Riflessioni linguistiche. Linguaggio da caserma

da | 17 Set 2021 | 0 commenti

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Ci sono dei momenti nei quali ti sorprendi di trovarti tra persone che parlano una lingua che tu capisci perfettamente, ma che non senti veramente tua. Una lingua fatta di parole che denotano rancore, frustrazione e violenza. Una lingua orribile che esprime una sostanziale pochezza culturale e si rispecchia spesso in comportamenti altrettanto incivili.

Ma si tratta di una lingua che sembra ormai accettata un po’ da tutti senza problemi. Tanto sono solo parole dette in libertà, senza importanza. Chi le pronuncia si giustifica, dicendo che non le intendeva dire veramente. E poi per alcuni basta andare a confessarsi, dire un paio di preghiere e tutto è perdonato… fino alla prossima ciacolata in libertà. In Italia, in fin dei conti, c’è libertà di parola e nel repertorio linguistico di molti nostri connazionali l’uso quotidiano delle bestemmie è normale comunicazione.

Ecco… a me le bestemmie danno un enorme fastidio! E questo lo dico come persona non religiosa. Per questo motivo, ogni volta che ritorno nella nostra regione, rimango basito dall’uso disinvolto di bestemmie di ogni tipo. Che sia questa la comune radice cristiana tanto amata da certi esponenti politici tradizionalisti? Che cosa dire, per esempio, dei tre eleganti cinquantenni seduti al bar, da me ascoltati in una piazza della nostra zona, che discutevano in dialetto dei “massimi sistemi” (calcio, donne, politica) infarcendo i loro dotti discorsi con bestemmie usate come punteggiatura? Si tratta solo di un piccolo esempio, tra i tanti, di questo modo di comunicare incivile.

Un tempo le bestemmie erano confinate in certi contesti sociali. Soprattutto nell’Italia meridionale il bestemmiatore seriale non era ben visto. Era considerato un ignorante da emarginare. Diversa era la situazione in certe zone dell’Italia settentrionale o della Toscana, dove l’uso disinvolto di termini blasfemi era comune in famiglia, soprattutto tra gli uomini. Le bestemmie si trasmettevano dai padri ai figli e si modificavano con varianti di ogni tipo anche per motivi ideologici. In ogni caso ho sempre avuto l’impressione che, nonostante tutto, ci fosse sempre un certo pudore a pronunciarle pubblicamente di fronte agli estranei.

Credo di essermi sbagliato. Ma l’uso disinvolto delle bestemmie in italiano o in dialetto non riguarda solo l’Italia. Nei miei corsi di italiano per adulti nella Svizzera tedesca, alla domanda iniziale sulle parole conosciute nella mia lingua, ho potuto verificare proprio negli uomini una grande padronanza di termini molto volgari nella cosiddetta “lingua di Dante”. Il motivo è semplice da spiegare: nell’esercito svizzero, plurilingue, i soldati ticinesi e grigionesi di lingua italiana hanno esportato bestemmie e parolacce di ogni tipo prontamente adottate dai commilitoni di lingua tedesca e francese. Per loro è normale dare ordini nelle tre lingue nazionali e concluderli con una bestemmia finale. In italiano. Giusto per ribadire il concetto.

L’Italiano è una lingua che si presta molto a queste cose ed è molto creativa. Linguaggio da caserma! Ormai diffusissimo in tutti i contesti. Qualcuno mi ha fatto notare, abbastanza seriamente, che bisognerebbe ripristinare una certa disciplina militare per riportare ordine in una società dove tutti fanno quello che vogliono. A me sembra che un certo linguaggio violento si sia ormai imposto definitivamente a tutti i livelli, anche senza essere passati per una caserma, e questo non mi piace affatto. Perché, invece di prendercela solo con l’abuso di termini inglesi usati a vanvera, non iniziamo a riflettere sul nostro linguaggio partendo dalle schifezze già presenti in quello che diciamo ogni giorno?

Raffaele De Rosa

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A cura del Servizio Meteorologico Regionale
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