da Redazione ABM | Mar 20, 2019 | PROVINCIA BELLUNO, STORIE..., VIAGGI
Più volte si è accennato all’importanza che il turismo riveste per il territorio bellunese. A tale proposito è particolarmente interessante la lettura di “Spiriti delle Dolomiti”, un interessantissimo volume pubblicato in collaborazione con la Fondazione Giovanni Angelini di Belluno, la fondazione Unesco Dolomiti, the British Chamber of Commerce for Italy e il The Griffith Institute, Università di Oxford. Il libro, scritto dai fratelli Alan e Susan Boyle, riporta e ripercorre le narrazioni della scrittrice inglese Amelia Edwards che nel 1872 con l’amica Lucy Renshaw visitò le Dolomiti della nostra Provincia. A distanza di un secolo i fratelli Boyle, con pazienza da investigatori, rifanno il viaggio di Amelia ricercando i posti da lei visitati e i discendenti delle persone che le due signore conobbero nel corso del loro viaggio. Le note del diario di Amelia unite ai suoi puntuali schizzi sono un’efficacissima testimonianza del turismo di fine ‘800 e un utile termine di paragone per comprendere quanti progressi sono stati fatti in questo campo. Il viaggio delle due ardimentose signore parte da Venezia e ha come prima tappa Longarone; ma sentiamo il racconto dalla voce di Amelia: “Il villaggio è vasto e sparso sul pendio con una vistosa Chiesa rinascimentale e pochi negozi piuttosto modesti. Nella grossa, squallida locanda con le scale e i pavimenti di pietra, fummo accolte dall’arcigno proprietario e da una cameriera scalza e spaventata che sembrava essere stata appena catturata, come una selvaggia, in mezzo alle montagne. Le camere da letto assomigliavano a dei tuguri, senza tappeti sul pavimento o tende alle finestre. Il cibo si rivelò insipido e cucinato senza cura; il vino era il peggiore che avessimo bevuto in Italia. La camera da letto in cui alloggiai quella notte, misurava trentacinque piedi (11 metri) in lunghezza e venticinque (8 metri) in larghezza, illuminata da cinque finestre che guardavano alcune sulla strada, una sul cortile e una sulle stalle. Quattro porte conducevano ad una successione di camere vuote e ad ogni sorta di intricati passaggi. Questa stanza, che avrebbe dovuto accogliere il riposo, era risonante di echi, la più allucinante e invitante al suicidio che io abbia mai occupato in tutta la mia vita!”
Non proprio un bell’inizio del viaggio per queste signore inglesi, ma nei prossimi numeri ci sarà spazio per altre impressioni che si spera migliori. La mattina dopo, il viaggio della carrozza a cavalli proseguì per Castellavazzo, Perarolo, Tai di Cadore, Vodo, Borca e San Vito, sotto l’imponenza dei monti Antelao e Pelmo che le nostre alpiniste definiscono dalle forme fantastiche e dallo strano colore. Cortina è vicina, arrivederci alle prossime puntate del viaggio!
Paolo Doglioni
da Redazione ABM | Feb 25, 2019 | ABM NEWS, EMIGRAZIONE, STORIE...
