“A Mesma da Itália por Paraná”. Serie di documentari sull’emigrazione italiana in Brasile

Con il sostegno del Consolato Generale d’Italia a Curitiba, RIC TV Record e le piattaforme digitali del gruppo editoriale nel febbraio 2025 trasmetteranno una serie di documentari intitolata “A Mesma da Itália por Paraná”, per celebrare i 150 anni dell’immigrazione italiana nello Stato brasiliano.

Il progetto è stato lanciato nei giorni scorsi alla presenza di Eugenia Tiziana Berti, Console Generale per gli Stati di Paraná e Santa Catarina; Darci Piana, Vice-Governatore dello Stato del Paraná; Cida Borghetti, Ambasciatore del progetto “À Mesa”; Ricardo Barros, deputato federale; Marino Garofani, Presidente Brafer; Leonardo Petrelli Neto, Presidente del Gruppo RIC; e Luiz Felipe Gubert Braga Corte, Presidente del Circolo Trentino di Curitiba.

I documentari si concentrano sul contributo degli italiani allo sviluppo economico e all’arricchimento culturale del Paraná.

In otto episodi di trenta minuti ciascuno, la serie cerca di offrire un’ampia visione dell’influenza dell’immigrazione italiana nello Stato.

Nova Prata celebra i 150 anni dell’immigrazione italiana con un omaggio speciale

L’Associazione Bellunesi nel Mondo (Abm), attraverso la Famiglia Bellunese Serra Gaúcha e in collaborazione con Sicredi, ha reso omaggio ai 150 anni dell’immigrazione italiana in Brasile con l’installazione di una targa commemorativa.

La targa, collocata in un luogo significativo della città di Nova Prata, si trova accanto al Ristorante Catarina e alla Floricoltura Madre Tiera, lungo la BR 470, nel quartiere Retiro. Questo gesto simbolico non solo celebra un importante traguardo storico, ma riafferma anche i legami culturali e storici tra l’Italia e la comunità della Serra Gaúcha.

Il Rio Grande do Sul, e in particolare la regione di Nova Prata, è stata una delle principali destinazioni per gli immigrati italiani, soprattutto veneti, a partire dalla seconda metà del XIX secolo. Gli italiani portarono con sé tradizioni, cultura e una forte etica del lavoro, contribuendo in modo significativo allo sviluppo della regione.

L’Abm, da anni impegnata nella valorizzazione dell’identità e della memoria degli immigrati veneti in Brasile, continua a promuovere iniziative che rafforzano i legami con la terra d’origine. Questo omaggio ai 150 anni dell’immigrazione italiana rappresenta un momento di riflessione e gratitudine per il contributo che queste comunità hanno dato al Brasile, mantenendo vive le loro radici italiane.

La cerimonia di inaugurazione della targa ha attirato l’attenzione di residenti, autorità locali e rappresentanti delle associazioni culturali. Un evento che sottolinea come il passato continui a essere un ponte tra culture e nazioni, arricchendo il presente e il futuro della comunità.

La targa rimarrà un simbolo permanente della resilienza e dello spirito di comunità degli immigrati italiani e dei loro discendenti. Un ricordo tangibile di 150 anni di storia condivisa, che merita di essere celebrato e preservato per le generazioni future.

Raccontare l’emigrazione veneta. “L’uomo nero” di Giovanni Larese vince il concorso letterario dell’Abm

È Giovanni Larese il vincitore del terzo concorso letterario “Raccontare l’emigrazione veneta”. Il suo L’uomo nero è il racconto che più ha convinto la giuria del premio organizzato dall’Associazione Bellunesi nel Mondo.

Una riflessione che porta il lettore tra Longarone ed Erto, luoghi segnati dalla tragedia del Vajont, tra i ricordi dell’infanzia felice vissuta dal protagonista e tra le memorie di un’emigrazione forzata in Svizzera, fino al ritorno per ricostruire la sua terra. Ritorno che, nonostante il successo imprenditoriale, è segnato dalla nostalgia per un passato perduto e per i valori comunitari ormai scomparsi.

