da Redazione ABM | Apr 29, 2013 | STORIE...
Arrivava a primavera, con le rondini che garrivano nel cielo terso mentre la sua voce argentina riempiva l’aria di saluti e novità, intercalandoli con il ciò ciò, tipico del dialetto veneto.
Era una donna senza età, minuta ma che sprigionava vitalità da tutti i pori. Vestiva sempre di nero con gonne lunghe fino ai piedi e portava un fazzoletto da contadina annodato sulla nuca. Calzava scarpe di panno, allacciate con un bottone, che confezionava lei, durante i lunghi inverni, utilizzando le parti ancora buone di giacche e cappotti troppo logori per essere indossati.
Sulle spalle, la cassella, un piccolo armadietto portatile con tanti cassettini pieni di ogni ben di dio. Era troppo grande per la sua statura ma lei la portava con sorprendente abilità e leggerezza.
Quando giungeva al mio paese, aveva già macinato parecchi chilometri, a piedi, sulle strade ancora bianche e polverose e, a tratti, a bordo di qualche carro di contadini che le offrivano un passaggio.
Arrivava fino a Trento dal Bellunese con la ferrovia della Valsugana e poi, da sola, si incamminava verso le vallate facendo tappa nei vari paesi dove tutti ormai la conoscevano.
La Maria cromera infatti, da anni faceva l’ambulante e aveva girato il Trentino in lungo e in largo; ovunque aveva saputo riscuotere simpatia e fiducia. Sapeva vendere bene la sua merce ma non imbrogliava mai. Vendeva di tutto: bottoni, fili, aghi, spilli, specchietti, spillette, nastri, occhiali, collanine di vetro, ma tra la sua mercanzia, riposta con un ordine certosino per sfruttare al meglio lo spazio, spuntavano anche santini, immagini sacre, medagliette. E ad ogni primavera portava qualche novità. Aveva poi un’immensa borsa di velluto con due grandi anelli di legno come manici, dove teneva piccoli scampoli di stoffa, gomitoli di lana, matassine di filo colorato da ricamo. Quando la Maria apriva la cassella era quasi una magia: comparivano le cose più impensate e strabilianti per noi, che allora avevamo poco, e sgranavamo gli occhi di fronte a tante curiosità.
Le donne, quando la sentivano arrivare, sospendevano le faccende, scendevano in strada e facevano capannello mentre lei, con garbo, offriva la sua merce cercando di intuire le necessità e i desideri. Sapeva accontentare tutte: consigliava, praticava uno sconticino per incoraggiarle all’acquisto e a chi era in difficoltà faceva addirittura credito fino all’anno dopo, quando sarebbe nuovamente tornata. La Maria cromera era fatta così.
Al crepuscolo, terminato il suo giro, di solito soddisfatta degli affari, faceva rientro nella nostra casa perchè la mia nonna, da sempre, le dava ospitalità e un giaciglio per la notte. Tra loro infatti era nata una certa complicità. Erano accomunate da un pesante fardello che ambedue portavano sulle spalle: avevano composto le ossa di un loro figlio, morto prematuramente e in tragiche circostanze. Ognuna intuiva il pensiero dell’altra e sapevano contenere, con forza e dignità, il loro dolore.
In soffitta c’era un vasto locale rivestito di legno che aveva avuto tante funzioni: c’erano ancora i tavoloni dove un tempo si allevavano i bachi da seta, ora sui graticci si conservava l’uva fraga per l’inverno e si appendevano le pannocchie a essiccare. In un angolo, la nonna era riuscita ad allestire una piccola stanzetta dall’arredamento quanto mai semplice: un letto con il materasso di frempe, un vecchio comodino, una sedia impagliata e un catino con la brocca dell’acqua per lavarsi. Quando la Maria saliva le scale di legno, io con passo felpato la seguivo e poi l’aiutavo a togliersi la cassella dalle spalle. E in quel momento mi sentivo una privilegiata. Stavo lì ad aspettare… che mi mostrasse qualcosa, qualche piccolo segreto, che mi raccontasse le avventure del suo girovagare, in particolare di quando si era spinta fino in Svizzera e in Austria.
Era bello ascoltare la Maria, era come un cantastorie. Poi la nonna ci chiamava e lei consumava la cena insieme a noi: un pasto frugale a base di patate, fagioli, un po’ di formaggio e qualche fettina di lucanica. E lei non finiva mai di ringraziare.
