È il 2003 e Mirko Balzan, un diciottenne come tanti, viaggia a bordo della sua moto. Ignaro di avere un appuntamento col destino. Quel destino che, in seguito a un incidente, gli presenterà un conto molto aspro: fratture multiple, trauma cranico e, soprattutto, la lesione del plesso brachiale sinistro. Di fatto, perde l’uso del braccio. Ma il trichianese non demorde. E trasforma un limite in opportunità, nel momento in cui sale in sella e si cimenta con il ciclismo. Sarà un’escalation continua, fino al successo al Giro d’Italia Paralimpico, nel 2015.
Mirko, come è cambiata la vita dopo l’incidente?
«Beh, è cambiata. Soprattutto all’inizio. Da lavoratore e autonomo economicamente, sono passato a essere come un bambino che non riesce ad allacciarsi le scarpe e non può guidare. Un salto importante e repentino. In ogni caso, dopo 5 mesi, ero già stato operato. E sono tornato al lavoro, passando dalla produzione all’ufficio».
Il debutto in sella?
«Risale all’estate 2010, con una mia vecchia mountain bike che utilizzavo da ragazzino. Nei primi tempi è stato un calvario: a casa mia c’è solo salita e, per completare 2 km, mi sono fermato almeno tre volte. E poi la discesa: panico vero».
La soddisfazione più grande?
«Coincide con la prima gara in assoluto: una Granfondo. Partenza da Sedico, correndo insieme ai normodotati. E sotto una pioggia battente: molti iscritti non si sono nemmeno presentati al via con quel diluvio. Io sì, ho corso e concluso una prova in cui c’era l’essenza del ciclismo: il correre contro se stessi, il meteo e la sfortuna».
Gli ostacoli più importanti da superare?
«Nella vita, le banali azioni quotidiane: vestirsi o tagliare la bistecca diventano pratiche difficili se non impossibili. Poi, col tempo, ci si adatta e si trova un sistema per fare quasi tutto. Nel ciclismo è uguale: quando guidi, cambi, freni o prendi la borraccia con una mano sola, se sbagli cadi. Ma tante ore in sella fanno miracoli: non so come, ma il corpo si adatta e trova una strada, anche dove non c’è».
Come si sviluppa la giornata tipo?
«Tutto ruota attorno al ciclismo. Mi considero un mediocre corridore, però mi alleno parecchio. Durante la settimana, al mattino lavoro, quando stacco mangio un panino leggero. E poi parto in bici. Si va dalle 2 alle 4 ore al giorno, in base al periodo e al programma di allenamento. In media, a settimana, rimango fra le 15, 20 ore in sella, con almeno un giorno di riposo assoluto, di solito il venerdì».
Che cos’è il ciclismo?
«È un buon motivo per alzarsi al mattino, nonostante sia uno sport “infame”. Fra condizioni meteo difficili, cadute, incidenti, pericoli e “bastonate” prese in giornate storte, la voglia di pedalare dovrebbe passare abbastanza in fretta. Invece, se superi questi ostacoli, ti tempra, ti insegna ad andare avanti, ad affrontare i momenti difficili».
Obiettivi futuri?
«Da circa un anno corro quasi solo in competizioni con i normodotati. Sono adatto alla salita e il settore paralimpico, in sostanza, non prevede gare con dislivello. Mi avvicino soprattutto alle Granfondo, anche abbastanza lunghe, da 5 a oltre 8 ore, con dislivelli importanti: 4, 5000 metri. L’agonismo è impegnativo, perché, oltre all’allenamento, ci vuole moderazione a tavola ed è bene riposarsi il più possibile. Ma finché non mi pesa continuerò a gareggiare».

Marco D’Incà

 



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