Evaristo Menegon e Maria Rita Zuco. Ricordi di emigrazione in Svizzera

Räterschen, 1963. Evaristo al suo arrivo in Svizzera

Correva l’anno 1963 quando Evaristo, di Alano di Piave, nato il 28 dicembre 1946, decise di andare a passare le feste natalizie e il suo diciassettesimo compleanno dai fratelli, in Svizzera da parecchio tempo. Non pensava neppure lontanamente che quel viaggio gli avrebbe aperto delle porte fino a quel momento sconosciute. Aveva vissuto sempre ad Alano, dove dopo le elementari aveva frequentato la scuola di muratore.
Eccolo arrivare a Zurigo e quindi a Räterschen, un piccolo paese nel quale già vivevano la sorella – coniugata e con figli – e il fratello. Il 28 dicembre gli fecero una grande festa. Parlando del più e del meno finirono con il chiedergli: «Perché non resti qui?». Evaristo non pensò né al lavoro di muratore in Italia, che gli piaceva tanto, né ai genitori, e rispose in modo affermativo. Fece la visita medica, tutti i documenti necessari e andò a lavorare alla papierfabrik, la cartiera. Dopo un anno cambiò mestiere e passò a un’impresa edile di Räterschen, la Landgart & Valdvogel. Vi rimase per 15 anni, sempre ben voluto dai datori di lavoro, tanto da diventare presto, per la sua bravura e onestà, capocantiere. Prese la patente e comprò la macchina. Decise anche di ottenere la licenza media alla scuola serale italiana e il diploma di congegnatore meccanico. Nel frattempo, studiò da autodidatta il francese, lo spagnolo e naturalmente il tedesco. Viaggiò parecchio in Austria, in Francia e in Spagna.
Per le feste tornò sempre dai genitori a bordo della sua bellissima Volvo, che cambiava spesso e volentieri. D’inverno il luogo di lavoro era molto freddo, con neve e ghiaccio, ma Evaristo non si lamentò mai. Anzi, fu sempre contento e sereno, anche se ogni anno doveva sottoporsi a una nuova visita medica. La Confederazione Elvetica voleva infatti accertare lo stato di salute di tutti gli stranieri. Passati dieci anni ebbe diritto al permesso di soggiorno permanente, ma mai gli venne l’idea di rinnegare la sua patria per ottenere la cittadinanza svizzera.
Nel settembre del 1972, a casa di un amico, conobbe Maria Rita Zuco, una ragazza di 22 anni che viveva a Winterthur con i genitori. Maria Rita era diplomata in Italia come Perito aziendale, ma lavorava nella cucina dell’ospedale e la sera studiava il tedesco per stranieri. I due ragazzi fecero subito amicizia. Lui da Räterschen andava spesso a trovarla a Winterthur. Dopo qualche tempo, Maria Rita si dimise dall’ospedale e trovò impiego alla Volg, un grande ingrosso per l’agricoltura. Lavorava nella posta privata dell’azienda.
Nel luglio 1974 i due giovani si sposarono a Catania, luogo di origine della famiglia Zuco. Tornati in Svizzera dopo le nozze, si trasferirono in un bell’appartamento con tutte le comodità a Räterschen. Comprarono i mobili nuovi e furono felici. Maria Rita prendeva il treno la mattina alle 7 per arrivare sul posto di lavoro e si impegnava alacremente fino alle 17.30. Il lavoro al Postabteilung, il dipartimento postale, era appagante, era rispettata da tutti per la sua precisione, onestà e sveltezza. Era responsabile per il Kanton Thurgau e, ben preparata com’era al lavoro d’ufficio, non commetteva mai errori. Purtroppo perse il suo primo bambino quando era incinta da tre mesi e mezzo. Per lei fu un dolore fortissimo, poiché lo vide: era un maschietto, lungo sei centimetri, con i capelli neri.
Comunque, anche questo brutto momento passò, per lasciare spazio, tre mesi più tardi, a una nuova gravidanza. Il 7 luglio nacque una bellissima bambina: Jeannette. Per il battesimo arrivarono molti famigliari dall’Italia, fu una grande festa. Dopo sei settimane dalla nascita e due settimane di ferie, Maria Rita dovette tuttavia tornare al lavoro. In Svizzera non esiste il permesso di maternità. La bambina venne iscritta al miglior asilo nido della città, visto che nessuno dei parenti volle accudirla. Fu un periodo intenso, la piccola veniva accompagnata al nido alle 6 del mattino, per tornare a casa alle 6 di sera. Maria Rita si stancò molto e finì con l’incappare in una depressione post parto. Venne ricoverata in ospedale e dovette assentarsi dal lavoro per sei mesi.
Tornata alla Volg, pian piano le balenò, assieme ad Evaristo, l’idea di un ritorno in Italia. Quando la bimba aveva due anni e mezzo, comprarono un appartamento a Quero e il 27 marzo 1979 fecero rientro in patria, nella casa dove vivono tutt’ora.

