Roberto PadrinPresidente Grasso Autorità civili e militari, colleghi sindaci, cari superstiti, cari sopravvissuti, ospiti presenti, benvenuti a Longarone nel giorno della MEMORIA

Lettura del messaggio del Presidente della Repubblica

A nome delle comunità del Vajont grazie per le parole di alto profilo morale del nostro Capo dello Stato.

Siamo nel terzo millennio e ancora l’uomo non sa rapportarsi con umanità al proprio simile, verso la natura, verso il “creato”. La tragedia di Lampedusa, alla quale ci sentiamo intimamente vicini, ci evidenzia che la lezione del Vajont ha insegnato poco o nulla.

E’ troppo prossimo a noi il dramma dei migranti per sopravvivenza e che ci riporta alla storia dei nostri verso le Americhe, dei quali abbiamo qua, stamane, una delegazione di Urussanga, comunità veneta, nello Stato di Santa Catarina in Brasile, a noi gemellata, dove i loro avi sono giunti come nel canto dedicato agli emigranti italiani dal celebre cantautore brasiliano, Caetano Veloso, quando si cantava “alla Merica noi siamo arrivati. Non abbiam’ trovato nè paglia nè fieno. Abbiam’ dormito sul nudo terreno. Come le bestie abbiamo riposa’.” …..E oggi la storia, ancora, si ripete…

…troppo forte il dramma che si é consumato a Lampedusa per non dedicare agli oltre trecento migranti periti, almeno un minuto di silenzio. Un minuto con cui vogliamo associare le “nostre” vittime del Vajont.

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Oggi celebriamo, assieme anche a quanti si sentono a noi vicini e impossibilitati ad esserci, un “attimo di storia” di irripetibile intensità. Sono centinaia le corrispondenze che abbiamo ricevuto e che si rammaricano di non poter essere, oggi, qua con noi.

Saluto anche con piacere, permettetemi, gli organi di comunicazione, i loro giornalisti e i loro operatori, che in queste ultime settimane hanno affrontato l’argomento “Vajont” in ogni sua sfumatura, permettendo alle generazioni che, per loro fortuna, non lo hanno vissuto di conoscere questa tremenda tragedia che ha stroncato la vita di 1.910 persone ignare del destino crudele che le attendeva, devastando questi territori e lasciando i superstiti e i sopravvissuti di fronte ad un’opera di ricostruzione che pareva impossibile.

Ancora oggi, quando guardo le immagini del giorno dopo, mi chiedo come questa nostra gente, così semplice, ma ricca di valori, sia riuscita a ridarci un paese dove fare famiglia, dove fare comunità. A loro va la nostra immensa e infinita gratitudine e il mio più profondo pensiero.

Ma la solidarietà fu immensa e incommensurabile.

Cittadini di ogni dove, dall’Italia e dall’Estero, i nostri emigranti con uno slancio di straordinaria generosità, ci permisero di riprendere il cammino e di dare casa, lavoro e comunità alle popolazioni tanto duramente colpite e stremate. Da questo slancio solidaristico ne conseguirono anche vincoli d’amicizia con altre comunità i cui legami, nel tempo, si sono consolidati. Penso agli amici di Caerano San Marco, Tempio Pausania, L’Aquila, Kutina, Casamicciola Terme, Tavernelle Val di Pesa, Bagni di Lucca… e soprattutto con la comunità di Tesero, che condivide con noi un tragico comune destino e oggi tutti presenti a questa commemorazione con proprie delegazioni insieme a tante altre da tutto il nostro Paese.

Alle migliaia di soccorritori che accorsero in quelle terribili giornate con tutto il nostro cuore noi non ci stancheremo MAI di dire GRAZIE!

Anche le nostre Istituzioni, il nostro Stato, ad ogni livello, seppero esprimere determinazione e vicinanza mirabili, favorendo la nostra opera di ricostruzione, dimostrando quella attenzione, quella sensibilità, quel “dovere” che prima del 9 ottobre 1963 risultarono assenti … sino a diventare complici della strage in atto.

Uno Stato, che quest’anno per la prima volta ha formalizzato le proprie “scuse” ai familiari delle Vittime e a queste popolazioni. E’ un gesto significativo perché la Nazione si ricompatti moralmente anche con i cittadini di Longarone, Erto e Casso, Castellavazzo, che allora furono colpiti a morte e le ferite dei superstiti mai rimarginate.

E……per citare una frase raccolta da un intervento recente del nostro Prefetto, il dott. Giacomo Barbato, “soltanto quando l’intera comunità nazionale avrà acquisito la piena consapevolezza, cioè la piena coscienza di cosa è effettivamente accaduto e, soprattutto, del come è accaduto e del perché, all’epoca, non sia stato fatto ciò che era necessario per evitare un simile disastro, questa comunità potrà elaborare quel lutto che non è stato ancora completamente elaborato.”

Ecco la ragione per cui questi nostri “feriti dentro” e le istituzioni locali che li rappresentano, chiedono, quasi invocano, questo gesto.