Al secondo posto Alice Bettolo, che con Il baule descrive un ritorno a Belluno per affrontare un lutto, ritorno che porterà alla scoperta del passato di emigrazione della nonna, raccontato dalle lettere e da un diario rimasti fino a quel momento “segreti”.

Terzo Lorenzo Mattozzi con El parón de casa: un percorso tra Venezia e il Brasile, un nuovo mondo dove il protagonista realizza i propri sogni, ma dove la nostalgia si fa sempre sentire.

Ai primi tre classificati un premio in denaro di cinquecento (primo), trecento (secondo) e duecento euro (terzo).

A tutti i finalisti – quarta Lidia Gianna De Villa con Le stampelle di mio padre, quinta Viviana Biesuz con I venti della mia vita, sesta Emanuela Bossi con Incontri, settima Maria Teresa Colle con Partenze e ritorni, ottavo Fabrizio Caberlon con Il viaggio di Pina, nono Alessandro Roldo con La foto e decima Maria Gomiero con Via dalla luna, via da qui – due copie del libro, edito da Bellunesi nel mondo edizioni, che raccoglie le dieci opere più votate.

Pubblicazione impreziosita dall’introduzione di Marcella Corrà, giornalista e presidente della giuria.

A conclusione dell’evento, dopo la lettura di alcuni estratti dal racconto vincitore, a cura di Manuela Gaio, Patrizia Burigo, vicepresidente dell’Abm, ha lanciato l’appuntamento alla quarta edizione del concorso, in programma per il 2025.

Addio a Padre Aldo Trento, missionario in Paraguay: l’annuncio della diocesi di Belluno-Feltre. Il cordoglio dell’Abm

La diocesi di Belluno-Feltre ha comunicato che nel primo pomeriggio di oggi, venerdì 20 dicembre, padre Aldo Trento è morto ad Asunción, in Paraguay.

Nato a Faller di Sovramonte il 12 gennaio 1947, padre Aldo aveva abbracciato la vocazione religiosa nella congregazione dei padri Canossiani. Per molti anni aveva svolto il servizio di insegnante di religione presso il liceo di Feltre, lasciando un’impronta significativa nella comunità locale.

Nel 1989, aderendo alla Fraternità San Carlo, decise di partire come missionario per il Paraguay, dove dedicò la sua vita ai più bisognosi. Grazie al suo instancabile impegno, fece costruire una scuola elementare, una clinica per malati terminali, una casa per ragazze madri, un’azienda agricola che impiega malati di Aids non terminali, due piccole case per bambini orfani e una casa per anziani. La sua opera sociale ha segnato profondamente il territorio, offrendo speranza e dignità a migliaia di persone.

A ricordarlo con particolare commozione è anche Oscar De Bona, presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo:
«Ricordo con particolare commozione la figura di padre Aldo Trento. Nel periodo in cui ero assessore regionale del Veneto per i flussi migratori, ho avuto la fortuna di conoscerlo visitando Asunción, capitale del Paraguay, e il complesso quartiere che aveva realizzato. Si trattava di un insieme di edifici comprensivi di scuole, ospedale, chiesa, casa di riposo, asilo e strutture per il recupero delle persone abbandonate per strada.

Ho avuto modo di conoscerlo accompagnando anche il fratello Guido Trento, che in quegli anni era consigliere regionale del Veneto. Ricordo due giorni pieni di emozioni, sentimenti e umanità. Mi colpiva il suo continuo peregrinare da un fabbricato all’altro, da una sezione del complesso edilizio all’altra, e ogni giorno mi diceva che c’era un funerale.

