno era ancora una città rurale che off riva poche opportunità lavorative. Quando un conoscente riferì a mio padre che in Svizzera cercavano dei dipendenti nella fabbrica di cioccolato SPOSA, lui decise di organizzare il trasferimento per me e mia cugina Mirella, di un anno più giovane. Così, nel settembre del 1954, a diciannove anni, partii per la Svizzera, dove trascorsi in tutto sei anni. Dopo dodici ore di treno per raggiungere la meta io e lamia compagna di viaggio ci sentivamo stanche e spaesate e una volta giunte a destinazione dovevamo percorrere ancora due chilometri a piedi per raggiungere l’abitazione che ci avevano assegnato: una casa fredda, riscaldata solo con una piccola stufa a legna. La fabbrica si trovava a Laupen, una frazione del piccolo paesino di Wald, nella periferia di Zurigo. La nostra casa, che condividevamo con altre ragazze, vi distava pochi metri. L’attività contava cinquanta dipendenti tra i quali solo cinque, comprese me e Mirella, di nazionalità italiana. Si lavora mediamente nove ore al giorno, ma durante i periodi di festività si raggiungevano anche le sedici ore. Ricordo che ad ogni pausa mangiavamo un po’ di cioccolato perché non c’era tempo di andare a comprare altro. Ovviamente, con questa cattiva abitudine mi rovinai i denti per il troppo zucchero e dovetti porre rimedio una volta tornata in Italia. All’interno della fabbrica si lavorava con grandi macchinari che davano forma e confezionavano il cioccolato. Dopo due anni ebbi un incidente sul lavoro nel quale persi i ldito medio della mano destra. Tuttora ricordo il dolore acuto che provai in mancanza di rimedi analgesici, razionati il più possibile e somministrati solamente quando il dolore era insopportabile. Tuttavia, i macchinari e il lavoro non ci preoccupavano: la principale difficoltà era la lingua. Riuscire a padroneggiare una lingua tanto diversa dall’italiano (e soprattutto dal nostro amato dialetto) sembrava impossibile. All’inizio non sapevo una paroladi tedesco e non c’era quasi nessuno che parlava la nostra lingua; di conseguenza, la comunicazione era ostacolata. Fortunatamente andavamo molto d’accordo con i responsabili, che erano socievoli e cercavano di coinvolgerci in ogni attività e di insegnarci la lingua, finché riuscimmo finalmente a impararla dopo circa un anno. Anche i colleghi erano molto disponibili e gentili, esclusi alcuni del posto che ci chiamavano “zingare”. Sentivamo nostalgia di casa e quasi ogni settimana scrivevamo alle nostre famiglie, ma, si sa, le corrispondenze di una volta non erano veloci come lo sono ora e le risposte ci arrivavano dopo due settimane. Passati circa tre anni in Svizzera, vennero a visitarci mia mamma e mia zia, la mamma di Mirella. Quel giorno fu una grande festa, accompagnata dalla felicità di ritrovarsi dopo così tanto tempo. Si lavorava molto, ma c’erano anche momenti di svago: i proprietari della fabbrica organizzavano spesso delle gite fuori porta per i dipendenti, era un’iniziativa che rendeva tutti felici. Alcune sere, poi, dopo il lavoro, io e Mirella andavamo a ballare in un edificio a due chilometri dalla nostra casa. Vi si giungeva percorrendo una strada sterrata che ci obbligava a indossare le ciabatte e portare lescarpe da ballo in una borsa perché non si impolverassero. Una volta arrivate a destinazione ci cambiavano. Ogni sabato sera veniva invitata un’orchestra diversa e si conoscevano nuove persone. Dopo cinque anni alla fabbrica SPOSA, mi trasferii da mia cugina Ida a San Gallo. Iniziai a lavorare stirando modelli di vestiti nella sartoria Stark, ma trascorso un anno decisi di tornare in Itali aa causa di un clima sfavorevole alla salute. Una volta rientrata a Belluno mi ripresi subito e ricominciai a lavorare. Si concluse così la mia esperienza all’estero. Mi ricordo la grande preoccupazione iniziale, la paura di non essere accettata in un mondo così diverso da quello a cui ero abituata.Mi ricordo di come queste paure si dissolsero col tempo, grazie a persone comprensive, pazienti e divertenti. Mi ricordo la difficoltà e la soddisfazione di imparare una nuova lingua che ancora oggi riesco a riconoscere.

Bellunesi nel mondo… dello sport. Kristian Ghedina: mezzo secolo ad alta velocità

I 50 anni di un fuoriclasse. Perché non è altro che questo, Kristian Ghedina: un fuoriclasse. Innanzitutto nello sport. E, in particolare, nella discesa libera. “Ghedo”, infatti, è l’atleta italiano più vittorioso di sempre nella Coppa del mondo di sci alpino con 12 successi e 29 podi. Ed è anche il più attivo, come testimonia il record di gare: ben 167.

