Il 27 aprile 2008 il Comune ha apposto i nomi dei concittadini caduti sul lavoro in Italia e all’estero sul monumento a loro dedicato il 1 maggio 1958. Da una meticolosa ricerca effettuata negli archivi comunali si contano 77 (27 in Italia e 50 all’estero) i sedicensi morti sul lavoro. Scorrendo gli atti emergono fatti e notizie molto interessanti.

Dopo l’annessione al Regno d’Italia l’emigrazione locale continuò ancora a dirigersi verso i conosciuti paesi dell’Impero Austro Ungarico. Il 26 maggio 1871 il Consiglio comunale delibera di dare un contributo di 30 lire a Francesco Carlin “per andare all’estero a lavorare nei cantieri ferroviari” il 26 dicembre 1880 (giorno di S. Stefano) il Carlin muore in un cantiere ferroviario a Katozy (Transilvania). Lascia la moglie e 5 figli.

Il primo incidente che si ha notizia risale al 13 ottobre 1868, quando nella costruzione di una ferrovia a Galatz, ora Galati (Romania) muore Matteo Rosso di 32 anni. Questa emigrazione era individuale, stagionale ed esclusivamente maschile. Per raggiungere i lontani cantieri del centro Europa gli operai si organizzavano in gruppi e si incamminavano a piedi. Sedico e la Val Belluna non erano serviti dalla ferrovia. A metà degli anni ’70 inizia in Italia l’emigrazione di massa verso l’America del sud, che anche nelle nostre zone trova molti proseliti. A volte le storie si incrociano.

Antonio Viel, nato il 31 maggio 1854, si sposa a Sedico il 26 gennaio 1883 con Caterina Pasa, va a lavorare in Ungheria, ma il 22 giugno 1885 muore a Tonisfalde. Ancora una vita in un cantiere ferroviario. L’11 ottobre 1885 a Sedico, la moglie ventenne dà alla luce una bambina a cui viene dato il nome Antonia. Le vicissitudini non sono finite perché il 7 dicembre 1885 la vedova con la figlia di neanche 2 mesi parte per il Brasile. Sono 8 le vedove del Comune che partono con figli minori, ma queste donne non partivano mai sole, dovevano seguire la famiglia acquisita non potendo più rientrare in quella originaria, partivano con cognati, cognate, nipoti e a volte anche con i suoceri. Tutta la famiglia era costretta a partire e lasciare libera la casa colonica ai contadini subentranti per l’inizio dei lavori primaverili. Le partenze avvenivano generalmente nel tardo autunno a fine raccolto o inverno. Il passaggio navale doveva essere prenotato con largo anticipo e nel frattempo potevano accadere anche gravi avvenimenti familiari.

L’emigrazione comunale transoceanica inizia il 30 settembre 1876 con la partenza per il Venezuela di 7 nuclei famigliari per un totale di 40 persone. Il più vecchio ha 76 anni il più giovane 3 mesi.

In vent’anni partiranno 809 persone di tutte le età, il Comune contava poco più di 4.000 abitanti.

Dai registri anagrafici del tempo si possono rilevare anche le professioni e non erano tutti contadini, ma c’era chi esercitava altri mestieri. Importantissima risulta poi l’annotazione delle persone che sapevano leggere e scrivere ed erano molte, in maggioranza maschi ma anche diverse femmine. Il Comune aveva istituito delle scuole non solo nei centri maggiori, ma anche nelle piccole frazioni lontane. Raramente gli insegnanti erano maestri abilitati, ma uomini e donne ritenuti idonei che ricevevano compensi variabili secondo la durata dell’insegnamento (generalmente 3/4 mesi d’inverno) e dalla valutazione qualitativa formulata dal consiglio comunale. Nella scuola di Libano ha insegnato anche il famoso Sebastiano Barozzi percependo un’ottima retribuzione.

Durante la navigazione erano frequenti i decessi, il 30 dicembre 1885 sul piroscafo “Provenza”, partito da Genova, e diretto a Santos, muore la bambina Rosa Mussoi di 6 anni, passeggera di 3a classe.

A cura di Enrico De Salvador

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