Viviamo in un tempo dove  a volte ci si sente sperduti, perché sembra che il mondo abbia perso la bussola. Veniamo spinti  dalla pubblicità  alla ricerca di un appagamento continuo di nostri bisogni, veri o indotti,  e alla fine non siamo mai convinti di aver fatto la cosa giusta.  Sembra sempre che un nuovo prodotto, una nuova tecnologia, un nuovo partito politico rappresentino la risposta  migliore e più confacente alle nostre esigenze, in una tensione di ricerca continua. Viviamo inoltre  in un tempo in cui  la comunicazione è meno verbale e più telematica, ma siamo proprio sicuri che ciò sia un bene? I cinesi hanno creato una frase: “Dì Tòu Zù” che vuol dire “La tribù con la testa-china”, cioè tutti quelli che vivono continuamente con la testa china su smartphone o altri moderni strumenti. Siamo sempre alla ricerca di qualche cosa che neppure sappiamo  cosa sia e questo, specialmente per i più giovani, può essere  distruttivo. Michel de Montaigne scriveva,  nel XVI secolo, che “il giovane non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere di entusiasmo”.  Ma mi chiedo quanto entusiasmo vediamo ai giorni nostri? Questa continua ricerca è priva di scopo, fine a se stessa? Mi torna in mente la ricerca medievale del Santo Graal, che neppure oggi sappiamo con certezza che cosa fosse.La fonte più antica parla di un calice usato da Gesù nell’ Ultima Cena e che un pellegrino anglo-sassone   avrebbe visto nel VII secolo  in Terra Santa, ma con il termine graal,  nell’antico francese, si identificava  sia un calice sia un piatto o una pietra preziosa.

La leggenda del Graal inizia nel XII secolo in forma letteraria con il racconto di Crétien de Troyes narrante la ricerca da parte di  Perceval del calice dell’ultima cena di Gesù Cristo e nel quale Giuseppe d’ Arimatea avrebbe raccolto le gocce di sangue del Cristo in croce. Poco dopo Crétien un altro scrittore, Robert de Boron, nel suo Joseph d’Arimathie narra che Giuseppe d’Arimatea avrebbe portato nelle isole britanniche, nella valle di Avalon, il calice. Da questo iniziò il ciclo arturiano con i cavalieri della tavola rotonda, grazie a Wolfram von Eschenbach che nel suo Parzival narra della ricerca del Graal che potrebbe essere non un calice, ma una pietra magica che ha il potere, per grazia divina, di esaudire ogni desiderio. Da allora furono innumerevoli i riferimenti al Graal in letteratura, musica, cinema: si possono citare solo i più famosi dal Parsifal e Lancillotto e Ginevra, opere musicali di Richard Wagner ai film come Excalibur del 1981, Indiana Jones e l’ultima crociata del 1898, La leggenda del re pescatore del 1991, Il codice da Vinci del 2003, per non parlare dei molti libri che fanno riferimento al Graal. La ricerca del Graal continua anche con testimonianze dei giorni nostri: nella cattedrale di San Lorenzo a Genova e nella Cattedrale di Valencia si conservano due oggetti che la tradizione chiama Graal: una verde coppa esagonale e un calice, ma anche in molte altre località si pensa possa essere celato il Graal che tra l’altro darebbe anche vita eterna e conoscenza infinita. Per restare in Italia: Castel del Monte in Puglia, un pozzo vicino ad Aquileia, sotto la Basilica di Collemaggio a L’Aquila, nella Cattedrale di Santa Maria Assunta ad Acerenza in provincia di Potenza, nel Maschio Angioino a Napoli e chissà in quanti altri siti.

Concludendo, non si conosce cosa esattamente si identifichi con il termine Graal e neppure quali mirabolanti effetti possano derivare dal suo possesso, ma la ricerca continua. L’insegnamento che  noi uomini e donne moderni possiamo forse trarre dall’affascinante leggenda del Graal è che dobbiamo aver chiaro quello che vogliamo e ricerchiamo, dopodiché si deve trovare la via per arrivarci, misurando ogni giorno il percorso fatto per raggiungere l’obiettivo;  così facendo, raggiungeremo senz’altro il nostro Graal.

Paolo Doglioni

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