“Su par Luc”, il 3 novembre 1930, nasce Susin Giovanni “Jale”. È il quarto di dodici figli, preceduto da tre sorelle. Nonostante quegli anni tra le due guerre fossero magri, il pranzo e la cena c’erano sempre, e non solo minestra e patate o polenta, sulla tavola. La sua spina nel fianco era la scuola. Il problema lo risolse, per lui, una dimenticanza che fu fatale: si dimenticò di portare qualcosa alla maestra e dalla terza classe si ritrovò in seconda. Con un gran sospiro, “sconsolato”, piantò tutto e rimase ad aiutare i genitori a casa e nei campi. Termina la seconda guerra ed una sorella emigra in Svizzera; qualche anno dopo ci va anche lui, ma vi rimane solo per un anno. “Non ne potevo più di patate e sidro (la bibita di mele) mattina e sera, oggi ed anche domani”. Rientra e nel ’52 emigra in Canada dove un cugino gli aveva detto che il lavoro non mancava. Arriva a Toronto, bello e speranzoso. Non era però tutto così facile come credeva: il lavoro bisognava cercarselo e non era che ce ne fosse proprio così tanto. “Tutti la chiamavano America, il paese dei sogni, ma di America c’era solo il continente” mi dice. Nel ‘55 si sposa e dal matrimonio nascono un figlio ed una figlia. Uno dopo l’altro gli anni passano, finché nel ’57 trova una nuova ditta e viene mandato al polo nord; le temperature arrivavano anche a -75°. Una volta arrivato lì, gli dettero i mezzi di sopravvivenza: una canna, alcuni ami e altrettanti lacci. “Per la prima volta mi sono messo a piangere. Anche volendo come si poteva pescare quando il ghiaccio era spesso più di quattro o cinque metri? È vero che ci davano anche scatolette ma sempre quelle”. L’avventura durò solo sei mesi e poi, il rientro tra i vivi. “Qui, assieme ad un altro fonzasino e con soli 200 dollari in tasca ciascheduno, demmo inizio ad una attività di movimento terra in proprio. Fu molto dura. Dovevamo cercarci i clienti tra i privati e non eri mai certo di essere pagato. Alla lunga siamo riusciti ad ottenere appalti direttamente dal governo e fu la nostra fortuna. Adesso i soldi arrivavano puntuali e sicuri, dandoci la possibilità di crescere fino a 50 operai, ognuno dei quali aveva una sua macchina operatrice. “Il lavoro consisteva nel costruire barriere anti alluvione sui fiumi, laghi o altrove fosse necessario” è sempre il suo racconto. Nel 1960 ritorna in Italia dopo diciotto anni quando i genitori erano purtroppo già morti. L’emigrazione fu il mezzo per dimostrare di valere anche se aveva frequentato poco la scuola. L’ingegno c’era, bastava solo metterlo a frutto. E così fu. “Forse sarei riuscito a fare qualcosa anche se fossi rimasto in Italia” mi dice convinto. Intorno alla metà degli anni ottanta decide di smettere, e così cede tutto al figlio del suo socio. “La nostalgia, questa è sempre stata la più grande sofferenza” mi racconta tra una domanda e l’altra. Da ciò le sue sempre più frequenti e lunghe presenze in paese. “Comunque grazie Canada per il lavoro e benessere” ma, su tutto, sempre: “su a Luc”, per il perdurare dell’affettività mai venuta meno. Il 18 gennaio scorso è purtroppo venuto a mancare. Lo voglio ricordare così, con le confidenze fattemi. Ciao “Nani”.
Gianluigi Bazzocco
da Redazione ABM | Feb 23, 2019 | ABM NEWS, STORIE...
Viviamo in un tempo dove a volte ci si sente sperduti, perché sembra che il mondo abbia perso la bussola. Veniamo spinti dalla pubblicità alla ricerca di un appagamento continuo di nostri bisogni, veri o indotti, e alla fine non siamo mai convinti di aver fatto la cosa giusta. Sembra sempre che un nuovo prodotto, una nuova tecnologia, un nuovo partito politico rappresentino la risposta migliore e più confacente alle nostre esigenze, in una tensione di ricerca continua. Viviamo inoltre in un tempo in cui la comunicazione è meno verbale e più telematica, ma siamo proprio sicuri che ciò sia un bene? I cinesi hanno creato una frase: “Dì Tòu Zù” che vuol dire “La tribù con la testa-china”, cioè tutti quelli che vivono continuamente con la testa china su smartphone o altri moderni strumenti. Siamo sempre alla ricerca di qualche cosa che neppure sappiamo cosa sia e questo, specialmente per i più giovani, può essere distruttivo. Michel de Montaigne scriveva, nel XVI secolo, che “il giovane non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere di entusiasmo”. Ma mi chiedo quanto entusiasmo vediamo ai giorni nostri? Questa continua ricerca è priva di scopo, fine a se stessa? Mi torna in mente la ricerca medievale del Santo Graal, che neppure oggi sappiamo con certezza che cosa fosse.La fonte più antica parla di un calice usato da Gesù nell’ Ultima Cena e che un pellegrino anglo-sassone avrebbe visto nel VII secolo in Terra Santa, ma con il termine graal, nell’antico francese, si identificava sia un calice sia un piatto o una pietra preziosa.