Ho visitato anche i malati terminali nel reparto, che era un fiore all’occhiello per tutto il Paraguay. Padre Aldo mi raccontava che quando arrivavano presidenti o altre autorità di stati stranieri, le autorità paraguaiane portavano a visitare questo complesso. Un intero quartiere di Asunción, realizzato grazie alla sua tenacia, alla sua costanza e alla forte convinzione di costruire queste strutture per le persone che ne avevano più bisogno. Sono state 48 ore che ricorderò sempre e che porterò sempre con me.

Mi rattrista molto questa notizia della perdita di questo grande sacerdote. Sono vicino ai suoi familiari e farò il possibile per essere presente domenica alla Santa Messa in ricordo di questo bellunese che si è veramente distinto in Italia e nel mondo».

I funerali di padre Aldo saranno celebrati in Paraguay, dove riposerà per sua espressa volontà. Tuttavia, la comunità di origine non mancherà di ricordarlo: domenica 22 dicembre, alle ore 9.00, sarà celebrata una santa Messa in suffragio nella chiesa parrocchiale di Faller.

La scomparsa di padre Aldo Trento lascia un vuoto immenso, ma anche un’eredità di amore e dedizione che continuerà a ispirare chi lo ha conosciuto e chi ha beneficiato della sua missione.

Tra Belgio e California. Storia di Delfino detto Giando

di Giuseppe Carrera

La storia siamo noi, l’incipit di una famosa canzone ci offre lo spunto per una riflessione: la Storia del nostro passato è il risultato delle tante piccole storie minori di persone comuni che, con le loro esperienze di vita, i sacrifici, la resilienza, le delusioni, i successi, i sogni, compongono il disegno finale di un paesaggio complesso e articolato.
Una di queste ci porta a Gosaldo, il 4 giugno del 1931.

È la data di nascita di Delfino Alberto Bressan che, come tanti bambini della sua età, trascorse un’esistenza semplice, segnata dalla dura realtà della vita rurale e montana, con il lavoro fisico unico mezzo per sostenere la famiglia. Crescendo, Delfino imparò presto quei valori di fatica e determinazione che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita.

Visse gli anni della fanciullezza e della gioventù in un periodo storico difficile e controverso, caratterizzato dal ventennio fascista e dalla Seconda guerra mondiale. Nel suo percorso incrociò situazioni particolari e drammatiche e divenne testimone, diretto e indiretto, di diverse tragedie che caratterizzarono gli anni Cinquanta e Sessanta.

All’età di 26 anni, nel 1957, era già un uomo maturo e, viste le scarse opportunità di lavoro, come tanti agordini e bellunesi fu costretto a lasciare la propria terra e i propri affetti per cercare un futuro migliore all’estero, più precisamente in Belgio, nella Vallonia nota per le miniere di carbone, attratto – come tanti altri italiani – dalle promesse del famigerato “manifesto rosa”. Partì nonostante l’anno prima, l’8 agosto del 1956, duecentosessantadue minatori avessero perso la vita nel drammatico incidente al Bois du Cazier di Marcinelle.

Malgrado la consapevolezza del pericolo, la decisione era presa e per circa due anni, dal 1957 al 1959, lavorò in una miniera vicino a Liegi. Di quel periodo rimangono alcune fotografie che lo ritraggono in vari momenti di lavoro, da solo o con i colleghi. In alcune immagini lo si vede a fine turno con il viso e la tuta completamente neri per il carbone. Con un buon bagno tornava pulito, ma i suoi polmoni ogni giorno respiravano quella maledetta e insidiosa polvere che nel tempo sarebbe stata letale.

Ans, provincia di Liegi, 28 gennaio 1957. Delfino è l’ultimo a destra.

Prima e dopo il turno di lavoro.

Intanto, nel suo paese natio, più precisamente a Vallalta, nella località denominata California, si stavano creando nuove situazioni che avrebbero cambiato il suo futuro.