Winterthur, primavera 1970. Maria Rita alla Volg

In Svizzera tra lavoro e associazionismo. La storia di Mosè D’Incà

La festa dell’Associazione Volontari Italiani del Sangue, sezione di Wil.

La mia vita professionale è cominciata come apprendista muratore. Di giorno lavoravo e la sera frequentavo la scuola, all’Iti. Andavo a Santa Giustina in bicicletta, con la strada che non era nemmeno asfaltata. Dopo Santa Giustina mi hanno mandato a Longarone, sempre in bici, fino a quando, con l’aiuto del papà, ho comprato una moto.
Di inverno, quando come muratore non lavoravo, andavo sulle piste in Nevegal: avevano appena allestito gli impianti.
Concluso l’apprendistato ho fatto il militare. In quel periodo ne ho approfittato per prendere la patente del camion rimorchio, convinto che in futuro mi sarebbe servita a guadagnare di più. La prova del nove è arrivata subito dopo aver finito la naja, quando ho cominciato a fare l’autista. Pensavo di trovarmi bene, e invece… portavo cemento giorno e notte. Nei primi nove mesi ho percorso 8800 chilometri. Allora mi sono detto: vado un anno a Winterthur, magari prendo qualcosa in più e vedo come funziona il mondo fuori da Belluno e dall’Italia. Mi sono fatto mandare il permesso da qualche amico già emigrato e sono partito. La prima notte a Winterthur mi hanno messo a dormire in una soffitta da cui potevo vedere il cielo, dato che le tegole erano un po’ bucate. Casa mia, a Belluno, non era bella, ma almeno il tetto non aveva fori. Comunque, pazienza, mi sono messo addosso il cappotto e tutto quello che potevo. La mattina, al risveglio, avevo la brina sul naso. Non avrei potuto andare avanti così, per questo ho parlato chiaro al mio principale: o mi trovava una stanza buona o me ne sarei andato. Mi ha accontentato subito. A quell’epoca si lavorava e si risparmiava, senza muoversi mai di casa. D’altra parte, ero in un paese straniero e non parlavo una parola di tedesco. Alla fine dell’anno il padrone mi ha detto: «Ti ho aumentato lo stipendio di tre centesimi». Teniamo presente che mi dava il minimo. Poi ha aggiunto: «Ti ho preparato il permesso per l’anno prossimo». Assolutamente no! Ho risposto. Non mi facevo prendere in giro. Era assurdo aumentarmi lo stipendio l’ultimo giorno di lavoro. Così sono tornato in Italia, per poi chiedere a un cugino se riusciva a trovarmi un impiego a Wil, dove lavorava lui. Mi ha spedito il permesso e sono andato. Nella nuova città mi sono sentito subito a mio agio. Prima stavo come in convento, qui, invece, la vita era più interessante. Ero alloggiato da una famiglia del posto e mi trovavo benissimo. Persone squisite e indimenticabili. Sono rimasto lì un anno, poi la ditta ha messo in piedi degli appartamentini per gli operai e mi sono trasferito. Con i soldi messi da parte ho comprato una “Topolino” e l’ho inaugurata per tornare in Svizzera. Durante il viaggio non si sbrinavano più i vetri e ci ho dovuto mettere del sale. In Italia il tempo era abbastanza buono, ma arrivato ad Altdorf ho trovato un metro e mezzo di neve. Per fortuna avevo a portata le catene. Passato il confine ho dovuto cambiare la targa e metterne una svizzera provvisoria. Anche la patente ho dovuto rifare: è costata cinque franchi, non poco. L’ingegnere esaminatore mi ha chiesto dove abitavo. Lui faceva l’autista e conosceva Belluno, soprattutto il Cadore, meglio di me. Quando mi ha consegnato la patente mi ha fatto un sacco di raccomandazioni, come un padre a un figlio.
Anche a Wil ho fatto il muratore, poi il capo ha visto che conoscevo il disegno e ha iniziato a darmi fiducia e sempre più responsabilità. Oltre al lavoro, con alcuni amici abbiamo fondato una squadra di calcio: la Folgore Wil. Prima disputavamo partitelle tra italiani, poi ci siamo iscritti a veri e propri tornei. Con noi giocava anche qualche croato e sloveno.
Nel ’64 è emersa la necessità di una casa per la Missione Cattolica. Bisognava raccogliere fondi e allora via, di paese in paese, a fare delle proiezioni per raggranellare denaro. Così abbiamo iniziato a ristrutturare un edificio, un po’ la sera e un po’ il sabato. Lavoravamo come volontari e anche il missionario faceva il manovale.
Poi, altra idea tra amici: formare un’associazione Alpini. L’inaugurazione ufficiale si è tenuta nel ’68. Quando abbiamo avuto bisogno di una sede, ho chiesto al sindaco di Wil se ci concedeva un posto per montare un prefabbricato. Tempo quindici giorni e il posto ce l’avevamo. E fino all’anno scorso la sede era ancora lì, poi è stata spostata, ma di Alpini non ce ne sono più.
Già dal ’62, inoltre, eravamo donatori di sangue con un’associazione svizzera, finché nel ’73 abbiamo dato vita a un gruppo tutto italiano. In Svizzera trattavano i donatori con un occhio di riguardo. Noi lo facevamo gratis, ma ricordo che alla fondazione più di qualcuno che voleva iscriversi ci ha chiesto quanto avrebbe guadagnato.
Nel 1969 ho sposato una valtellinese. Le nozze le abbiamo celebrate in Italia, a Sondrio, e abbiamo avuto una figlia in Svizzera e un figlio in Italia.
Nel ’77 ho deciso di rientrare, ma sarei tornato anche subito in Svizzera. Ho avuto più difficoltà ad ambientarmi quando sono rientrato rispetto alla prima volta che sono partito. In Svizzera c’è meritocrazia, se vali ti valorizzano, ma devono prima riconoscere le tue doti. Insomma, è un Paese di cui ho sempre avuto tanta nostalgia, perché ci ho trascorso i migliori anni della mia vita.