La leggenda del Graal inizia nel XII secolo in forma letteraria con il racconto di Crétien de Troyes narrante la ricerca da parte di Perceval del calice dell’ultima cena di Gesù Cristo e nel quale Giuseppe d’ Arimatea avrebbe raccolto le gocce di sangue del Cristo in croce. Poco dopo Crétien un altro scrittore, Robert de Boron, nel suo Joseph d’Arimathie narra che Giuseppe d’Arimatea avrebbe portato nelle isole britanniche, nella valle di Avalon, il calice. Da questo iniziò il ciclo arturiano con i cavalieri della tavola rotonda, grazie a Wolfram von Eschenbach che nel suo Parzival narra della ricerca del Graal che potrebbe essere non un calice, ma una pietra magica che ha il potere, per grazia divina, di esaudire ogni desiderio. Da allora furono innumerevoli i riferimenti al Graal in letteratura, musica, cinema: si possono citare solo i più famosi dal Parsifal e Lancillotto e Ginevra, opere musicali di Richard Wagner ai film come Excalibur del 1981, Indiana Jones e l’ultima crociata del 1898, La leggenda del re pescatore del 1991, Il codice da Vinci del 2003, per non parlare dei molti libri che fanno riferimento al Graal. La ricerca del Graal continua anche con testimonianze dei giorni nostri: nella cattedrale di San Lorenzo a Genova e nella Cattedrale di Valencia si conservano due oggetti che la tradizione chiama Graal: una verde coppa esagonale e un calice, ma anche in molte altre località si pensa possa essere celato il Graal che tra l’altro darebbe anche vita eterna e conoscenza infinita. Per restare in Italia: Castel del Monte in Puglia, un pozzo vicino ad Aquileia, sotto la Basilica di Collemaggio a L’Aquila, nella Cattedrale di Santa Maria Assunta ad Acerenza in provincia di Potenza, nel Maschio Angioino a Napoli e chissà in quanti altri siti.
Concludendo, non si conosce cosa esattamente si identifichi con il termine Graal e neppure quali mirabolanti effetti possano derivare dal suo possesso, ma la ricerca continua. L’insegnamento che noi uomini e donne moderni possiamo forse trarre dall’affascinante leggenda del Graal è che dobbiamo aver chiaro quello che vogliamo e ricerchiamo, dopodiché si deve trovare la via per arrivarci, misurando ogni giorno il percorso fatto per raggiungere l’obiettivo; così facendo, raggiungeremo senz’altro il nostro Graal.
Paolo Doglioni
da Redazione ABM | Feb 15, 2019 | ABM NEWS, ASSOCIAZIONE, EMIGRAZIONE, STORIE...
Prima di tutto mi voglio presentare. Sono Mario Aramini, marito di Lucia Isotton, la figlia di Mario Isotton, nato a Forno di Canale nel 1917 e vissuto con la famiglia dal 1921 al 1934 nel Castello di Zumelle, dove dalla valle sale rombante lo scorrere “della fredda acqua del Terche”. Qui sono nati due suoi fratelli, Giovanni nel 1921 e Marcello nel 1924. Avevano il contratto a mezzadria, coltivavano i campi attorno, traevano dai boschi legna da ardere e allevavano quattro mucche da latte. Il padre, Giovanni Battista, faceva anche il carrettiere. Emigrarono in Agro Pontino nel 1934 e di questo periodo conserviamo il quaderno di quinta elementare, anno scolastico 1936-37, di Marcello. Dall’inizio dell’attività, Mario è stato un fedele sostenitore dell’Associazione Bellunesi nel Mondo, fino alla sua morte, avvenuta a Borgo Hermada (Latina) nel 2008. Da allora la figlia Lucia continua a mantenere con il mensile “Bellunesi nel Mondo” affettuosa amicizia. Alla pagina 31 del numero di novembre 2018, nella rubrica “Bellunesi di cui si parla”, ho letto l’articolo sulla presentazione del libro dello zumellese Edoardo Comiotto. Il protagonista è Giuseppe detto Bepi, figlio di mezzadri della Valbelluna, combattente della Prima guerra mondiale nel Reggimento Alpini, sulle Tofane. Questa notizia mi ha fatto tornare in mente la vita militare di mio nonno, il Sergente Giuseppe Aramini, classe 1887, nato a Barumini, contadino. Allo scoppio della Grande Guerra venne arruolato nel 46° Reggimento Fanteria e inviato tra le vette del Col di Lana-Sasso di Stria, non lontano dalle Tofane. Dopo Caporetto, il 46° Reggimento fu destinato a far parte delle truppe di copertura in Val Cordevole, sulle posizioni di Longarone, allo sbocco della Val di Zoldo, dove il nemico fu tenuto fermo fino al 9 novembre. Poi le forze superiori degli Austro-Ungarici costrinsero alla ritirata e molti furono fatti prigionieri. Il Sergente Giuseppe Aramini venne catturato due giorni dopo, nel fatto d’arme di Sedico-Bribano, a Vignole, nel Basso Cordevole. Era l’11 novembre 1917, un manipolo di soldati lottò fino all’estremo per difendere la bandiera del Reggimento. Mio nonno avrebbe compiuto gli anni il 9 di dicembre e sono molto contento di poterlo ricordare con orgoglio parlando di lui su questa rivista. Non appartiene al grande popolo veneto, essendo nato in Sardegna, ma penso si sia conquistato il vostro benvolere per aver servito la Patria con onore e fedeltà, combattendo in prima linea per tre lunghi anni nel territorio della provincia di Belluno.