Qualche volta s’attardava e facevamo filò con i vicini. La Maria aveva sempre una nuova storia, una filastrocca che rendeva la serata divertente e diversa dal solito. E ridevano anche i suoi occhi azzurri e profondi come il mare. Poi, al lume di una candela, si ritirava nella sua stanzetta perché all’alba si sarebbe alzata per riprendere il suo itinerario. Il nonno le offriva una tazza di latte appena munto, la nonna il caffè d’orzo e le patate rostide. Era la sua colazione e forse anche il pranzo.
Quella mattina io non la sentii partire, s’era alzata molto presto, al canto del gallo. Quando salii nella stanzetta la Maria non c’era più: sul comodino c’era però il bellissimo bottone di madreperla che io la sera prima avevo girato e rigirato tra le mani. Mi piaceva e lei l’aveva capito. Sul mio maglioncino di lana rossa sembrava un brillante.
Passarono i mesi, venne l’inverno che incappucciò monti e valli e poi sulle ali del vento, giunse finalmente la primavera che, con il suo tepore, riscaldò i cuori e la terra. Ai primi di marzo la nonna arieggiò la stanza in soffitta, spolverò i mobili, mise all’aria il materasso e il piumino perché di lì a pochi giorni sarebbe arrivata la Maria cromera.
Ritornarono le rondini che costruirono i nidi sotto le gronde ma la Maria si faceva aspettare. E non venne, né quell’anno né mai più. Si seppe poi che in autunno era stata inghiottita dall’onda travolgente del Vajont che s’era portata via tutto: la sua casa, la sua famiglia, la sua storia con i sogni e le speranze che l’avevano accompagnata nel suo peregrinare di paese in paese. E la stanzetta rimase vuota… ma sul mio maglione rosso continuò a brillare il bottone di madreperla.
Renata Zanini
da Redazione ABM | Apr 5, 2013 | STORIE...
Vivevo la mia infanzia tranquilla aiutando mio padre postino a distribuire la corrispondenza nelle frazioni di Forno di Zoldo. Avevo sette anni e mi incamminavo su strade innevate.
L’aiuto che davo a mio padre Italo mi faceva sentire grande.
Nella piazza di Forno fu poi costruita un’edicola per vendere giornali nei periodi estivi. Mi sentivo come il padrone di una grande attività. Nei periodi invernali, quando tutto tace, passavo i miei giorni a imparare il mestiere di falegname.
Essendo nato nel 1938 avevo diciotto anni quando, seguendo il cammino di molti miei paesani, venni assunto per un lavoro in gelateria in Germania. Ricordo ancora quel treno. Sapevo che molti emigranti avevano affrontato emigrazioni più sofferte, itinerari più incogniti.
Molti miei paesani avevano scelto vie che portavano nelle miniere del Belgio, nei cantieri della Francia, oltre gli oceani.
Mi sentivo un privilegiato in quanto potevo disporre di un letto sul quale dormire; di un posto di lavoro che mi dava la possibilità di portare in famiglia il frutto del mio lavoro.
Ma la nostalgia dell’emigrante che per la prima volta lascia il luogo natio è sempre la stessa: fatta di mille emozioni e di nostalgia profonda.
Scendendo il canale che da Forno porta a Longarone lasciavo alle mie spalle i tramonti della mia valle di Zoldo, le albe affascinanti, i vecchi fienili e tutto ciò che mi parlava di quel tessuto sociale e semplice nel quale ero nato.
Il treno sbuffava, il fischio mi faceva ritornare alla memoria lo zirlare del tordo, quel ritmo monotono e sempre uguale riportava alla mia memoria il canto del cuculo.
I personaggi di paese passavano davanti allo schermo del mio cervello. Mi pareva di lasciare un mondo che amavo per entrare in un mondo sconosciuto e fatto di incognite.
L’inserimento, non conoscendo nessuna parola di tedesco, non è stato così facile. Usi e costumi diversi, cultura diversa. Ero approdato in qualcosa di nuovo che talvolta mi trovava impreparato. La speranza è un qualcosa che aiuta l’emigrante nelle nostalgiche notti quando al pensiero della terra e dei suoi lontani non aiuta a dormire. Ho sperato.
In terra straniera ho incontrato mia moglie Celestina, anche lei emigrante zoldana.