Gita in montagna dell’Associazione Alpini di Wil. Mosè è il terzo da sinistra.

 

Medaglietta della “FC Folgore-Wil”.

Clifton, New Jersey: il “Piccolo Cadore” d’America

Scorrendo i vecchi elenchi telefonici di Clifton potrebbe sembrare di trovarsi in Cadore. Andreotta, Belfi, Belli, De Ghetto, Da Giau, De Luca, Fiori, Menegus, Palatini, Pampanin, Pordon, Sala, Talamini, Varettoni, Zanetti… E invece siamo in New Jersey, Stati Uniti d’America. Dall’altra parte dell’oceano. Sono una discendente di seconda generazione di diverse famiglie cadorine, principalmente di Borca. Mentre studiavo, sia in Cadore che negli Stati Uniti, per ricostruire il mio albero genealogico, mi sono resa conto che per capire meglio la mia storia di immigrazione avrei dovuto fare un pellegrinaggio a Clifton, New Jersey, una città di 85 mila abitanti che il fiume Hudson separa dalla ben più nota New York City.
Perché Clifton?
La storia parte da lontano. Mentre molti bellunesi tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 emigravano in Pennsylvania, Michigan e altri stati in cerca di lavoro nelle miniere di ferro o di carbone, gli immigrati di Vodo, Borca e San Vito si dirigevano per lo più a Clifton. Tra questi anche i miei bis bis nonni. Nei numerosi viaggi che ho fatto in Cadore, spesso mi è stato chiesto se ero di Clifton. Ridevo e dicevo: «No! Non sono di Clifton!». Questo fatto mi ha incuriosito molto. Cresciuta in California, dalla parte opposta del continente, della mitica Clifton avevo solo sentito qualche storia da mia nonna. Dovevo capire meglio cosa fosse questo Clifton e così ad aprile vi ho trascorso una settimana. Un caro amico di famiglia, nato a Clifton più di ottantacinque anni fa, mi racconta che la città era soprannominata “Il Piccolo Cadore” dalle famiglie cadorine che vi si stabilirono. Dando un’occhiata ai vecchi elenchi telefonici e ai censimenti trovo subito conferma: questa città è stata costruita in gran parte dalle famiglie Andreotta, Belfi, Belli, De Ghetto, Da Giau, De Luca, Fiori, Menegus, Palatini, Pampanin, Pordon, Sala, Talamini, Varettoni, Zanetti e da nuclei con tantissimi altri nomi facilmente riconoscibili come cadorini. Una visita all’enorme cimitero di Calvary, a Paterson, rafforza ulteriormente la mia impressione.
Il lavoro
Molti immigrati, come mio prozio, aprivano negozi, ma la maggior parte delle famiglie, comprese le donne, lavoravano in una delle tante fabbriche tessili che producevano lana, seta e cotone di prima qualità. Fra queste la Forstmann Worsted Mills e la Botany Worsted Mills, le più grandi di Clifton, fondate attorno al 1888. Altre fabbriche erano attive vicino a Passaic, Garfield e Paterson. Negli anni ’20 vi trovavano lavoro 16 mila persone. Il mio bisnonno, secondo il suo necrologio del 1932, lavorava in uno sbiancamento di cotone a Garfield. All’inizio le fabbriche erano alimentate dal vapore e dall’elettricità prodotti dal fiume Passaic e dalla cascata di ventitré metri a Paterson. Questi stabilimenti tessili sono stati protagonisti di numerosi scioperi sindacali; prima nel 1913, poi, su scala molto più ampia, tra il 1926 e il 1927: i famosi “Passsic Strikes”, che aiutarono a porre fine al lavoro minorile e a ridurre il numero di ore lavorative. Posso solo immaginare quanti cadorini abbiano avuto un ruolo significativo in questi eventi così incisivi nei processi di trasformazione industriale e sociale della prima metà del XX secolo.