da Redazione ABM | Ott 22, 2018 | ABM NEWS, ASSOCIAZIONE, EMIGRAZIONE, STORIE...

Oltre a guardare avanti e dare sempre il meglio di noi stessi, credo sia importante guardare anche indietro e conservare il nostro passato, o meglio quello dei nostri genitori, nonni, bisnonni. Mantenere viva la memoria, come un fuoco che arde di continuo, senza mai fermarsi. Dare voce a una parte del nostro essere, per ricordare chi sono stati i nostri avi e raccontare un po’ della loro vita.
I gelati, come gli occhiali, sono sempre stati i simboli del bellunese, della nostra cultura, della nostra gente, e hanno dato lavoro a tantissime persone che hanno fatto conoscere all’estero l’aria e il profumo delle nostre montagne. La freschezza dei gelati riportava ai rigidi inverni e il sorriso dei gelatieri, che servivano i coni pieni di crema, rimandavano alla bellezza delle cime infuocate dai tramonti.
Nelle fredde città della Germania, lungo le vie percorse da grandi palazzi ottocenteschi e dal via vai dei tedeschi che camminavano guardinghi con un giornale in mano per i marciapiedi, si vedeva una specie di negozio, con un’insegna scritta in tedesco che riportava i nomi delle nostre montagne, come “Pelmo”, “Cristallo”, e cognomi bellunesi come “De Lorenzo” o ”De Pellegrin”, o ancora nomi come “Freddi Desideri”. Ma non erano negozi, erano le gelaterie dei nostri avi, gelaterie che davano un senso di amicizia, fratellanza e dove si ritrovavano i tedeschi di qualsiasi età per gustare la bontà dei gelati, con un’infinità di gusti a disposizione. Anche io sono nipote di gelatieri. Il mio prozio Wiliam da giovane andò in Germania, assieme a una sorella, a fare i gelati. Lavoravano nella stessa gelateria. Poi, una volta tornato a Feltre, imparò il mestiere del barbiere da un certo Pietro, che aveva il negozio in piazza Isola; e quando non aveva ancora la macchina si faceva tutto il tragitto in bicicletta da Fonzaso a Feltre, nove chilometri andata e ritorno ogni giorno e con qualsiasi tempo. Fino a quando, presa la macchina e fatta un po’ di esperienza, si aprì un suo negozio a Feltre, vicino alla stazione, dove ancora oggi i figli portano avanti il suo lavoro.
Si può dire che tutta la sua famiglia è formata da gelatieri. Mia nonna (sua sorella), un altro fratello e altre sorelle, tutti presero la via dei gelatieri. All’inizio, quando avevano 14 anni, partivano con delle famiglie zoldane, da Forno, e andavano a fare le stagioni nelle gelaterie in Germania o a pochi chilometri dall’Olanda, e se ne stavano lontani da casa da fine febbraio a inizio ottobre, quando iniziava l’inverno.
Mia nonna mi raccontava che i suoi 15 anni li compì proprio in Germania. Di sera la padrona la portava in giro per Francoforte, con tutti i negozi chiusi e un silenzio assordante. Era l’unico momento libero che aveva perché nel resto del tempo era impegnata a lavorare in gelateria.