Nel 1957 la Società Mineraria Vallalta, del gruppo Montedison, elaborò un progetto per la rinascita del sito minerario di Vallalta: da indagini e studi sul territorio emersero importanti potenzialità del giacimento. Vennero quindi messe in campo diverse attività preliminari per iniziare le attività di ricerca e coltivazione dei giacimenti.

La vecchia mulattiera venne resa transitabile, si portò la linea elettrica a 380 V, vennero ripristinate vecchie gallerie, la O’Connor e Todros, e scavati nuovi pozzi fino alla profondità di centosessanta metri. Delfino, probabilmente informato da parenti e paesani, ne venne a conoscenza e si candidò come minatore alla Società Vallalta, che accettò la sua richiesta. Delfino fu entusiasta di poter abbandonare le miniere di carbone in un Paese senza luce e di poter tornare al suo paese di origine, nella sua verde e soleggiata vallata, vicino ai propri cari. Nelle miniere di Vallalta prestò servizio per alcuni anni tra il 1960 e il 1962.

Si recava al lavoro a piedi, scendendo da casa sua giù per la valle fino alla California dove, insieme ai suoi compagni di turno, raggiungeva la miniera. Lavorava otto ore al giorno per sei giorni la settimana, forando la roccia, caricando l’esplosivo e facendolo brillare. Il mercurio si presentava allo stato liquido e in grande quantità.

Dopo la fase di ricerca e individuazione del minerale, si procedeva su altri settori, con altri scavi. Questa attività di ricerca avrebbe poi portato, nella seconda fase, alla produzione e coltivazione vera e propria.

Si creò un buon rapporto tra dirigenti e maestranze, senza scioperi e proteste e con una bassa incidenza di infortuni, nonostante il contesto lavorativo di particolare pericolosità. Nel gennaio del 1962, però, ecco i primi segnali di ciò che avrebbe posto fine ai sogni e alle aspettative: infiltrazioni d’acqua nelle gallerie che sembravano inizialmente di poco conto si rivelarono in poco tempo fatali.

Delfino raccontò che il pomeriggio del 19 gennaio, verso le 19:00, mentre stava per ultimare una fase del suo lavoro di perforazione, lui e il suo compagno di turno improvvisamente vennero investiti da un forte getto d’acqua che allagò velocemente la galleria. A stento riuscirono a uscire e a dare l’allarme, ma nel frattempo tre colleghi erano scesi nel pozzo per il loro consueto turno di notte.

La mattina seguente, alle 7:10, l’arganista Angelo Pollazzon, dopo aver sentito il segnale di salita, mise in azione l’argano che subito si bloccò. Si sporse alla bocca del pozzo per capire la causa e rimase sconvolto da quanto vide: dal condotto, impetuosa, risaliva una colonna d’acqua. Rimase colpito e interdetto e, compresa la gravità della situazione, lanciò l’allarme. Nelle gallerie scavate in precedenza e non segnalate nelle mappe erano entrate copiose quantità d’acqua che avevano saturato gli spazi vuoti.

Con l’alta pressione creatasi, arrivò la rottura del sottile diaframma tra le vecchie coltivazioni e i nuovi avanzamenti e il conseguente allagamento dell’intera struttura. Per le maestranze in superficie furono momenti drammatici al pensiero dei tre sfortunati colleghi scesi la sera prima nel pozzo. Il giovane perito minerario Vito De Cassan, di La Valle, e i minatori Bruno Bedont, di Tiser, e Antonio Carrera, di Carrera, si trovavano lungo il pozzo a centotrenta metri di profondità, senza alcuna via di fuga.

Il loro destino era segnato. Vani i tentativi di vigili del fuoco, militari, carabinieri e maestranze per portare loro soccorso. Solo dopo dieci giorni le salme vennero recuperate con grande difficoltà, dato il continuo innalzamento del livello dell’acqua.