L’inserimento nel tessuto sociale
Questi immigrati diventarono subito cittadini americani, pur continuando a mantenere stretti legami con il Cadore. Ne è un esempio quanto avvenne nel 1909, quando fu fondata una Cooperativa – Coop – modellata su quella di San Vito. Visito la vecchia sede e quando entro la barista – non è neanche italiana – mi offre un cappuccino gratis, forse perché le ho detto che sono una De Ghetto, e un De Ghetto di Borca faceva il barista nella Coop negli anni ’50. Graziano Cadorin, un gentile anziano nato a Conegliano, mi accompagna in un breve tour dell’edificio. Le pareti al primo piano sono ricoperte di vecchie foto, per lo più di San Vito e delle montagne circostanti: Marcora, Antelao, Pelmo. Assieme alla chiesa, la Coop era il fulcro della vita sociale per i cadorini, nuovi americani capaci di crearsi uno spazio nel tessuto sociale del contesto di approdo. Formarono infatti diversi gruppi di assistenza, per esempio la “Dolomites Benevolent Society”, il “The North Italy Benevolent Society”, e il “Gruppo Alpini”. Nel corso delle due guerre mondiali e quando scoppiò la crisi economica degli anni ’30, raccolsero fondi per aiutare le famiglie bisognose, specialmente durante gli scioperi dei lavoratori. Scopro che questi gruppi mandarono soldi anche in Cadore e che i membri della Coop erano soliti ritrovarsi per una grande cena annuale a base di polenta e altri cibi cadorini. Purtroppo nel corso del tempo l’evento è stato interrotto per la sempre minore partecipazione. La Coop comunque esiste ancora, solo che si chiama “Associazione Italoamericana”. Sparito dunque il riferimento al Cadore, così come è mutato il contesto che nel secolo scorso ha visto consolidarsi in questo angolo di America la comunità di cadorini. Oggi la potente cascata di Paterson fa parta di un bel parco nazionale, le fabbriche hanno chiuso o sono state convertite in centri storici e musei, nuovi sono i nomi delle imprese locali e le facce, le lingue e le religioni degli abitanti sono le più diverse. Nel 2018 il New York Times ha classificato Clifton come la terza città più linguisticamente varia degli States. Nonostante i cambiamenti profondi, che mi hanno sorpreso, il mio viaggio resterà indimenticabile. Ho incontrato vecchi e nuovi parenti e vecchi e nuovi amici, e devo ringraziare particolarmente il cortese Richard De Luca (nella foto), che ha riunito la sua bella famiglia in casa per condividere con me tante storie di Clifton. Mi ha mostrato delle foto che non avevo mai visto di mia nonna assieme a sua madre. Reta e Aneta erano migliori amiche fin dall’infanzia a Borca. Ora comprendo maggiormente i sacrifici fatti dai coraggiosi cadorini che vennero in America per migliorare le loro condizioni di vita. Hanno reso questo Paese, in particolare il “Piccolo Cadore,” un posto migliore. Se i discendenti vorranno condividerle con me, continuerò a raccogliere e raccontare le loro storie.