Un’altra cosa che mi diceva era che la padrona la obbligava a tagliarsi i capelli, perché per quel mestiere non dovevano essere lunghi, e che il giorno prima di partire per la Germania andava a dormire nella casa dei padroni a Forno di Zoldo e vedeva il Pelmo, che si mostrava con tutta la sua maestosità e bellezza sopra il paese. Il ricordo di questa montagna ce l’ha sempre avuto nel cuore, e ancora oggi ne parla con fierezza e ammirazione.
da Redazione ABM | Set 4, 2018 | ABM NEWS, ASSOCIAZIONE, EMIGRAZIONE, STORIE...
Sono tante le storie dei nostri emigranti bellunesi. Oggi riportiamo una delle tante esperienze di vita di Giacomo Alpagotti.
«Noi che eravamo effettivi alla base di Brass Terminal dovevamo spesso intervenire per riparazioni nelle varie flow station della società. Si trattava quasi sempre di emergenze e anche quella mattina, con un preavviso di un’ora, ci dissero che dovevamo attivarci con la massima urgenza. Un elicottero ci avrebbe prelevati e portati a Clough Creek. Poi, il giorno dopo, visto che era domenica e non c’erano elicotteri, ci saremmo mossi via fiume con il motoscafo fino a Benny Boye. Come di consueto, eravamo io e l’amico Fittaroli.Lungo la rotta del nostro volo, il delta del Niger sembrava una palude immensa e abbondante, dove qua e là comparivano dei villaggi e, in mezzo alle foreste di mangrovie, spuntava qualche capanna. Arrivati a Clough Creek, ci sbarcarono in tutta fretta, ci consegnarono la nostra borsa e ci indicarono la piattaforma in cui ci aspettava il problema da risolvere.Passò circa una mezzora prima che riuscissimo ad arrivare ai generatori. Riparammo il guasto e a mezzogiorno, per quanto ci riguardava, il nostro lavoro era concluso. Convinti di ripartire nell’immediato pomeriggio per Benny Boye, constatammo invece che il Sea truck che doveva essere a nostra disposizione non era ancora arrivato. Anzi, non era neppure partito e probabilmente sarebbe arrivato il giorno dopo. Ci mettemmo il cuore in pace, tanto ormai eravamo abituati a questi contrattempi.Finalmente, nella tarda mattinata del giorno seguente, il nostro motoscafo arrivò. Chiedemmo al capitano se saremmo riusciti ad arrivare a Benny Boye prima del buio. Sapevamo, infatti, che viaggiare sul fiume di notte poteva essere molto pericoloso. Il capitano ci rispose affermativamente e ci fidammo.Partimmo prima del previsto e dopo un paio d’ore giungemmo all’entrata dello Swake River. Tutto sembrava procedere al meglio, senonché dopo qualche minuto di navigazione trovammo la via sbarrata da un’interminabile scia di tronchi. Tentammo in tutti i modi di superarli, ma quando rischiammo di restare bloccati decidemmo di svincolarci e giungemmo in un canale più largo. Dovevamo decidere se continuare o fare ritorno al punto di partenza. Il capitano disse che era meglio proseguire e, di nuovo, ci fidammo.Il tempo passava e i canali si facevano via via sempre più stretti. Stava calando l’oscurità, di lì a poco si sarebbe fatta notte e noi non eravamo provvisti di alcun lume. Privi di visuale, navigavamo completamente al buio, in una situazione molto pericolosa. In quel tratto non c’erano villaggi e se fossimo naufragati nessuno se ne sarebbe accorto. Con questi pensieri in testa e con qualche preghiera avanzammo cercando di intuire la nostra posizione. Il capitano disse che secondo lui eravamo vicini all’entrata del grande canale che porta alla città di Warri, dunque in prossimità della meta. In una mezz’ora che sembrò eterna il motoscafo fece il suo ingresso nel canale più grande, dove nonostante l’oscurità potevamo comunque intravvedere qualcosa.Dopo un’ora cominciarono finalmente a spuntare le luci della piccola insenatura in cui sorgeva il campo di Benny Boye. Ormai erano le dieci, ma per fortuna era andato tutto bene e un’altra odissea era finita».