ATTENTATO A MUSSOLINI, PELLEGRINO SBARDELOTTO DA MEL CONDANNATO

da | 5 Ago 2013

Tempo di lettura: 4 minuti

angelo_sbardellottoC’era una gran folla in attesa dell’arrivo e del discorso di Benito Mussolini nell’afoso pomeriggio romano del 4 giugno del 1932. Angelo Galvini commerciante di Bellinzona con passaporto svizzero, camminava nervosamente in Piazza Venezia lungo il marciapiede tra Corso Umberto e Vicolo Mancino. L’atipico comportamento del giovane venne notato da due poliziotti in borghese che lo fermano e l’invitano mostrare i personali documenti. Essendo sprovvisto del permesso di soggiorno, venne arrestato ed accompagnato a Palazzo Buonaparte dove lo perquisirono.

Gli vennero trovati dentro i vestiti una pistola francese Manufacture d’armes de Bayonne (Mab) calibro 6.35, due bombe artigianali, una fiaschetta con 80 grammi di cheddite, della miccia e un tubo piegato provvisto di miccia contenente 400 grammi di dinamite.

Le indagini più approfondite portarono alla vera identità dell’arrestato: trattasi di Angelo Pellegrino Sbardelotto, anni 24, nato nel villaggio di Villa di Villa di Mel (Bl). Svelata l’identità, l’anarchico bellunese senza giri di parole e preamboli dichiarò apertamente senza indugi agli inquisitori che l’interrogavano, che era venuto a Roma con la ferma intenzione di uccidere Mussolini. Era questo il suo terzo tentativo.

In questura proseguirono gli interrogatori e, due giorni dopo l’arresto, nel memoriale ritenuto falsificato dalla polizia fascista, gli vennero attribuiti la confessione dei nomi dei complici: Vittorio Cantarelli, compagno anarchico residente a Bruxelles, Emilio Recchioni detto Nemo residente a Londra e Alberto Tarchiani appartenete del movimento Giustizia e libertà.

La mattina del 16 giugno dopo breve istruttoria del procuratore generale, il presidente del Tribunale speciale Guido Cristini pronunciò la sentenza contro Angelo Pellegrino Sbardelotto: condanna a morte mediante fucilazione alla schiena in quanto responsabile dei delitti di cui agli articoli 305 e 280 del Codice penale per aver con altri attentato alla vita di S.E. il Capo del Governo Benito Mussolini.

L’avvocato d’ufficio che aveva predisposto la domanda di grazia recatosi nel carcere per raccogliere la firma, si sentì rispondere da Angelo Sbardelotto: Ma ché pentito e pentito, io rimpiango solo di non averlo ammazzato! Il giovane anarchico e antifascista non presentando richiesta di grazia come gli venne suggerito dall’avvocato che l’invitò più volte a firmarla, documento che avrebbe permesso la revisione del processo e quasi sicuramente della grazia, la sentenza venne eseguita a Forte Bravetta alle 5.45 del 17 giugno 1932.

Si concluse così, alle prime luci dell’alba la giovane vita di Angelo Pellegrino Sbardelotto, quinto di undici figli, stalliere all’albergo Cappello di Mel fino al compimento dei 17 anni, poi emigrante in Francia e in Lussemburgo, infine in Belgio, dove lavorò come operaio meccanico e minatore.

E’ qui, sull’onda delle notizie che arrivavano dalla lontana patria che maturò nel giovane il profondo sentimento antifascista, così profondo da fargli abbracciare gli ideali anarchici.

Nel 1928 la madre Giovanna Dall’Omo, analfabeta (il padre artigiano lavorava il giunco producendo ceste, gerle e altri oggetti casalinghi e agresti), con l’aiuto della maestra del paese gli scrisse una lettera per avvisarlo che era arrivata la cartolina della chiamata alle armi, invitandolo a far rientro a Mel per ottemperare al servizio militare.

Angelo rispose proclamandosi anarchico, e nel contempo annunciò il suo rifiuto d’entrare nell’esercito e indossare la divisa militare. La madre che aveva mentalità convenzionale rimane sconcertata dall’inattesa e perentoria risposta, si recò dal parroco di Mel per chiedere consiglio.

Poi, a seguito di una denuncia esposta alle autorità giudiziarie e alla Prefettura di Belluno, forse promossa dalla stessa maestra o più probabilmente dal parroco (ma non vi sono né prove né documenti), Angelo Pellegrino Sbardellotto venne iscritto nel Casellario politico centrale di Roma, registro renitenti alla leva, oltre che schedato tra i 269 antifascisti più pericolosi del Belgio, sorvegliato speciale dalla polizia politica a Seraing (Liegi), dove lavorava nella miniera di carbone di Ougrer Marihai.

Questo spiegherebbe anche la facilità dopo l’arresto a Roma, dell’identificazione del giovane, in quanto l’Ovra, la polizia segreta fascista, già da tempo conosceva e seguiva gli spostamenti della cellula anarchica italo-belga.

Il giorno successivo la fucilazione di Angelo Pellegrino Sbardelotto, il parroco di Mel celebrò nella parrocchiale un rito funebre a suffragio del condannato, annunciando nell’omelia che: l’anima di Angelo è finita certamente all’inferno, perché aveva osato attentare alla vita dell’uomo della provvidenza.

Due giorni dopo l’arresto di Angelo, i genitori, il fratello maggiore Olivo e la sorella Anna, vennero prelevati per essere condotti nelle carceri di Belluno. Accertata l’estraneità della famiglia all’attentato progettato da Angelo contro Mussolini, dopo otto giorni i famigliari furono liberi di far ritorno a casa, dove ripresero la vita di ogni giorno.

Una pattuglia di carabinieri vigilava sulla famiglia Sbardelotto, affinché i più focosi e facinorosi fascisti non ponessero in atto ritorsioni o azioni punitive. Nel contempo, la figlia Anna venne affidata dalle autorità giudiziarie alla maestra.

Il 16 ottobre 2005 l’amministrazione del Comune di Mel, inaugurò al Parco della Giazera di Mel, il monumento in memoria di Angelo Sbardellotto, il giovane anarchico antifascista fucilato 73 anni prima per aver progettato di uccidere Mussolini-

Renato Zanolli

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