Susan Petronio, North Carolina

Clifton, anni ’30. Gruppo di emigranti da San Vito e Borca di Cadore

 

La casa dei noni

La prima abitazione della famiglia Lisot

La casa de me noni, l’è na casa sémplisse e sensa lusso, se pol dir anca piena de umiltà. Tutavia la ga l’autentissità benedeta e sacra de una cesa, sensa richessa e sensa oro, una cesa solamente de simplissità e verità. Cossl, co i òcii de me anima, la vedo sempre bela e maestosa, mèio dir imponente compagno de un vero palasso. La so imàgine l’è par sempre ntea me scàtola dei ricordi.
Adesso, cento ani fà, quel nono, la nona e so fioi, con speransa e credensa in Dio e dopo de una quantità infinita de storsi, i la ga alsada su de taule de pin, in tea longhessa de sinque metri, tute taule bele, sensa gnanca un gropo, taiade co I’segoto de man, co la forsa dei brassi del nono e so fioi, dopo i ghe passea calsina, par darghe vita longa. La fundassion fata de sassi, tuti taiadi e metesti a posto co caprìssio e passiènsia, par èssere dopo la stanza dea cantina, co le bote de vin e bachete de salam e osacol. Le finestre fate de legno, de le più bele piante del mato, finestre bele e dopo squase sempre verte par vegner rento n’aria serena dopo dea tempesta. EI coerto fato de scàndole, par tegner la piova e la brina, santissima e bela stesso neve. La gà due cosine: rento dea casa, la prinsipale, co le poche pignate smaltae che lagàvea, e nte altra banda, un pochetin retirata, nantra, più vècia, co I’fogon de matoni, sempre co I’fogo infiamà e la pignata dea polenta, acompagnata de altre pignate co l’aqua drio boier, par cozer i bigoli e taiadele. Nte quela cosina gavea la tola granda ndove i noni e so fioi in torno magnea, dopo de l’orassion. Ntel primo piano ga la stanza co la scarsa mobilia e ndoe zera picadi su nte le parede i ritrati dei antenati, la gavea anca la càmera dei noni, co nte le parede, l’imagine dea Madona e Gesù. Par andar al secondo piano, gavea na scala con diese scalìn, che portea a le càmeere dei zii e zie. La gavea i lèti de paioni de scartossi de milio. Nte queste càmere ga nassesto mio fradel Ventura, nte quel tempo che I’mondo iéra più sémplisse e fraterno.
Sempre che vao trovar el paeselo dei noni, la par sora i monti, ntea località de Ligna bela, cità de Dr. Ricardo, Provinsìa de San Piero, go gusto de veder la casa sentenària. Quando rivo davanti, un po’ distante, sentà nte un sasson, in silénsio scominsio a reminar quela casa sbandonatà, adesso sensa el giardino di fiori dea nona de una banda e sensa el vignal del nono de quelaltra. Adesso, se poi dir che la ga la someiansa de na granda signora, vecia, piena de riga ntea testa parvia dea età, magari ancora bela e piena de tenassità, come zera el carater dei nostri antenati.
Alora nte quel momento co i òcii fesciàdi, me par da veder, la imàgine del nono Umberto, sentà davanti la cantina, nte so caregon predileto, con so capel de ala scavessada in su e drio molar par ària na fumana de so pipade e anca acompagnà de so due amici, Santantoni e San Piero. Dopo, ancora co i òcci fesciàdi e la man ntel cuor, nte me testa vien l’imagine dea nona Carolina con so fassoleto in testa, bela e imponente come zera so casa, la vedo ntel giardino, drio spergir àqua ntei fiori: margherite, garòfoli sossi, beiòmeni e gìlii bianchi come la fàcia dea Madona, fiori benedeti del giardino del cielo, parvia che adesso, per i so ati, so laoro, so bontà, la ze in paradiso insieme ai santi.