Nel 1962 ci siamo sposati. Nell’anno 1978 siamo rientrati per motivi di salute, ma più che per questo per tenere la famiglia unita affinché i nostri figli potessero godere della protezione dei genitori e perché potessero frequentare la scuola sereni.
Poi ho fatto il bidello per anni. Ora sono un pensionato che gode ancora degli spettacoli che avevo lasciato quel giorno lontano. Il 27 settembre ho festeggiato le nozze d’oro attorniato da tutta la mia famiglia. Quel giorno la mia preghiera era rivolta al Signore.
da Redazione ABM | Mar 28, 2013 | STORIE...
Il 27 aprile 2008 il Comune ha apposto i nomi dei concittadini caduti sul lavoro in Italia e all’estero sul monumento a loro dedicato il 1 maggio 1958. Da una meticolosa ricerca effettuata negli archivi comunali si contano 77 (27 in Italia e 50 all’estero) i sedicensi morti sul lavoro. Scorrendo gli atti emergono fatti e notizie molto interessanti.
Dopo l’annessione al Regno d’Italia l’emigrazione locale continuò ancora a dirigersi verso i conosciuti paesi dell’Impero Austro Ungarico. Il 26 maggio 1871 il Consiglio comunale delibera di dare un contributo di 30 lire a Francesco Carlin “per andare all’estero a lavorare nei cantieri ferroviari” il 26 dicembre 1880 (giorno di S. Stefano) il Carlin muore in un cantiere ferroviario a Katozy (Transilvania). Lascia la moglie e 5 figli.
Il primo incidente che si ha notizia risale al 13 ottobre 1868, quando nella costruzione di una ferrovia a Galatz, ora Galati (Romania) muore Matteo Rosso di 32 anni. Questa emigrazione era individuale, stagionale ed esclusivamente maschile. Per raggiungere i lontani cantieri del centro Europa gli operai si organizzavano in gruppi e si incamminavano a piedi. Sedico e la Val Belluna non erano serviti dalla ferrovia. A metà degli anni ’70 inizia in Italia l’emigrazione di massa verso l’America del sud, che anche nelle nostre zone trova molti proseliti. A volte le storie si incrociano.
Antonio Viel, nato il 31 maggio 1854, si sposa a Sedico il 26 gennaio 1883 con Caterina Pasa, va a lavorare in Ungheria, ma il 22 giugno 1885 muore a Tonisfalde. Ancora una vita in un cantiere ferroviario. L’11 ottobre 1885 a Sedico, la moglie ventenne dà alla luce una bambina a cui viene dato il nome Antonia. Le vicissitudini non sono finite perché il 7 dicembre 1885 la vedova con la figlia di neanche 2 mesi parte per il Brasile. Sono 8 le vedove del Comune che partono con figli minori, ma queste donne non partivano mai sole, dovevano seguire la famiglia acquisita non potendo più rientrare in quella originaria, partivano con cognati, cognate, nipoti e a volte anche con i suoceri. Tutta la famiglia era costretta a partire e lasciare libera la casa colonica ai contadini subentranti per l’inizio dei lavori primaverili. Le partenze avvenivano generalmente nel tardo autunno a fine raccolto o inverno. Il passaggio navale doveva essere prenotato con largo anticipo e nel frattempo potevano accadere anche gravi avvenimenti familiari.
L’emigrazione comunale transoceanica inizia il 30 settembre 1876 con la partenza per il Venezuela di 7 nuclei famigliari per un totale di 40 persone. Il più vecchio ha 76 anni il più giovane 3 mesi.
In vent’anni partiranno 809 persone di tutte le età, il Comune contava poco più di 4.000 abitanti.
Dai registri anagrafici del tempo si possono rilevare anche le professioni e non erano tutti contadini, ma c’era chi esercitava altri mestieri. Importantissima risulta poi l’annotazione delle persone che sapevano leggere e scrivere ed erano molte, in maggioranza maschi ma anche diverse femmine. Il Comune aveva istituito delle scuole non solo nei centri maggiori, ma anche nelle piccole frazioni lontane. Raramente gli insegnanti erano maestri abilitati, ma uomini e donne ritenuti idonei che ricevevano compensi variabili secondo la durata dell’insegnamento (generalmente 3/4 mesi d’inverno) e dalla valutazione qualitativa formulata dal consiglio comunale. Nella scuola di Libano ha insegnato anche il famoso Sebastiano Barozzi percependo un’ottima retribuzione.
