Viaggio nel XIX secolo. I trasporti e il mercato del vino

da | 8 Set 2021 | 0 commenti

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Trasporto vino

Nel mondo attuale le distanze sono state così fortemente ridotte che prodotti e merci di ogni tipo arrivano da tutto il mondo in pochi giorni, ma questo avviene solo a partire dal XX secolo.

Ma come si effettuavano i trasporti nei secoli precedenti? Antonio Maresio Bazolle nel “Il possidente bellunese” tratta diffusamente l’argomento, descrivendo il carriaggio, un trasporto fatto dai coloni bellunesi con un carro trainato da uno o due buoi. Solo dopo il 1850 si videro in provincia carriaggi trainati da grossi cavalli (anche 6 o 7), sul tipo di quelli tedeschi che passavano per il Fadalto, S. Croce del Lago, Longarone e il Cadore ed erano diretti in Tirolo, Baviera, Lago di Costanza, Vienna. Teniamo presente che tranne la strada di Alemagna, percorribile con carri, in provincia di Belluno le altre erano solo mulattiere, compresa, fino al 1841, la strada che portava ad Agordo.

All’inizio del XIX secolo, il proprietario dei fondi, in genere un nobile, concedeva al colono, per integrare il reddito, di praticare il carriaggio con buoi e carri della colonìa e questo fino a metà del secolo, quando i proprietari si accorsero che troppi erano i danni provocati da questi carriaggi a partire dallo sfinimento, fino alla morte dei buoi e dal deperimento dei carri stessi usurati dal percorrere strade dissestate. Scarso inoltre era l’utile che ricavavano dal colono, visto che il carro poteva portare solo pochi quintali di merce. Ma cosa trasportavano i carri? Di tutto, ma i coloni privilegiavano il trasporto del vino che arrivava principalmente da Serravalle e da Ceneda oltre che, in forma ridotta, da Conegliano e Valdobbiadene.

Maresio Bazolle racconta che aveva visto, più volte, arrivare a Belluno anche venti carri caricati ognuno di una sola botte di vino per rifornire la locanda Leon d’Oro, gestita dal veneziano Girolamo Gianeselli, che era anche il proprietario dell’immobile. Una botte di vino, chiamata bote cariota, corrispondeva a dieci mastelli di vecchia misura bellunese pari a 750 litri. Il contadino conduttore percepiva quattro boccali di vino e 16 lire venete dal venditore e 8 lire dall’oste che riceveva il vino. Il proprietario del fondo, invece, non riceveva niente o molto poco.

Il contadino preferiva questi trasporti, perché poteva facilmente bere sia dal produttore, sia dall’oste e inoltre, anche se le botti erano sigillate, riusciva con un trivellino a praticare un piccolo foro, trarne del vino e sigillare poi la botte con uno stecchino in legno, e per questo spesso si vedevano per le strade contadini completamente ubriachi.

Il carriaggio del vino venne meno quando si diffuse la fillossera della vite, provocata da un insetto di origine nordamericana che attaccando radici e foglie faceva morire la pianta. Il problema fu risolto, anni dopo, quando nella pianta con radice americana fu inserito un apparato vegetativo europeo.

In Italia l’infezione arrivò tra il 1845 e il 1847, provocando penuria di vino anche in provincia e incentivando il consumo di acquavite, consegnata dai carrettieri di Conegliano che arrivavano a Belluno con grossi carri trainati da sei cavalli. Portavano anche altri generi alimentari e una grande quantità di vino ungherese che proveniva per ferrovia alla stazione di Conegliano.

Oggi tutto viaggia veloce e comodo, le nostre richieste di prodotti aumentano continuamente, ma la globalizzazione veloce comporta anche dei rischi… il Covid-19 per esempio.

Paolo Doglioni

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