Ademar Lizot

Sono anchʼio un emigrante? La storia di Isidoro Nardi

Isidoro Nardi a Roma, nel 1955

A primavera del 1952, con la fine della quinta classe elementare, si era conclusa quella che amo definire la mia “carriera accademica”. I primi due inverni a seguire, 1952-53 e 1953-54, frequentai un corso teorico-pratico per muratori. Solo la parte teorica, tenuta da un geometra nostro paesano. In ogni caso, a 12 anni e mezzo avevo in mano un diploma di muratore. Proprio nel giorno dell’esame finale incontrai il nostro parroco di allora, don Ernesto Ampezzan, che mi chiese se fossi disposto ad andare a Roma a lavorare nel Seminario Romano Maggiore. Sapevo di cosa si trattava perché alcuni compaesani e amici miei ci erano già stati e mi avevano informato sul tipo di lavoro, nonché sulle condizioni economiche: 300 lire al mese. Così, con la benedizione dei miei, visto che cʼera bisogno e sarei stato una bocca in meno da sfamare, feci le valigie per la capitale. Mia madre venne con me fino a Belluno, acquistò il biglietto per il viaggio e aspettammo la partenza. Caso volle che quell’anno il raduno degli Alpini in congedo si tenesse proprio a Roma e così chiedemmo se era possibile viaggiare con la tradotta degli Alpini, il che mi avrebbe evitato di cambiare treno nel bel mezzo della notte. Il permesso mi venne accordato ed ecco che il 18 marzo 1954, alle ore 20, ci fu la partenza. Arrivammo a Roma dopo circa 12-13 ore, allo scalo merci di S. Lorenzo perché la Stazione Termini era nuovissima e un treno carico di ex Alpini avrebbe forse creato qualche… difficoltà.
Dopo varie peripezie, con lʼaiuto di due dei miei “compagni di viaggio”, arrivai a destinazione e ci rimasi per più di due anni, fino al luglio del 1956. Il mio lavoro consisteva nel fare le pulizie di tutto il seminario. Cʼerano allora un centinaio di seminaristi, mentre noi eravamo una squadra di ragazzi più o meno della mia età, tutti della provincia di Belluno, in gran parte agordini e zoldani. Un ulteriore nostro ruolo era quello di camerieri, ai pasti avevamo lʼincarico di servire a tavola i seminaristi e i superiori. Non di rado capitavano ospiti di riguardo, come vescovi o cardinali ex alunni del seminario. Tra questi ebbi anche lʼonore di servire il cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, più tardi Sua Santità Papa Giovanni XXIII.
Nella primavera del 1957 mi capitò lʼoccasione di trasferirmi a Bolzano, dove uno zio aveva una piccola impresa di pittura. Iniziai allora da apprendista la mia vera carriera. Rimasi a Bolzano per i tre anni dell’apprendistato e per un quarto da operaio, mentre nell’inverno del 1960-61 un mio paesano che da anni lavorava in Svizzera mi chiese se non avessi interesse a espatriare.

La consegna del Gonfalone alla Famiglia di Herisau

Era pittore anche lui e visto che stava per cambiare ditta, dal suo vecchio capo si sarebbe liberato un posto. Fu così che a marzo del 1961 arrivai per la prima volta a Herisau, nel Canton Appenzell, dove mi trattenni per otto stagioni, fino al 1968. A metà degli anni Sessanta a Herisau venne fondata una delle prime Famiglie Bellunesi, grazie al signor Giacomo Ponte di Lamon e ad altri collaboratori. Anch’io fui tra i soci della prima ora ed ebbi in consegna il gagliardetto della Famiglia, che portai in corteo ai raduni in varie località della Svizzera, tra San Gallo, Sciaffusa, Lugano e così via.
Nel 1968 la mia famiglia al completo si trasferì a Bolzano, dove già lavoravano mio padre e due sorelle, e così decisi anch’io di rientrare dopo quasi 16 anni. Nell’anno scolastico 1969-70 frequentai a Bolzano le scuole medie serali. Grazie al diploma di licenza media – e a una discreta conoscenza della lingua tedesca acquisita negli anni in Svizzera – qualche tempo dopo ebbi la possibilità di entrare alle dipendenze dell’amministrazione provinciale di Bolzano in qualità di assistente ai servizi agrari. Vi rimasi per quasi ventʼanni, fino al pensionamento. Nel frattempo mi sposai (nel 1974), ebbi due figlie e ora ho anche due nipoti. Fino al suo scioglimento, fui socio della Famiglia Bellunese dell’Alto Adige.