Il 30 gennaio 1962, nella chiesetta di California, il vescovo Gioacchino Muccin celebrò il funerale e una folla immensa si strinse intorno a parenti e amici delle tre vittime. Per l’intera comunità questa terribile sciagura rimase per molto tempo una ferita aperta. Inevitabilmente, il tragico evento rappresentò una battuta d’arresto per la società Vallalta, costretta ad abbandonare il progetto e a trovare nuovi siti minerari.

Oltre al lutto, ci fu un impatto negativo per l’economia locale e per l’occupazione. Delfino e i suoi colleghi furono costretti a cercare un altro posto di lavoro nella vallata, oppure a emigrare.

Gli anni successivi furono caratterizzati da eventi naturali drammatici che sconvolsero e misero in ginocchio la provincia di Belluno e la vallata agordina. Nell’ottobre del 1963, l’immane tragedia del Vajont. Nel 1966, l’alluvione che interessò gran parte dell’Italia. Il 4 novembre del 1966, il colpo di grazia per la comunità di Gosaldo: la California fu spazzata via dalle acque impetuose dei due torrenti alla cui confluenza si trovava il paese.

La California e le miniere di Vallalta vennero negli anni dimenticate e del vecchio insediamento rimasero solo alcuni ruderi, via via fagocitati dalla vegetazione. La comunità seppe comunque reagire e trovare nuove idee ed energie per riprogrammare il futuro.

Delfino non abbandonò mai il suo paese e la sua casa natale e, per il forte attaccamento alle proprie radici, non emigrò più, trovando impiego nella Forestale. Gli anni passati in miniera insidiarono però il suo fisico. Si ammalò di silicosi, e fu costretto per anni a respirare a fatica e con l’ausilio dell’ossigeno.

Dopo tanta sofferenza, con il conforto della moglie e dei suoi cari, Delfino, detto Giando, esalò il suo ultimo respiro l’11 febbraio del 1993, all’età di 62 anni.

Le informazioni contenute in questa storia ci sono state gentilmente fornite da Barbara Bressan, figlia di Delfino.

Rapporti economici Italia-Francia: il report dell’Ambasciata a Parigi

Pubblicato dall’Ambasciata d’Italia a Parigi il rapporto economico sugli investimenti, i partenariati e il commercio tra Italia e Francia 2024.

«Con un interscambio complessivo superiore ai 108 miliardi di euro – spiega la rappresentanza – nel 2023 la Francia si è confermata il secondo partner commerciale dell’Italia. Le esportazioni italiane verso Parigi, pari a 63,5 miliardi di euro (in lieve aumento rispetto all’anno precedente), hanno riguardato principalmente macchinari e apparecchiature, autoveicoli, articoli di abbigliamento, materie plastiche, metallurgia, macchine di impiego generale, mobili e medicinali».

«Da parte sua – prosegue il comunicato – la Francia ha esportato verso l’Italia principalmente energia elettrica, prodotti chimici, medicinali, prodotti siderurgici, autoveicoli, prodotti alimentari, prodotti farmaceutici e articoli d’abbigliamento per un valore totale di circa 45 miliardi di euro, in diminuzione del 7% rispetto al precedente anno».

Relativamente al 2024, nei primi nove mesi dell’anno il valore dell’interscambio commerciale tra i due Paesi si è attestato su 80,6 miliardi di euro, con un saldo positivo per l’Italia pari a 12,9 miliardi di euro.

Altri dati contenuti nel rapporto riguardano gli investimenti, che hanno visto nel 2023 la Francia confermarsi primo investitore estero in Italia, con un portafoglio di 101 miliardi di euro, pari al 22% circa del totale degli investimenti diretti esteri nel nostro Paese.

Con un portafoglio di 54,5 miliardi di euro nel 2023, l’Italia è invece il sesto investitore estero nell’Esagono, dietro a Stati Uniti, Svizzera, Germania, Regno Unito e Lussemburgo.

L’analisi completa e ulteriori dettagli sono disponibili sul sito: ambparigi.esteri.it.

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