Sono la nuora di Giovanni Peterle, nato a Farra d’Alpago e morto a Ormelle, in provincia di Treviso. Tranne un periodo subito dopo la guerra in cui aveva avuto l’incarico di misurare, per il catasto di Belluno, i boschi e i prati della sua zona sopra il lago di S.Croce – un lavoro di cui andava orgogliosissimo perché gli era valso un “encomio” pur non avendo alcun titolo di studio – Giovanni fin da giovanissimo ha sempre fatto il minatore. All’inizio in Italia e in Portogallo, poi nei cantieri dell’Africa, tra Camerun, Nigeria, Sud Africa e Algeria. In questi tempi in cui impera la tecnologia e non si fa nulla senza di essa, la sua storia è un esempio di caparbietà, tenacia e volontà di riuscire, qualità che gli hanno permesso di arrivare ad avere la responsabilità di capo-cava in un cantiere in Nigeria con più di trecento operai. In quella situazione, lui sapeva di avere difficoltà anche ad esprimersi in italiano, senza contare che non conosceva una parola di inglese, la lingua utilizzata nel luogo. Recentemente ho trovato, tra alcune delle sue carte, un dizionario che lui stesso si era creato. Era un quaderno a righe di quelli con la copertina nera in uso all’epoca, nel 1964. Con mano a volte stanca, perché lo faceva di notte, nel tempo rubato al sonno, scriveva i termini in italiano e in inglese, affiancandoli alla pronuncia inglese così come la sentiva tutti i giorni. In questo modo – diceva – riusciva a gestire il lavoro della cava e, aspetto non meno importante, a farsi rispettare e capire le esigenze più semplici degli operai. Sfogliandolo ora, questo quaderno mi suscita sentimenti di profonda tenerezza e ammirazione per l’enorme forza di volontà di questo emigrante bellunese nel mondo.
Il dizionario speciale di un emigrante speciale
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