Dopo il pensionamento, per un poʼ ripresi la vecchia carriera dell’imbianchino, ma da un paio dʼanni mi dedico solo alla famiglia: moglie, figlie e nipotini.
Un po’ mi vergogno ad autodefinirmi emigrante. Ma in fondo, anche se non ho visto né lʼAustralia né le Americhe, dei miei quasi 79 anni, 67 li ho passati fuori dalla provincia di Belluno e continuo a farlo. Con ciò penso di potermi dire “migrante” anch’io.

Appenzell, 1967. Isidoro (sulla vespa) con il fratello Claudio (in basso a sinistra) e due colleghi di lavoro.

È lunga 150 anni e attraversa 5 generazioni: la storia straordinaria della famiglia di Mario Talamini-Brugo

Tutto inizia con l’emigrazione in Germania della bisnonna, Maria Frigo Mosca, nata a Villapiccola d’Auronzo e sposata con un Gregori di Vodo. Nel 1870 Maria emigra in Germania con il figlio Antonio. Aprono la prima azienda vendendo gelato con i carretti. In quegli anni le gelaterie devono ancora nascere e la prima viene aperta alla fine del secolo. In breve tempo l’impresa si sviluppa fino a contare una quindicina di carretti. In Germania nacque Antonia, mia nonna materna, dalla quale, a Vodo, nel 1915, nacque mia madre, Maddalena.
Mio nonno paterno Mariano, invece, nel 1875 emigrò nel New Jersey e si stabilì nella località di Clifton-Passaic, dove inizialmente lavorò come vetraio. Ben presto, però, scoprì il gelato. Attorno al 1915 ritornò in Cadore, spostandosi poi a Galliate di Novara. Alcuni anni più tardi emigrò anche lui in Germania, sempre vendendo gelato. Mio padre Giacomo, nato nel 1906, gli succedette per alcuni anni alla guida dell’azienda di Galliate, fino a quando, nel ’33, emigrò in Olanda con un amico di Vodo.
La prima domenica di bel tempo uscirono in piazza con i carrettini luccicanti, la giacca bianca e il berretto. Furono però fermati da un vigile che, dopo aver controllati i permessi – trovati regolari – comunicò loro che in quella città era vietata la vendita ambulante di domenica. Fu una doccia fredda, ma dovettero adeguarsi, non senza qualche sacrificio: sobbarcarsi per l’intera stagione pedalate di 25-30 chilometri e raggiungere altri borghi. Sempre in buona armonia, nella stagione seguente si separarono e si stabilirono altrove.
Rimasto solo, mio padre chiamò in Olanda la fidanzata. La morale e la religione di quei tempi non vedevano di buon occhio la convivenza per cui lei dovette sistemarsi da alcuni parenti in una città vicina. Nell’aprile del ’36 finalmente si sposarono e aprirono la loro prima gelateria all’Aja. Nel giugno del ’37 nacqui io. Nel ’44 nacque mia sorella Lina.
Nella mia infanzia frequentai alternativamente le scuole in Italia e in Olanda. In casa si parlava esclusivamente ladino o italiano, ma fuori solo olandese. Così nel tempo libero ho conseguito – primo italiano – il diploma di traduttore-interprete giurato italiano-olandese. Ho svolto la mia professione in molti ministeri e in particolare per la polizia e per i tribunali, fino al Consiglio di Stato. La maggiore delle nostre figlie, Magda, nata a Pieve di Cadore, è docente di olandese all’Università di Milano. La seconda, Claudia, gestisce la gelateria fondata da me e mia moglie, Alida Burrei, originaria di Nebbiù. Anche lei proviene da una famiglia di gelatieri: nel 1938 il padre vendeva gelato con gente di Venas a Cracovia. Io e Alida siamo sposati da 51 anni.
Da quasi 16 abbiamo ceduto il passo ai giovani e, pur con i limiti dovuti all’età, cerchiamo di goderci la vita viaggiando e coccolandoci vicendevolmente con i nostri nipotini: una bimba di 13 anni e due maschietti di 12 e 10.

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