La zia Adele, una donna tranquilla che vedeva tutto con grande calma e fiducia

da | 16 Ott 2020 | 0 commenti

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Adele Isotton, ottava figlia dell’ex combattente e sergente maggiore Giovanni Battista e di Donada Caterina, nacque a Mel il 27 settembre 1919, dieci mesi dopo la fine della Grande Guerra. Nel dicembre del 1934, all’età di quindici anni, lasciò il Castello di Zumelle e partì con la famiglia, composta da tredici persone. La loro destinazione era Borgo Hermada, l’azienda agraria più a sud dell’Agro Pontino Romano, dove al padre e ai fratelli venne assegnato il podere 1846 dall’O.N.C., l’Opera Nazionale Combattenti. Dieci mesi dopo, su richiesta del fratello maggiore Giacomo, alla famiglia venne concesso anche il podere 1843, nel quale Adele si trasferì assieme a Giacomo, capo famiglia e conduttore, e a Pietro, Mario e Marcello, il fratellino più piccolo, deceduto nel 1940, a soli sedici anni, per malattia. Adele aveva indole buona e da essa traeva incredibilmente la sua ragione di forza e di coraggio. Più che discutere, amava ascoltare gli altri. Era dotata di grande temperamento e duttilità sul lavoro. Emanava tranquillità e dolcezza, caratteristiche tipiche delle donne provenienti dalle montagne venete, e questo suo modo di essere le consentiva di svolgere con praticità i lavori domestici quotidiani e di portare il suo contributo in campagna alla pari di un uomo. Alle esercitazioni paramilitari delle giovani italiane non mancava mai. Le manovre, promosse dal regime fascista, si svolgevano settimanalmente nel campo sportivo di Borgo Hermada e in queste esercitazioni Adele preferiva vestire abiti maschili, più adatti al suo carattere. Probabilmente, non avrebbe rifiutato nemmeno di andare a combattere come un vero soldato. 

In piena guerra, nel 1943, con gli Alleati che avanzavano incontrastati dal sud Italia verso Roma, il 4 settembre alle ore 16.00 quaranta fortezze volanti americane bombardarono a tappeto la città di Terracina. Era una bella giornata che ormai volgeva al tramonto. Molti contadini avevano terminato di raccogliere nelle vigne i grappoli d’uva moscato e, caricati i cesti pieni sui carretti, li trasportavano alla stazione ferroviaria da dove venivano spedita al nord per arrivare nei mercati oltre frontiera. Lungo la via i grappoli dorati lasciavano una delicata scia aromatica e tanta gente per strada osservava questo rituale che si svolgeva ogni anno al tempo della vendemmia. Troppo tardi si accorsero dell’improvvisa incursione degli aerei americani e molti furono colpiti dalle bombe e dalle mitragliatrici. Fu il primo bombardamento subito da Terracina. Dal podere 1843 si udirono distintamente l’eco delle bombe e il frastuono delle incursioni aeree, così Adele, con coraggio e audacia, indossata la divisa paramilitare – berretto, camicia e pantaloni – inforcò la bicicletta e corse in città, ansiosa di vedere cosa era successo e di prestare aiuto. Sul ponte del fiume Badino venne fermata da un giovane militare tedesco del comando locale che le intimò di consegnargli il mezzo per recarsi a sua volta in città. Con le “dovute maniere” lei lo costrinse invece a sedersi sulla canna e riprese a pedalare con maggior vigore, come se niente fosse. Immaginate un soldato tedesco con elmo, gambali e mitraglietta portato sulla canna di una bici da una ragazza! 

Quello che apparve ai loro occhi fu indicibile, tale era la devastazione lungo la strada che dall’Appia Antica portava alla stazione ferroviaria. Adele si prestò in tutti modi aiutando i soccorritori a caricare i feriti sui carretti per condurli all’ospedale. Quella sera, sul tardi, quando tornò a casa esausta, i suoi famigliari a stento la riconobbero. 

Con l’acuirsi delle incursioni aeree in città e lungo il litorale di Terracina, iniziò lo sfollamento degli abitanti verso i poderi, un’evacuazione forzata che dopo l’8 settembre 1943 divenne la premessa delle rappresaglie tedesche contro la popolazione italiana. Gli anziani genitori, Giovanni Battista e Caterina, rimasti soli a condurre i lavori nel vecchio podere chiesero ad Adele di trasferirsi da loro, poiché i fratelli erano impegnati sul fronte di guerra e Celestina, moglie di Rodolfo, era tornata a Mel dai parenti con i figli, di cui uno in arrivo. 

Così Adele, dopo circa nove anni, nell’estate del 1944 si ricongiunse con il babbo e la mamma bisognosi di aiuto e di compagnia. A guerra finita, nel 1948, all’età di ventinove anni, si sposò con Angelo Toso, del podere 1845, proveniente da Lusia di Rovigo. Dal matrimonio nacquero cinque figli: Iole nel 1949, Anna nel 1950, Gisella nel 1952, Luigino nel 1954 (purtroppo deceduto il 7 ottobre del 1958 in seguito al calcio di un cavallo) e Luigina nel 1959. L’anno successivo alla nascita di Luigina, non trovando riparo dalle brutte evenienze che li tormentava, con tanti figli piccoli da sfamare e il lavoro che non c’era, la famiglia Toso-Isotton decise di emigrare nel sud della Francia, a Bollène, adattandosi, marito e moglie, a ogni sorta di occupazione. Nel 1962 Angelo rimase vittima di un incidente sul lavoro: mentre svolgeva mansioni di carpentiere venne colpito alla testa da un mattone caduto accidentalmente da un’impalcatura e morì qualche giorno dopo. Adele, con le figlie tutte minorenni, fu costretta a rientrare in Italia, dove fu accolta in casa della vecchia madre Caterina. Rimase solo il tempo necessario a riprendere fiato e poi via di nuovo, questa volta con le ragazze in grado di lavorare e desiderose di tentare altrove la fortuna. La destinazione fu Milano. Qui finalmente trovarono subito sistemazione, la tranquillità economica e la serenità che avevano lungamente desiderato. La grande metropoli milanese offriva infatti agli operai che piovevano da tutte le parti d’Italia molte opportunità di lavoro. Il resto fu una storia lieta per Adele e le figlie. Oggi Adele, mancata il 30 giugno del 2006, riposa la pace dei giusti accanto al marito, nel cimitero di Dugnano. 

Lucia Isotton

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A cura del Servizio Meteorologico Regionale
Centro Valanghe di Arabba

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