ALPAGO, USI, COSTUMI E TRADIZIONI

da | 10 Feb 2014

Tempo di lettura: 5 minuti

alpagoFino ai primi anni del ‘900 la popolazione dell’Alpago era dedita soprattutto all’allevamento delle pecore di razza Alpagota, attività nel corso dei secoli molto fiorente a cui seguiva la produzione dei prodotti caseari. L’allevamento ovino era praticato ad integrazione di quello bovino.

Nel borgo di Chìes nel 1863 dove risiedevano numerosi sensali e commercianti erano allevate 750-800 pecore, nello stesso periodo sull’Alpago si contavano 3300-3500 pecore allevate. Gli agnelli erano venduti ad allevatori nel bellunese e nel trevigiano, la lana era impiegata dalle singole famiglie contadine per confezionare abiti, tessuti e biancheria, calze e calzettoni, maglie e maglioni.

Molta attenzione era dedicata alla lavorazione della lana che, dopo la tosatura delle pecore, lavata, asciugata era inviata alle manifatture di Serravalle di Vittorio Veneto per essere trasformata in filato raccolto in matasse. La lana lavorata riprendeva la via del ritorno in Alpago per esser colorata e avviata alla confezione per i nuovi capi d’abbigliamento. Una parte del filato poteva essere oggetto di scambio e commercio. Sotto i portici e sui poggioli delle abitazioni era consuetudine osservare giovani e anziane filare lana all’arcolaio.

Con il latte di pecora e altro con l’aggiunta di latte bovino erano prodotti nelle latterie turnarie formaggi in varietà, ricotte e burro. Nella stagione estiva (giugno-settembre) l’attività casearia si trasferiva con il bestiame nelle malghe-casere sugli alpeggi in alta montagna. Nelle malghe il casaro lavorava il latte con l’aiuto dei pastori e degli aiutanti, gruppo solitamente formato da quattro a sei-sette persone, secondo il numero dei capi di bestiame all’alpe. Formaggio, ricotta e burro assai apprezzati come primo mercato erano venduti in Alpago, l’eccedenza trovava facilmente mercato a Belluno città e soprattutto a Venezia e in Cadore.

Fino agli anni Trenta del ‘900 una ragazza che sposava un pastore era ritenuta fortunata, potendo contare su un reddito costante e continuo tutto l’anno

Dopo alcuni decenni d’oblio all’inizio del Terzo millennio in Alpago la pastorizia è stata riscoperta rivalutando l’allevamento dell’autoctona pecora Alpagota, ritornata per alcuni gruppi famigliari al centro dell’attività economica e utile per i prodotti caseari, per la carne e per tenere il terreno “attivo-lavorato” favorendo il rinnovo della produzione arborea ricca delle molte varietà di fiori ed erbe spontanee la cui aromaticità si trasferisce dal latte ai prodotti caseari.

Il calpestio delle greggi si è confermato utilissimo per mantenere sobrio il terreno, come sostenevano pastori e contadini nei secoli passati, evitando smottamenti dovuti a problematiche naturali e idrogeologiche.

Fino agli anni Cinquanta del ‘900 in Alpago la popolazione vestiva abitualmente il tradizionale costume piacevole da vedere e ammirare. L’abbigliamento femminile è simile a quello del Bellunese, Feltrino, Agordino e Cadore con alcune differenziazioni. In testa per fissare i raccolti capelli le donne impiegavano i Tremoi, due o più spilloni in argento lavorati con la fine tecnica della filigrana che terminavano con fiori e foglie, al camminare oscillavano offrendo un’immagine avvenente. I giovani in occasione del fidanzamento donavano all’amata quale pegno d’amore alcuni Tremoi.

Le giovani dedicavano cura alle pettinature ravvivandole con i preziosi doni che facevano pendant con i Pirli, gli orecchini d’oro filigranato raffiguranti fiori, foglie o sobrie figure pendule portati con simpatico vezzo femminile nei giorni di festa e nelle serate di Filò.

L’abbigliamento femminile si completa con il corpetto stretto alla vita confezionato con tessuto a righe in tinta scura. Le spalle sono ornate da un fazzoletto-scialle di seta o damascato dai colori vivaci che scende libero per essere trattenuto adulante sul petto da un arioso nodo o sulla vita dal grembiule. Il grembiule indossato sopra l’ampia gonna pieghettata ai fianchi raggiungeva la caviglia, ma appena un po’ più corto della gonna.

Gli uomini dell’Alpago vestivano abiti confezionati con tessuto di mezza lana prodotto impiegando parte lana e parte canapa ottenuto dalla lavorazione del campo che abitualmente ogni famiglia coltivava appositamente per confezionare abiti e biancheria domestica. Alle donne era affidato il compito della Maciula per liberar la fibra della canapa dalle parti legnose.

I calzoni del costume maschile raggiungono le ginocchia per esser stretti con la Fibia d’argento o con tre bottoni. Le calze di lana bianca solitamente sono arricchite con fiori ricamati dai vivaci colori.

Completa l’abbigliamento maschile il Pettoral, il gilet-panciotto e la giacca del colore e tessuto dei calzoni. Notabili e persone ricche sostituivano la giacca nei giorni di festa e cerimonie con la Giubba nera, terminante con due faldine a “coda di rondine” e portavano il Pettoral di velluto nero ricamato con filamenti dorati. In testa gli uomini portano il capello robusto a forma cilindrica (quello con le larghe tese e floscio era portato dai pastori e contadini nei lavori d’ogni giorno e nei giorni di festa).

Per uomini e donne del popolo le calzature nei giorni di lavoro erano le Dalmede (zoccoli-galosce) bordate lateralmente a sponda per proteggere i piedi dall’acqua. Ricavate dal legno di frassino o faggio erano ornate sulla parte anteriore da una striscia di cuoio fermata da lucenti Brocche.

Feste, fiere e mercati stagionali allietati dall’immancabile orchestrina era la buona occasione per danzare il Bassanello, ballo caratterizzato dall’alzarsi e abbassarsi del ballerino ritmando tempo e movimenti con la battitura delle mani, mentre la ballerina accompagnava i virtuosismi del ballerino con movimenti danzerini composti e aggraziati.

Renato Zanolli

alpago

 

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