Zia Rosa

da | 24 Gen 2020 | 0 commenti

In queste gelide sere, a filò nella stalla del Conte, noi ragazze abbiamo voce solo per qualche canto e per recitare il rosario. Sono brevi intervalli, per il resto del tempo parlano i padri e le madri, i nonni, gli zii e i fratelli più grandi. A tratti irrompono gli strilli dei bimbi che vengono subito rimproverati dai grandi. Io taccio. Guardo la condensa di umidi fiati che cola in gocce luccicando lungo la calce dei muri e non riesco ad unirmi al coro di preghiere. Lo spesso manto candido che in questi giorni ha sommerso ogni cosa impedisce ai giovanotti di farci visita ed è meglio così, perché Angelo non ci sarebbe e non verrà più. L’ultima volta che è stato a filò da noi, acceso in viso per la camminata, gli occhi lucenti ed il sorriso complice, mio padre l’ha chiamato fuori dalla stalla e gli ha detto di non ritornare perché sono già promessa ad un altro e la sua insistenza mi disturba. Non è vero, Angelo mi piace. Mi piace più della mia stessa vita che senza di lui non ha importanza. Ma il figlio del macellaio ha chiesto la mia mano, me l’ha detto la mamma con un filo di voce, e questo significa pranzo e cena per il mio futuro. Non odio i miei vecchi per questa orribile ingiustizia, hanno undici figli da sfamare e la credenza sempre vuota. Pensano sinceramente di aver fatto la scelta migliore per me. Le mie due sorelle maggiori, compiuti dieci anni, erano già a servizio fora par le spese ed io ho la fortuna di essere abbastanza carina da turbare il sonno al corpulento Osvaldo, che gira per il paese sempre vestito a festa con il panciotto e le scarpe di pelle. In questi giorni però vorrei semplicemente smettere di respirare e penso continuamente alla sorella di mio padre che ha patito la mia stessa umiliazione e che ha avuto la forza di ribellarsi, subendo in seguito la vendetta del destino. Quanta sofferenza, povera zia, ora la posso comprendere. La zia Rosa, all’età di sedici anni, era emigrata per guadagnarsi il pane. Erano gli anni 20 del ‘900. Il paese foresto le aveva richiesto ansie e sacrifici ma, allo stesso tempo, le aveva spalancato una finestra sul mondo. Libera dai rigidi vincoli familiari, si era innamorata e promessa ad un bravo giovane del sud Italia, anch’egli esule per lavoro.  Non aveva avuto il coraggio di scrivere la notizia ai suoi genitori ma, rientrata in famiglia per un Natale, aveva informato la madre dell’intenzione di sposarsi. Per tutta risposta aveva ricevuto la sfuriata e gli schiaffi del padre che l’aveva ammonita con il vecchio detto: moglie e buoi dei paesi tuoi. Rosa era ripartita per la Svizzera con la valigia piena di risentimento e la ferma volontà di decidere la sua vita. Qualche tempo dopo aveva ricevuto uno scritto dal suo genitore con il quale le annunciava che, per il suo bene, un possidente vedovo, abitante nel paese di S. Giustina, l’avrebbe condotta a nozze e le avrebbe assicurato una vita da signora, purché rientrasse subito in Patria. A fine lettera le faceva sapere che se non avesse ubbidito, non avrebbe più potuto considerarsi sua figlia. Rosa non fece ritorno a casa, sposò il suo amato Giuseppe, ebbe sei figli e rientrò in Italia solo quando suo marito si ammalò gravemente e dovette lasciare il duro lavoro di minatore. Non ricucì mai più i rapporti con i suoi familiari, che mantennero fede alla loro condanna e quando lo sposo morì ancora giovane, si ritrovò sola ad allevare la prole con indicibili privazioni. Mentre penso alla vita della zia alzo gli occhi e, attraverso un velo di ragnatele rischiarato ad intervalli dalla tremula luce di una candela, incrocio lo sguardo benevolo di S. Antonio, inchiodato sopra la porta d’entrata con il compito di proteggere gli animali. Provo a considerare chi potrebbe soccorrermi in questa sventura che non riesco a confidare del tutto nemmeno a me stessa. Le mie sorelle più grandi sono lontane; quando tornano a casa hanno modi sempre più sbrigativi, molte curiosità da sussurrarsi e nessuna voglia di ascoltare i fastidi della vita familiare. I ferri da calza che tengo nelle mani sono immobili. La mamma, seduta accanto a me, continua a rammendare vecchi vestiti sui rattoppi precedenti e ogni tanto rimprovera i miei fratelli più piccoli che si rincorrono sollevando nuvole di polvere. Poi riprende a discorrere sommessamente con le cognate, ognuna china sul proprio lavoro, delle faccende legate alla prossima lissia. La nonna, madre di mio padre, mentre fa scorrere il filo di lana attraverso le mani nodose, mi lancia occhiate di biasimo per la mia fiacchezza. Sento intensa la presenza di queste donne e per la prima volta prendo in considerazione le loro esistenze, cerco di indovinare il percorso delle loro vite di ragazze, di mogli e di madri. Mi rendo conto che le ho sempre avute vicine, ma non le ho mai intimamente conosciute; non ci sono confidenze, rivelazioni, spiragli di interiorità. Dalle donne di casa ricevo piccoli e grandi insegnamenti riguardo il governo del focolare, della stalla e dei figli; dal padre, dagli zii e dal nonno ascolto i principi che regolano i lavori della campagna, ma nulla trapela in merito ai sentimenti. Tra queste genti, pudiche e sobrie, si usa così. Le voci degli uomini che si alternano e a tratti si sovrappongono aumentando d’intensità, sono un unico rumore lontano e fastidioso. Angelo è un giovanotto vivace ed orgoglioso, avrà pensato che l’ho tradito per un piatto di minestra e non mi cercherà più. Sono sola. Respiro il morbido, tiepido odore della Bisa, la mite vecchia mucca di casa. Appoggio la fronte alla sua grande mole e sento che si fa più vicina. Improvvisamente, mi vedo vestita con l’abito scuro delle suore e distinguo la mia strada… domani, dopo la messa, parlerò con don Luigi.

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A cura del Servizio Meteorologico Regionale
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