
Vajont significa disastro (disastro colposo con l’aggravante della previsione dell’evento, stabilisce la definitiva sentenza penale). Ma Vajont significa pure ricostruzione, legge speciale, provvidenze economiche, nuove iniziative. Una storia a sé dentro la storia più grande. Sessant’anni dopo, il bilancio che ne scaturisce sta dalla parte dell’Italia che funziona. A dispetto del titolo con il quale nel primo decennale, il 9 ottobre 1973, il “Corriere della Sera” scolpì un frettoloso, lapidario, commento: «Longarone è emersa dal fango per affogare nella speculazione». Invece, a parte qualche ombra sul versante pordenonese e un disegno urbanistico che ancor oggi suscita perplessità, si può affermare che la legislazione speciale del Vajont si distingue quale processo che contribuì a delineare un nuovo, importante, assetto economico lungo l’asta del medio Piave. Un’azione basata su due direttrici: la ricostruzione delle attività distrutte nella catastrofe, resa possibile nell’ambito di un comprensorio comprendente 29 Comuni in provincia di Belluno e 14 in quella di Pordenone; lo sforzo di favorire gli insediamenti di imprese industriali e artigianali nelle quattro aree Conib (Consorzio per il nucleo di industrializzazione della provincia di Belluno) situate a Longarone, Feltre-Villapaiera, Pieve d’Alpago e Sedico.
La prima tipologia di intervento ha visto beneficiarne sia chi subì danni diretti sia chi, come previsto nella legge, potè subentrare ad altri acquistando i cosiddetti “diritti di ricostruzione”: circa trecento aziende in totale, alle quali lo Stato erogò contributi a fondo perduto pari a 15 miliardi e mezzo di vecchie lire a fronte di investimenti per oltre 65 miliardi.
Scrive Agostino Amantia nel volume “L’industrializzazione del comprensorio del Vajont” (2018): «Dal confronto tra le aziende riattivate per diritto e quelle per cessione, lo scarto è minimo: 140 per diritto e 134 per cessione» con importanti ricadute sui livelli occupazionali del settore secondario (industria e artigianato). Il che testimonia il cambio di passo del modello economico provinciale dopo anni di sottosviluppo ed emigrazione forzata in Italia e all’estero («Prima del disastro, il vuoto» si legge in un appunto del segretario generale della Cisl di Belluno, datato marzo 1971: «Solo emigrazione e sfruttamento dei bacini idroelettrici!»).
L’intervento statale per la ricostruzione e la ripartenza economica non fu particolarmente oneroso per le casse pubbliche. Gli stanziamenti complessivi si collocano infatti solamente al quattordicesimo posto nella lista della spesa pubblica nazionale destinata a calamità ed emergenze. L’aspetto centrale sul quale, in chiave storica, riflettere è l’impatto che si determinò sull’economia locale. La legge speciale portò a regime strumenti in grado di imprimere un decisivo, strutturato, salto in avanti, facendo leva su una serie di incentivi dal punto di vista economico (contributi in conto capitale), finanziario (contributi in conto interessi) e fiscale (esenzione decennale sulla falsariga degli interventi speciali per il Mezzogiorno).
Nel volume “Trent’anni di sviluppo industriale” (2002) l’onorevole Gianfranco Orsini, storico presidente del Conib, così riferiva: «Per il comprensorio del Vajont (Belluno e Pordenone) sono stati stanziati (ai valori attuali) una cinquantina di miliardi di lire per i contributi in conto capitale ed oltre mille miliardi per i contributi in conto interessi, di cui circa il 70 per cento utilizzato nelle aree bellunesi. Il risultato positivo si è tradotto in 80 aziende (ivi compresi due “centri servizi”) realizzate e in 5.755 addetti occupati», con significative presenze in campo manifatturiero.
Oggi, beninteso, la spinta propulsiva del dopo-Vajont si è esaurita. Al posto di flussi migratori allora consistenti, si è formato un tessuto produttivo diffuso, che vede tuttora operative aziende di prim’ordine, pur essendo intervenute, in oltre mezzo secolo di storia, anche diverse dolorose cessazioni.
Maurizio Busatta







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