Durante la navigazione erano frequenti i decessi, il 30 dicembre 1885 sul piroscafo “Provenza”, partito da Genova, e diretto a Santos, muore la bambina Rosa Mussoi di 6 anni, passeggera di 3a classe.
A cura di Enrico De Salvador
da Redazione ABM | Mar 28, 2013 | STORIE...
“Emigrati per amore verso il figlio ammalato: Giovanni Pinazza e la moglie Vittorina Baldovin , di Domegge di Cadore, si sono trasferiti a Sydney, in Australia, verso la fine degli anni ’50 insieme al loro bambino, Renzo, di appena due anni.
Il piccolo Renzo soffriva fin dai primi giorni di vita di una dolorosissima forma di infezione cutanea che formava delle croste sull’intero corpicino. Dovevamo tenerlo completamente fasciato e, di notte, con le braccia immobilizzate per evitare che nel sonno non si provocasse grattandosi delle lacerazioni. Non sapevamo a che santo votarci; tutte le cure sino ad allora si erano rivelate impotenti. Un anziano primario di Belluno, il prof. Dardani, ci disse una frase che ci colpì profondamente: se voi emigraste in Australia, il bambino potrebbe guarire non appena passato l’Equatore. Aggiunse che aveva saputo che altri bambini con la stessa malattia erano guariti.
Io, che pure a Domegge avevo un buon lavoro, decisi allora di trasferirmi con la famiglia all’altro capo del mondo. Ottenuto il visto d’ingresso in Australia, ci siamo imbarcati sulla “Roma” della flotta Lauro; all’imbarco “dovetti fare le capriole” per convincere il comandante della nave che Renzo non aveva una malattia infettiva come dimostravano i numerosi certificati medici. Finalmente la partenza, con il cognato Lucio Baldovin, per un viaggio durato 36 giorni , dove gli altri passeggeri giravano al largo e dove vivevamo quasi reclusi nella nostra piccola cabina.
Eravamo in navigazione sul Mar Rosso dopo 19 giorni di sofferenza per il bambino, quando un mattino Renzo si svegliò sorridendo, mostrando un volto e una testolina rosee e senza tutte quelle incrostazioni che erano cosparse sul lettino. Lo abbiamo sfasciato e ci siamo accorti che quella “crosta lattea” si staccava dal corpo senza aver lasciato cicatrice alcuna, ma restituendoci il nostro bambino più vispo e sano che mai.
In pochi giorni il piccolo Renzo è diventato un bambino uguale a tutti gli altri. Oggi è padre felice di due figli, vive in Australia, manager di una catena di negozi di pezzi di ricambio per auto. Io, al mio arrivo in Australia, trovai subito lavoro in una fabbrica di occhiali di un oriundo ungherese, nella quale, con il passare degli anni, divenni capo fabbrica”.
Giovanni Pinazza
da Redazione ABM | Mar 28, 2013 | STORIE...
Questa Famiglia vorrebbe rendere un omaggio a “madame” Ines Paniz, nativa di Mas di Sedico, con la sua bella età di 97 anni!
Partì giovanissima per Milano come tante altre persone in cerca di lavoro, a servizio. Con tanti sacrifici imparò pure il mestiere di sarta, ottenendo un attestato. Ritornò a Belluno e sposò Matteo Salton col quale ebbe un figlio: Ido. Rimase vedova a 33 anni.
Prese la decisione di partire per la Svizzera lasciando suo figlio ai suoi genitori. Il suo scopo era di racimolare un po’ di soldi e portare con sé suo figlio. Lavorava di giorno e alla sera faceva lavori di cucito per le famiglie ricche di questa città; la sua grande soddisfazione è stata quella di potersi offrire una macchina da cucire. Nel frattempo si risposò con un signore svizzero che aveva un figlio piccolo, di due anni, e poté portare con sé suo figlio Ido e formare una famiglia. Ido poté fare la sua scolarizzazione e imparare un mestiere. Purtroppo morì di infarto a 59 anni. Ines, con la sua nipotina, cercò di accettare questo dolore, di farsi forza e di andare avanti. Il bimbo cui aveva accudito dall’età di due anni ora è papà e le vuole tanto bene. Hanno mantenuto degli ottimi rapporti e lui la considera sua mamma.