Ma al di là dei numeri, comunque roboanti e intrisi di leggenda, il cortinese doc ha saputo dare una pennellata avanguardista alla sua carriera, grazie a un gesto tecnico e atletico passato alla storia degli sport invernali: la spaccata sulla mitica Streif di Kitzbühel, ribattezzata “salto Ghedina”. È il 2004 e lungo la pista austriaca, all’altezza del muro finale, il battito di ogni appassionato della neve accelera vertiginosamente nel momento in cui Kristian si esibisce in una spaccata in volo, a 140 chilometri orari. È il simbolo di un atleta inimitabile. E di un’intera generazione di discesisti.

Sulle orme della madre Adriana Dipol, la prima donna maestra di sci a Cortina d’Ampezzo, “Ghedo” sale per la prima volta sul podio ad appena vent’anni, classificandosi al terzo posto nella libera sulla Saslong. E proprio in Val Gardena arriveranno addirittura quattro trionfi: nel 1996, 1998, 1999 e 2001. Ma anche il 2004 è da ricordare, visto che il cortinese percorrerà il tratto conclusivo della pista al fianco di un insolito compagno di viaggio: un capriolo.

Fuoriclasse, si diceva. Persino nelle avversità: in questo senso, vale la pena riavvolgere il nastro fino al 1991, quando, dopo aver ottenuto l’argento in combinata ai Mondiali di Saalbach-Hinterglemm, viene coinvolto in un terribile incidente stradale sull’autostrada A4 Torino-Milano: “Ghedo” rimane alcuni giorni in coma. La ripresa, però, è impetuosa. Affronta al meglio una difficile riabilitazione e torna a competere in Coppa del mondo, a Wengen, diventando il leader dell’Italjet, la Nazionale azzurra di discesa.

Già, un fuoriclasse. Pure della velocità. Tanto è vero che, una volta appesi gli sci al chiodo, Kristian sposa un altro tipo di pista: caratterizzata non dal neve, bensì dal cemento. A bordo di una Bmw, partecipa al Campionato italiano Superturismo e strizza l’occhio ai motori, fino a ottenere una serie di piazzamenti nella Superstars 2009 e a rivaleggiare con ex piloti di Formula 1.

Fuoriclasse, “Ghedo”, lo è inoltre come allenatore (svela i trucchi del mestiere al croato Ivica Kostelic) e come dirigente: a tale proposito, è stato scelto per ricoprire il ruolo di Ambassador dei Mondiali di Cortina 2021. Perché non esiste un personaggio più incisivo ed efficace di Kristian per accompagnare la Perla delle Dolomiti verso il traguardo iridato.

Ma Ghedina è un fuoriclasse anche a livello mediatico. La sua innata simpatia, unita alla capacità di non prendere troppo sul serio se stesso e tutto ciò che lo circonda, gli ha permesso di diventare un campione conosciuto in maniera trasversale, tra ospitate televisive, scherzi esilaranti (come quello mandato in onda di recente dalla trasmissione “Le Iene”) e interviste mai banali. Già, mai banali. Come i suoi 50 anni.

Marco D’Incà

 

Bellunesi nel mondo… dello sport. Mirko Balzan pedala oltre i limiti

È il 2003 e Mirko Balzan, un diciottenne come tanti, viaggia a bordo della sua moto. Ignaro di avere un appuntamento col destino. Quel destino che, in seguito a un incidente, gli presenterà un conto molto aspro: fratture multiple, trauma cranico e, soprattutto, la lesione del plesso brachiale sinistro. Di fatto, perde l’uso del braccio. Ma il trichianese non demorde. E trasforma un limite in opportunità, nel momento in cui sale in sella e si cimenta con il ciclismo. Sarà un’escalation continua, fino al successo al Giro d’Italia Paralimpico, nel 2015.
Mirko, come è cambiata la vita dopo l’incidente?
«Beh, è cambiata. Soprattutto all’inizio. Da lavoratore e autonomo economicamente, sono passato a essere come un bambino che non riesce ad allacciarsi le scarpe e non può guidare. Un salto importante e repentino. In ogni caso, dopo 5 mesi, ero già stato operato. E sono tornato al lavoro, passando dalla produzione all’ufficio».
Il debutto in sella?
«Risale all’estate 2010, con una mia vecchia mountain bike che utilizzavo da ragazzino. Nei primi tempi è stato un calvario: a casa mia c’è solo salita e, per completare 2 km, mi sono fermato almeno tre volte. E poi la discesa: panico vero».
La soddisfazione più grande?
«Coincide con la prima gara in assoluto: una Granfondo. Partenza da Sedico, correndo insieme ai normodotati. E sotto una pioggia battente: molti iscritti non si sono nemmeno presentati al via con quel diluvio. Io sì, ho corso e concluso una prova in cui c’era l’essenza del ciclismo: il correre contro se stessi, il meteo e la sfortuna».
Gli ostacoli più importanti da superare?
«Nella vita, le banali azioni quotidiane: vestirsi o tagliare la bistecca diventano pratiche difficili se non impossibili. Poi, col tempo, ci si adatta e si trova un sistema per fare quasi tutto. Nel ciclismo è uguale: quando guidi, cambi, freni o prendi la borraccia con una mano sola, se sbagli cadi. Ma tante ore in sella fanno miracoli: non so come, ma il corpo si adatta e trova una strada, anche dove non c’è».
Come si sviluppa la giornata tipo?
«Tutto ruota attorno al ciclismo. Mi considero un mediocre corridore, però mi alleno parecchio. Durante la settimana, al mattino lavoro, quando stacco mangio un panino leggero. E poi parto in bici. Si va dalle 2 alle 4 ore al giorno, in base al periodo e al programma di allenamento. In media, a settimana, rimango fra le 15, 20 ore in sella, con almeno un giorno di riposo assoluto, di solito il venerdì».
Che cos’è il ciclismo?
«È un buon motivo per alzarsi al mattino, nonostante sia uno sport “infame”. Fra condizioni meteo difficili, cadute, incidenti, pericoli e “bastonate” prese in giornate storte, la voglia di pedalare dovrebbe passare abbastanza in fretta. Invece, se superi questi ostacoli, ti tempra, ti insegna ad andare avanti, ad affrontare i momenti difficili».
Obiettivi futuri?
«Da circa un anno corro quasi solo in competizioni con i normodotati. Sono adatto alla salita e il settore paralimpico, in sostanza, non prevede gare con dislivello. Mi avvicino soprattutto alle Granfondo, anche abbastanza lunghe, da 5 a oltre 8 ore, con dislivelli importanti: 4, 5000 metri. L’agonismo è impegnativo, perché, oltre all’allenamento, ci vuole moderazione a tavola ed è bene riposarsi il più possibile. Ma finché non mi pesa continuerò a gareggiare».

