Andare a piedi o viaggiare con il tram per le strade di Zurigo offre sempre degli spunti di riflessione sull’uso reale delle lingue all’interno delle famiglie e su come esse siano percepite dalla società locale. La Svizzera è in questo senso un laboratorio linguistico a cielo aperto molto interessante visto che il plurilinguismo delle persone è vissuto in modo attivo e spesso segue percorsi molto variegati che superano i canali ufficiali dell’apprendimento scolastico delle quattro lingue nazionali.

Tempo fa ho seguito, seduto in un tram, un dialogo trilingue tra una mamma e un bambino che potrebbe avere avuto quattro o cinque anni. Il bambino faceva diverse domande sulle cose che vedeva oltre la grande finestra parlando in inglese, probabilmente la lingua del padre. La madre gli rispondeva pazientemente usando lo spagnolo. Il dialogo si è protratto per diversi minuti, ognuno parlava in modo conseguente la propria lingua e capiva la lingua dell’interlocutore. Ogni tanto il bambino usava anche parole in tedesco che erano brevi scritte sulle insegne che vedeva lungo la strada e di cui chiedeva una spiegazione. La madre lo faceva sempre usando lo spagnolo.

In quel dialogo c’erano dunque tre lingue usate spontaneamente: lo spagnolo della madre, l’inglese del bambino e il tedesco dell’ambiente circostante. Probabilmente si trattava di una strategia di comunicazione in famiglia che si è sviluppata in modo intuitivo nonostante l’esistenza di numerosi manuali in cui sono contenuti vari consigli su come favorire il plurilinguismo dei bambini.

Il comportamento linguistico della madre in quei minuti è stato, a mio avviso, esemplare. Ha continuato a usare la propria lingua sapendo che il bambino l’avrebbe capita senza problemi: le madri che valorizzano la propria lingua, anche in circostanze in qualche modo “sfavorevoli”, sono fondamentali per l’evoluzione di situazioni armoniche di plurilinguismo. Nello stesso tempo non si è per niente lamentata del fatto che il figlio le parlasse in un’altra lingua: anche la lingua del padre è molto importante e il figlio è libero di usarla con lei quando vuole. Il bambino, inoltre, era in grado di leggere già in età prescolare diverse parole: in questa famiglia probabilmente c’è un contatto attivo con la lingua scritta, magari attraverso la lettura di libri per l’infanzia. Credo che la strategia adottata in questo dialogo possa essere sintetizzata con due parole: rispetto e sensibilità nell’ascoltare le parole dell’altro, indipendentemente dalla lingua usata.

Poi ho pensato che mi trovavo su un tram che mi portava in un quartiere dove vive un tipo di ceto sociale internazionale, prevalentemente colto e professionalmente di livello medio-alto. Forse anche questa madre e il bambino ne facevano parte. La realtà di molte famiglie potenzialmente plurilingui può essere al contrario molto diversa. Ho conosciuto tanti casi di persone che hanno sprecato questa possibilità educativa per vari motivi legati anche a convinzioni sbagliate sull’uso delle lingue in famiglia e nella società. Sono convinto che, nonostante gli sforzi intrapresi da vari esperti di educazione linguistica, ci sia ancora molto da fare per sensibilizzare genitori, insegnanti e politici che si occupano di istruzione scolastica e formazione professionale verso certi temi che riguardano la convivenza quotidiana di persone di lingua e cultura diversa in famiglia, a Scuola o al lavoro.

Quella madre e quel bambino mi hanno comunque dimostrato ancora una volta che il plurilinguismo rispettoso di tutti e non imposto dagli altri è possibile. È solo una questione di volontà e soprattutto… di buon senso.

Raffaele De Rosa

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