Fra le vittime del disastro ci fu anche la famiglia Turrin di Pedavena: papà Giovanni, mamma Carmen e i figlioletti Marula di sei anni e Maurizio di due perirono tutti quella tragica notte. Rimase la piccola Marisa, protagonista ora di questa intervista.

So che non è facile per te parlare del Vajont, se fosse stato in età giovanile non avresti accettato questa intervista. Che cos’è cambiato in questi sessant’anni?
Naturalmente anch’io, come tutti, ho vissuto momenti belli e meno belli. Ci sono state perdite, ma anche nascite che hanno portato grande gioia. Quanto ha influito Longarone? Non c’è stato giorno in cui non abbia dedicato un pensiero alla mia famiglia persa in quella notte. Accettare l’accaduto è stato difficile, forse non l’ho ancora fatto. Per circa trent’anni ho vissuto nell’ignoranza, non mi sono mai documentata: non volevo conoscere la storia del Vajont, nella mia mente la montagna aveva ceduto e una grande massa d’acqua aveva trascinato via i paesi. Ogni anno il 9 ottobre la televisione parlava di quanto successo in quella notte del 1963. Mi faceva male, ma cercavo di nascondere il mio malessere con atteggiamenti di falsa indifferenza. Poi nel 34° anniversario la RAI mandò in onda il monologo di Marco Paolini sul disastro: il suo modo di raccontare era così trascinante che lo ascoltai anche se non fino alla fine. Nel 2001 uscì il film Vajont. I superstiti furono invitati alla proiezione che si svolgeva sulla diga. Decisi di partecipare con mio marito e per la prima volta affrontai l’intera vicenda, presi coscienza di quanto grande fosse stata la tragedia e dell’importanza di non dimenticare.
Come mai la tua famiglia si era trasferita là?
Eravamo a Faè da solo sei mesi. Il papà, rimasto senza lavoro per la chiusura della sua attività a Pedavena, aveva trovato occupazione come custode giardiniere presso una villa del paese. Aveva anche preso la patente e portava il latte a domicilio. La mamma svolgeva qualche lavoro di pulizia nella casa vicina alla nostra.
Cosa ti ricordi di quella notte?
Non ricordo molto, ma so che mi trovavo dai nonni a Pedavena e stavo dormendo abbracciata proprio a nonna Irma. Il nonno, richiamato dal continuo suono della sirena della vicina birreria (che richiamava i volontari del Vigili del fuoco, ndr), si era diretto verso la fabbrica per conoscere il motivo di tanto allarmismo. Era successo qualcosa di molto grave, le voci riportavano inquietanti notizie riferite a Longarone: la diga ha ceduto, l’acqua è uscita, le strade sono bloccate, non si può proseguire… Il nonno ben presto comprese la tragica realtà, non avrebbe più rivisto la figlia, il genero e i suoi nipoti. Rientrò a casa, aprì la porta della camera e guardandomi disse: “Lo là l’unica seménza che e restà”.
Cosa è successo dopo?
Io non mi staccavo mai dalla mamma, ma la nonna aveva comperato un paio di bellissimi zoccoletti azzurri con le stelline dorate a mia sorella: li desideravo così tanto che accettai di trascorrere qualche giorno lontano dalla mia adorata mamma per far sì che la nonna li comprasse. Così, quel piccolo innocente ricatto mi salvò la vita. A quei tempi non si parlava molto di psicologi, le tragedie venivano affrontate nella quotidianità della vita, in casa non se ne parlava se non sottovoce. Io chiedevo della mia mamma, mi veniva risposto che non c’era più, l’acqua se l’era portata via. Avevo paura dell’acqua, lungo la strada che porta a Pedavena, al margine del torrente Colmeda camminavo con la testa bassa. Ad un tratto il classico quadro ricordo comparve sopra la credenza. Avevo paura delle foto, quelle immagini rappresentavano la morte, il non ritorno. La zia mi invitava a casa per giocare con la cuginetta, ma la sua casa era nuova. Le case nuove crollano come la mia, a Longarone. Non parliamo poi del senso di colpa di fronte al continuo: “Sei stata fortunata! L’unica sopravvissuta della famiglia!”. Nella mente di una bambina quella non è fortuna, è abbandono. Questa è solo una parte del mio vissuto da piccolina, potrei scrivere intere pagine per descrivere il senso di solitudine, malinconia, rabbia, impotenza, tristezza, sentimenti che hanno accompagnato gran parte della mia vita pur se impreziosita dalle tante figure positive incontrate nel mio percorso.
Quale è stato poi il tuo rapporto con Longarone?
Longarone uguale angoscia. Ancora adesso il solo casuale passaggio in zona mi crea disagio. Il 9 ottobre per me ogni anno è motivo di agitazione, ma partecipo alla cerimonia commemorativa. La nonna mi ha insegnato che la mia presenza in questo giorno è importante e sarebbe per me “sbagliato” non esserci, ma non nego che mi pesa ancora tanto.
Una tragedia come questa ha trasformato completamente la tua vita. Tra tanta sofferenza, cosa ti ha dato più conforto?
La presenza di una nonna fantastica, una donna dall’apparenza fragile, ma forte di fronte alle vicissitudini della vita, aiutata da una grande fede. Mi ha seguito in ogni mio passo con discrezione, mi ha trasmesso i valori della vita con l’esempio, mi ha convinto a studiare, ha accettato il mio carattere ribelle dettato sicuramente da una rabbia inconscia guidandomi senza mai imporsi. Lei c’era sempre, una presenza costante che mi ha colmata d’affetto.
Intervista raccolta da Luisa Carniel







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