Scorrendo i vecchi elenchi telefonici di Clifton potrebbe sembrare di trovarsi in Cadore. Andreotta, Belfi, Belli, De Ghetto, Da Giau, De Luca, Fiori, Menegus, Palatini, Pampanin, Pordon, Sala, Talamini, Varettoni, Zanetti… E invece siamo in New Jersey, Stati Uniti d’America. Dall’altra parte dell’oceano. Sono una discendente di seconda generazione di diverse famiglie cadorine, principalmente di Borca. Mentre studiavo, sia in Cadore che negli Stati Uniti, per ricostruire il mio albero genealogico, mi sono resa conto che per capire meglio la mia storia di immigrazione avrei dovuto fare un pellegrinaggio a Clifton, New Jersey, una città di 85 mila abitanti che il fiume Hudson separa dalla ben più nota New York City.
Perché Clifton?
La storia parte da lontano. Mentre molti bellunesi tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 emigravano in Pennsylvania, Michigan e altri stati in cerca di lavoro nelle miniere di ferro o di carbone, gli immigrati di Vodo, Borca e San Vito si dirigevano per lo più a Clifton. Tra questi anche i miei bis bis nonni. Nei numerosi viaggi che ho fatto in Cadore, spesso mi è stato chiesto se ero di Clifton. Ridevo e dicevo: «No! Non sono di Clifton!». Questo fatto mi ha incuriosito molto. Cresciuta in California, dalla parte opposta del continente, della mitica Clifton avevo solo sentito qualche storia da mia nonna. Dovevo capire meglio cosa fosse questo Clifton e così ad aprile vi ho trascorso una settimana. Un caro amico di famiglia, nato a Clifton più di ottantacinque anni fa, mi racconta che la città era soprannominata “Il Piccolo Cadore” dalle famiglie cadorine che vi si stabilirono. Dando un’occhiata ai vecchi elenchi telefonici e ai censimenti trovo subito conferma: questa città è stata costruita in gran parte dalle famiglie Andreotta, Belfi, Belli, De Ghetto, Da Giau, De Luca, Fiori, Menegus, Palatini, Pampanin, Pordon, Sala, Talamini, Varettoni, Zanetti e da nuclei con tantissimi altri nomi facilmente riconoscibili come cadorini. Una visita all’enorme cimitero di Calvary, a Paterson, rafforza ulteriormente la mia impressione.
Il lavoro
Molti immigrati, come mio prozio, aprivano negozi, ma la maggior parte delle famiglie, comprese le donne, lavoravano in una delle tante fabbriche tessili che producevano lana, seta e cotone di prima qualità. Fra queste la Forstmann Worsted Mills e la Botany Worsted Mills, le più grandi di Clifton, fondate attorno al 1888. Altre fabbriche erano attive vicino a Passaic, Garfield e Paterson. Negli anni ’20 vi trovavano lavoro 16 mila persone. Il mio bisnonno, secondo il suo necrologio del 1932, lavorava in uno sbiancamento di cotone a Garfield. All’inizio le fabbriche erano alimentate dal vapore e dall’elettricità prodotti dal fiume Passaic e dalla cascata di ventitré metri a Paterson. Questi stabilimenti tessili sono stati protagonisti di numerosi scioperi sindacali; prima nel 1913, poi, su scala molto più ampia, tra il 1926 e il 1927: i famosi “Passsic Strikes”, che aiutarono a porre fine al lavoro minorile e a ridurre il numero di ore lavorative. Posso solo immaginare quanti cadorini abbiano avuto un ruolo significativo in questi eventi così incisivi nei processi di trasformazione industriale e sociale della prima metà del XX secolo.
L’inserimento nel tessuto sociale
Questi immigrati diventarono subito cittadini americani, pur continuando a mantenere stretti legami con il Cadore. Ne è un esempio quanto avvenne nel 1909, quando fu fondata una Cooperativa – Coop – modellata su quella di San Vito. Visito la vecchia sede e quando entro la barista – non è neanche italiana – mi offre un cappuccino gratis, forse perché le ho detto che sono una De Ghetto, e un De Ghetto di Borca faceva il barista nella Coop negli anni ’50. Graziano Cadorin, un gentile anziano nato a Conegliano, mi accompagna in un breve tour dell’edificio. Le pareti al primo piano sono ricoperte di vecchie foto, per lo più di San Vito e delle montagne circostanti: Marcora, Antelao, Pelmo. Assieme alla chiesa, la Coop era il fulcro della vita sociale per i cadorini, nuovi americani capaci di crearsi uno spazio nel tessuto sociale del contesto di approdo. Formarono infatti diversi gruppi di assistenza, per esempio la “Dolomites Benevolent Society”, il “The North Italy Benevolent Society”, e il “Gruppo Alpini”. Nel corso delle due guerre mondiali e quando scoppiò la crisi economica degli anni ’30, raccolsero fondi per aiutare le famiglie bisognose, specialmente durante gli scioperi dei lavoratori. Scopro che questi gruppi mandarono soldi anche in Cadore e che i membri della Coop erano soliti ritrovarsi per una grande cena annuale a base di polenta e altri cibi cadorini. Purtroppo nel corso del tempo l’evento è stato interrotto per la sempre minore partecipazione. La Coop comunque esiste ancora, solo che si chiama “Associazione Italoamericana”. Sparito dunque il riferimento al Cadore, così come è mutato il contesto che nel secolo scorso ha visto consolidarsi in questo angolo di America la comunità di cadorini. Oggi la potente cascata di Paterson fa parta di un bel parco nazionale, le fabbriche hanno chiuso o sono state convertite in centri storici e musei, nuovi sono i nomi delle imprese locali e le facce, le lingue e le religioni degli abitanti sono le più diverse. Nel 2018 il New York Times ha classificato Clifton come la terza città più linguisticamente varia degli States. Nonostante i cambiamenti profondi, che mi hanno sorpreso, il mio viaggio resterà indimenticabile. Ho incontrato vecchi e nuovi parenti e vecchi e nuovi amici, e devo ringraziare particolarmente il cortese Richard De Luca (nella foto), che ha riunito la sua bella famiglia in casa per condividere con me tante storie di Clifton. Mi ha mostrato delle foto che non avevo mai visto di mia nonna assieme a sua madre. Reta e Aneta erano migliori amiche fin dall’infanzia a Borca. Ora comprendo maggiormente i sacrifici fatti dai coraggiosi cadorini che vennero in America per migliorare le loro condizioni di vita. Hanno reso questo Paese, in particolare il “Piccolo Cadore,” un posto migliore. Se i discendenti vorranno condividerle con me, continuerò a raccogliere e raccontare le loro storie.

Susan Petronio, North Carolina

Clifton, anni ’30. Gruppo di emigranti da San Vito e Borca di Cadore

 

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