Il viaggio di Amelia e Lucy continua verso Cortina (nel riquadro il campanile) e arriva oltre San Vito di Cadore dove c’è il posto di dogana tra il regno d’Italia e l’impero Austroungarico. Amelia scrive: «Sulla strada un piolo dipinto a strisce nere e gialle come le brache delle guardie  papali, senza limiti delle due frontiere, piantato davanti ad un malandato posto doganale. Tre o quattro soldati austriaci, alquanto scalcinati nell’aspetto, stanno giocando a bocce e due ufficiali, seduti con aria oziosa sopra una panca fuori della porta, fumano e assistono al gioco». Passato, dopo i controlli di rito, il posto di confine le nostre esploratrici arrivano all’hotel Aquila di Cortina1, ma lasciamo parlare ancora Amelia: «Ci troviamo dunque in un albergo tirolese: non si può dire che la pulizia vi regni sovrana, ma è spazioso e assai meglio fornito di quanto ci aspettassimo pur sapendo che è situato nel centro più importante di tutta la zona. Le camere da letto sono immense ma scarsamente ammobiliate. Alcune pelli di lupo e di camoscio sono stese qua e là. Dall’altra parte della via, una costruzione nuova, la dépendance2, è decorata all’esterno con graziosi affreschi, opera del più giovane dei fratelli Ghedina che studia Belle Arti a Venezia. Ne visiteremo le stanze alcuni giorni più tardi: sono molto più piccole, ma con letti in ferro e alcuni moderni confort. Fummo contente di trasferirci in questa casa più tranquilla, pure al costo di dover sempre attraversare la strada per consumare i pasti» la proprietà, allora, dell’Hotel Aquila nera era di Gaetano Ghedina Tomàs, un vedovo, aiutato nella gestione da due suoi figli. Amelia è affascinata dall’ambiente montano e riporta. «Il panorama più completo lo si gode salendo i pendii dietro Cortina, in direzione del torrente Bigontina».

Interessante è la documentazione che Amelia lascia dei modi e dei costumi della gente del posto: «Nella maggioranza civili e garbati, questi valligiani si mostrano pronti a un saluto o a un augurio e, anche accennando a cose di poco conto, sapevano esprimere calore e buona volontà. Passando nella sala dove pranzavamo ci davano il “buon appetito”, o incontrandoci mentre uscivamo, ci auguravano una “buona passeggiata”. Infine a uno sbadiglio, una voce esclamava “felicità”, ad uno starnuto “salute” e quando ci ritiravamo per andare, i voti, amabilmente formulati, erano “dormite bene” e “sogni d’oro”».

Dei vestiti Amelia riporta: «I più anziani portano corti calzoni al ginocchio e buffe giacchette di tela di frisia, cortissime e con le maniche lunghe e, cuciti alti sul dietro, due grandi bottoni che sembrano due occhi sulla schiena. I più giovani indossano eleganti calzoni lunghi sorretti da bretelle ricamate e un cappello adorno di penne colorate e di fiori artificiali. Ma mentre nell’insieme gli abiti degli uomini producono un effetto piacevole, i costumi delle giovani donne, così diversi da quanti ne avessi mai visto, mi lasciano stupefatta: per quanto sontuosi, essi mancano di qualsiasi grazia e gentilezza. I cappelli sono identici a quelli degli uomini e arricchiti con gli stessi ornamenti. Le gonne variano nei colori dal verde scuro al blu o al nero e cadono in fitte pieghe, come quelle dei kilt, ma addirittura all’altezza delle spalle, formando così una specie di elegantissimo sacco; i corpetti, aperti sul davanti, sono adorni di passamaneria viola. A rendere ancor più strambo questo abbigliamento concorre la foggia, delle maniche, aderenti al polso e al braccio, che si aprono poi in un ampio sboffo di tela bianca, lo completano dei fazzoletti color rosso chiaro e giallo, di cotone stampato, annodati attorno al collo». 

La prossima puntata ci porterà a conoscere una giovane di Livinallongo che viene ritratta da Amelia, la prima domenica di luglio, durante la sagra annuale a Cortina e che ben illustra il modo di vivere del tempo.

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