Italiani all’estero: fuga di cervelli?

da | 7 Mar 2016

Tempo di lettura: 3 minuti

 

BRUXELLES – Intervista a Matteo Lazzarini, segretario generale della Camera di Commercio Belgo-Italiana, a proposito del Rapporto Italiani nel Mondo 2015 della Fondazione Migrantes.

Dottor Lazzarini, com’è cambiata l’emigrazione italiana in questi ultimi anni?

Com’è evidenziato nel Rapporto, al 1° gennaio 2015 noi italiani residenti all’estero iscritti all’AIRE siamo 4.636.647. Più della metà vive in Europa. In dieci anni i flussi migratori degli italiani verso l’estero sono cresciuti di quasi il 50%. Nel 2014 hanno trasferito la loro residenza all’estero oltre 100.000 italiani. Inoltre l’emigrazione non è più un fenomeno meridionale: nel 2014 il numero di lombardi espatriati è doppio rispetto a quello dei siciliani: 18.425 contro 8.765. Molti di questi sono giovani istruiti, spesso provenienti da famiglie benestanti e con un’istruzione superiore.

Una “fuga di cervelli”?

Purtroppo l’emigrazione italiana all’estero fa notizia solo quando se ne stigmatizzano alcuni aspetti. Il chiocciare della stampa italiana sulla cosiddetta “fuga dei cervelli” riduce e sminuisce un fenomeno ben più vasto e complesso che sembra sottovalutato o comunque non pienamente compreso dalla politica italiana. Il Rapporto evoca una nuova figura di emigrante italiano, che da ‘bisognoso’ si trasforma in ‘desiderante’, entusiasta, dinamico e pieno di ambizioni. I nostri giovani non fuggono da qualcosa, ma  piuttosto partono alla ricerca di qualcos’altro, di nuovi stimoli e opportunità.

Oltre a raccogliere dati, il Rapporto formula alcune proposte concrete a favore degli italiani all’estero. Cosa ne pensa?

Mi trovo pienamente d’accordo con le analisi e con le riflessioni della Fondazione Migrantes. È necessario ripensare l’associazionismo italiano all’estero in ottica moderna e alla luce dell’evoluzione dell’emigrazione italiana. I temi della cittadinanza, della tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori e della protezione dei nostri giovani che vanno all’estero dovrebbero trovare maggiore attenzione nel dibattito politico italiano.

‘Italici’ e ‘italicità’: come si inseriscono questi concetti nel contesto di cui stiamo parlando?

Piero Bassetti ha il merito di aver portato nel dibatto politico un tema nuovo, l’esistenza di un ‘fatto’, di una realtà ben determinata, ovverosia la presenza nel mondo di milioni di persone che dovremmo abituarci a chiamare ‘italici’. Una definizione che ha preso corpo nel tempo e che, vincendo inevitabili resistenze, si è ormai diffusa. Noi italiani all’estero siamo italiani, belgi, argentini, australiani, studenti, operai, professionisti o globetrotters. Siamo ‘italici’ e chiamati a raccogliere la sfida di rendere l’italicità non un potenziale culturale, ma un soggetto politico, valorizzando un nuovo concetto di identità, di nuova polis e cittadinanza pluri-identitaria.

Lei vive e lavora in Belgio da oltre vent’anni. Come vive la sua italianità?

Vivo l’italianità (e l’italicità) con fierezza. Riprendendo una delle categorie suggerite dal Rapporto, potrei definirmi simile ad un “Millenials”, uno di quei giovani che, con un bagaglio qualificato di titoli di studio, non ha lasciato l’Italia per necessità, ma per scelta. In Belgio mi sono confrontato fin da subito con una comunità di italiani che invece aveva alle spalle una storia completamente diversa dalla mia, e di cui i libri di testo italiani parlano troppo poco: l’emigrazione del secondo dopoguerra. Migliaia di italiani mandati via, fuori, caricati sui treni, venduti per un sacco di carbone e poi ignorati, dimenticati, nascosti. Gente che dai campi di sole della Sicilia, della Puglia e del Veneto si è trovata a centinaia di metri sottoterra ad estrarre carbone nelle miniere di Charleroi, di Liegi e di Genk. Per anni hanno dormito nei campi di prigionia che i tedeschi avevano abbandonato. Ai nostri emigrati italiani porto profondo rispetto e risconoscenza. È anche grazie al loro sacrificio che oggi ci ritroviamo a vivere e a lavorare in un’Europa migliore. Ma è ora che l’Italia cambi schemi culturali e inizi riconoscere l’emigrazione italiana nella sua nuova accezione, positiva, smettendola di parlare di “fughe di cervelli” o minacciando di togliere il voto a chi risiede all’estero.

(Intervista a cura di Francesca Palombo – Inform)

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