Marco D’Incà

 



Bellunesi nel mondo… dello sport. Noemi si tuffa nell’oro

Batki, sempre Batki, fortissimamente Batki: Noemi sale ancora una volta sul tetto d’Europa. E porta con sé anche un pezzetto di Belluno. Perché la campionessa di origine ungherese si è trasferita ai piedi delle Dolomiti all’età di 3 anni. E nella piscina di Lambioi, sotto l’attenta guida di mamma Ibolya Nagy (compagna del bellunese Dario Mosena), Batki ha coltivato il suo straordinario talento nei tuffi. Tanto da diventare una delle migliori interpreti italiane di sempre dalla piattaforma. L’ultimo exploit risale allo scorso agosto, quando Noemi conquista la medaglia d’oro in coppia con la giovanissima Chiara Pellacani, agli Europei di Kiev. Nella finale della piattaforma sincro femminile, le azzurre totalizzano 290.34 punti, superando la coppia britannica formata da Poebe Banks ed Emily Martin (284.40) e quella russa arricchita da Iuliia Timoshinina ed Ekaterina Beliaeva (277.50).
A rendere ancor più speciale l’impresa in Ucraina c’è la differenza d’età: mentre Batki sta per spegnere 32 candeline (è nata il 12 ottobre 1987, a Budapest), Pellacani non è ancora maggiorenne. Tra le due compagne e amiche la differenza è ben di 15 anni. Insomma, nel momento in cui l’adolescente Noemi frequentava le scuole superiori e si affacciava ad alti livelli nel mondo dei tuffi, Chiara era ancora in fasce. Ma l’ampio gap in termini anagrafici non ha impedito loro di scrivere una meravigliosa pagina di sport. Nel sincro, infatti, tutto deve essere calcolato al millimetro. E al secondo. Anzi, alla frazione di secondo. È necessario agire in simbiosi. E il feeling tra due persone, prima ancora che tra due atlete, deve essere spontaneo e immediato. Viceversa, sarebbe impossibile ambire al gradino più alto del podio a livello internazionale. Ma proprio qui risiede l’unicità di Batki e Pallacani, superlative nel trasformare il divario in termini di età in un’opportunità. O meglio, in un valore aggiunto, sfociato nel trionfo capace di nobilitare ulteriormente la carriera di Noemi: una tuffatrice che, nel suo palmares, vanta pure un oro nel trampolino da 1 metro alle Universiadi di Bangkok (2007), 2 ori, 4 argenti e 3 bronzi agli Europei.
«La qualificazione olimpica, il titolo europeo e il ticket per le World Series in due specialità – ha scritto sui profili social la bellunese d’adozione -. Che annata speciale! Grazie a tutti: allo staff, alla squadra, alla mia famiglia e ai supporter che da lontano mi mandano tanta energia». Batki ha un legame molto profondo con la terra bellunese. E ci tiene a ribadirlo in ogni occasione utile: «Avere una vita movimentata, “vagabonda”, ha i suoi pro e i suoi contro. Ho sangue ungherese, sono cresciuta a Belluno, poi Trieste, adesso Roma e in futuro chissà. Non appartengo al 100 per cento a nessun luogo, ma ogni città e le persone che entrano nella mia vita lasciano un segno. I bellunesi hanno un posto speciale nel mio cuore perché, dopo tutti questi anni, mi riservano sempre una parola gentile, un pensiero affettuoso o un sorriso».

Marco D’Incà



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