Ora Ines vive nel suo appartamento e accudisce alle sue faccende circondata da tante persone che le vogliono bene. Sono tanti anni che fa parte della nostra Famiglia, partecipa a tutte le nostre manifestazioni, è una persona solare e tutti le vogliamo un gran bene. Legge con piacere il giornale “Bellunesi nel Mondo” ed è fiera delle sue radici bellunesi. Per noi tutti è un esempio, e le auguriamo tutto il bene del mondo e… avanti per il centenario! Con affetto.
Lidia e Giuseppe De Biasi
Famiglia Bellunese di Le Locle (Svizzera)
da Redazione ABM | Mar 26, 2013 | STORIE...
Anna Maria “Nina” Cassol nasce a Roncoi di San Gregorio nelle Alpi nel 1918. Già in tenera età si trasferisce con il fratello a Milano, dove frequenta un collegio nelle vicinanze di San Vittore. Impara il mestiere di sarta, ma si trova anche nel mezzo della Seconda guerra mondiale. Ricorda che una notte difese il proprio collegio armata di pistola.

Vito con Nina
Dopo gli studi viene assunta come bambinaia da una famiglia benestante che aveva una villa al lago di Como.
All’età di trent’anni parte da sola per l’Argentina: direzione Buenos Aires. Ad accoglierla lo zio Rinaldo Zuccolotto, già da diversi anni emigrante in terra argentina e conosciuto per la sua arte del ferro battuto.
Nina inizia subito a lavorare presso una bottega di sartoria d’élite. L’amore arriva presto. Vito Mezzomo, amico di Rinaldo un giorno invita la bella Maria a mangiare un gelato lungo le vie di Buenos Aires. A un certo punto la prende per mano e le dice: “Voglio passare la vita con te”. Vito, rendendosi conto che Maria era intenzionata a ritornare in Italia, anticipa le mosse chiedendole di sposarlo.
Nel 1952 si sposano nella chiesetta di Loreto e il rito è celebrato da un frate, amico di Vito. Il primo periodo da sposi lo passano nella casa di zio Rinaldo, fino a quando Vito non entra in una “Società di gelati”. Inizia il primo investimento: nel 1958 comprano una gelateria in Avenida San Martino e le danno il nome di “Los Alpes”.

Maria, Nina e Lia
Vito era un carpentiere, ma ben presto, attraverso corsi e manuali, diventò un mastro gelatiere.
Dall’unione di Vito e Nina nacquero due splendide bambine: Lia e Maria. La gelateria era a conduzione familiare e fin da piccole le figlie erano presenti al bancone e alla cassa.
Si producevano giornalmente 30 gusti di gelato e la gelateria era aperta tutti i giorni dalle 11 del mattino 3 della notte: un’altra prova dello spirito lavorativo dei bellunesi.
Come molti bellunesi il sogno di Vito era di ritornare in provincia di Belluno. Aveva già un progetto in mente: aprire a Santa Giustina una gelateria e un distributore di benzina. I terreni erano già stati acquistati con i risparmi di una vita di sacrifici e rinunce. Purtroppo il sogno della famiglia Mezzomo fu infranto a causa di un cambiamento della lottizzazione dei terreni… questa però è un’altra storia. Siamo nel 1968.
Nel 1971 Vito purtroppo muore improvvisamente a causa di un infarto. Nina si trova da sola a gestire la gelateria con due figlie ancora molto giovani. Vuole lasciare la gestione, ma la solidarietà dei bellunesi si fa sentire forte. Le viene in aiuto Carlo Soravia, che oltre a farle cambiare idea manda presso la sua gelateria un dipendente perché possa aiutarla nella conduzione.
La gelateria “Los Alpes” continua a produrre gelato bellunese fino al 1978. Nina in seguito è costretta a cedere l’attività a causa di una forte forma di artrite alle mani: a quei tempi la produzione del gelato richiedeva maggiore “olio di gomito”.
Nel 2001 Nina ritorna a Santa Giustina assieme alla famiglia. Dopo trent’anni sua nipote Sofia è entrata nel mondo del gelato, lavorando presso una gelateria bellunese.
Gli occhi di Nina si illuminano quando parla della sua vita come emigrante in Argentina ed è un piacere ascoltarla oltre che un onore, perché assieme al marito ha portato alto il nome di Belluno e la sua dolcezza, attraverso infinite palline colorate di gelato.
Nina adesso è nonna e bisnonna. Non le mancano di certo la compagnia e l’amore che tanto ha dato e che tanto sta ricevendo.
Marco Crepaz