Sono state molto apprezzate, durante il recente “raduno dei soccorritori” del Vajont, le parole del Ministro Orlando e del Capo Dipartimento di Protezione Civile, Franco Gabrielli, che hanno condiviso e ritenuto dovuta questa sensibilità. Lo riteniamo un atto di ammissione e umiltà verso le popolazioni del Vajont, che “non hanno avuto uno Stato al loro fianco quando stavano per essere sacrificate alle logiche del profitto e della commistione tra “poteri” e interesse privato con conseguenze drammatiche. Pur enorme l’impegno materiale a rimediare nel dopo, è mancato il ”gesto umano” del pentimento”.

Presidente Grasso, Lei, oggi, seconda carica dello Stato, per ruolo e “poteri”, pur comprendendo noi che questo non potrà cambiare la nostra storia, ci ha porto simbolicamente la mano e questo lo apprezziamo.

Una storia drammatica e incancellabile, che perché possa rappresentare vero monito per le nuove generazioni dovremmo trovare sui libri di storia per le scuole; quella storia del Monte Toc che si è ribellato riversando tutta la sua potenza nel bacino del Vajont generando una catastrofe umana che l’ Organizzazione delle Nazioni Unite, nel 2008, ha collocato al primo posto tra i 5 peggiori esempi di gestione del territorio e dell’ambiente con la seguente motivazione: “Il Vajont è un classico esempio del fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere il problema che tentavano di risolvere” diceva, infatti, il documento indirizzato a governi ed esperti con il monito a non ripetere gli stessi errori.

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Quella catastrofe che il Senato della Repubblica italiana, il primo giugno 2011, approvando un appropriato disegno di legge di alcuni parlamentari, sensibili alla nostra tragedia, ha inteso caratterizzare nel definire il 9 ottobre la Giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali provocati dall’incuria dell’uomo. Solennità civile, dunque, ai sensi dell’art. 3 della legge 27 maggio 1949, n. 260. Anche se quella parola “Incuria” prima o dopo dovrebbe essere tolta, perché non di incuria si trattò nel caso del Vajont, ma di colpa e…forse di dolo.

Oggi siamo qui per ricordare una tragica, indimenticabile, sciagura “calata” su queste popolazioni da “mani consapevoli”, la cui eco ha raggiunto ogni parte del mondo e ad interrogarci su alcuni risvolti che, ancora a distanza di cinquant’anni, restano inspiegabili.

In questo momento sento personalmente il dovere di rappresentare la nostra cittadinanza per quello che ha vissuto e non altro, senza produrmi in argomenti che non siano che quelli connessi al significato più universale offerto dal Vajont.

Ogni giorno a Longarone, Erto e Casso, Castellavazzo e in quei Comuni raggiunti dalla nostra diaspora, quali Vajont, prima di tutti, che è nato per divisione da Erto e Casso per raccoglierne le speranze di quanti non se la sono sentita di rimanere in una valle di dolore inguaribile…ogni giorno ci chiediamo perché nessuno, pur sapendo, non ha fatto nulla, ma proprio nulla per salvare 1.910 persone innocenti. Un processo, lo dobbiamo sottolineare, svolto per “legittima suspicione” a quasi 650 chilometri dal luogo del disastro, non è risultato utile a fare chiarezza sulle molte “zone d’ombra” ancora presenti nella tragedia del Vajont. E’ doveroso parlare della brama del profitto ad ogni costo che ha spinto industriali e progettisti a costruire una diga sul fiume Vajont, incuranti delle perizie geologiche che indicavano un’imminente frana del monte sulla spalla sinistra dello sbarramento.

Presidente Grasso, la sera del 9 ottobre 1963 quasi 270 milioni di metri cubi di terra e roccia sono franati nel bacino artificiale del Vajont, sollevando un’onda che ha scavalcato la diga e si è riversata sulla valle circostante, distruggendo i paesi di Longarone, Pirago, Maè, Villanova, Rivalta. Furono inoltre rasi al suolo, lungo le sponde del lago del Vajont, i borghi di Frasègn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Faè e la parte bassa dell’abitato di Erto. Vennero anche profondamente danneggiati gli abitati di Codissago, Castellavazzo, Fortogna, Dogna e Provagna, e più a valle i comuni di Soverzene, Ponte nelle Alpi e la città di Belluno dove venne distrutta la borgata di Caorera, e allagata quella di Borgo Piave.

Altissimo fu il prezzo che la popolazione locale pagò al progresso dell’intera Nazione: 1.910 Vittime che costituiscono un monito per l’Italia e l’intera Umanità. Il 10 ottobre 1963 tutta la valle del Piave era un grande cimitero. Dal fango e dalle macerie vennero dissepolti centinaia e centinaia di cadaveri. Poveri morti, illividiti e scomposti. Per qualche giorno le bare rimasero allineate sul prato a Fortogna, frazione di Longarone, dove era stato deciso di costruire il Cimitero delle Vittime, che avrebbe raccolto tutte le persone perite nella strage. Le scene erano strazianti. Molto spesso non si riusciva a identificare le povere creature.

A distanza di cinquant’anni le nostre comunità si chiedono se mai la profonda ferita recata può rappresentare un messaggio positivo a favore delle nuove generazioni. E’ certamente possibile e noi abbiamo il dovere di farlo in modo che le giovani generazioni possano raccogliere la potenza del messaggio.

Il 50°anniversario dovrà, infatti, essere l’anno del ricordo e il nostro intento è quello di trasformarlo in “memoria collettiva” da esportare fuori dal nostro ambito territoriale. Una “forza” potente capace di sostenere perennemente il monito che il Vajont racchiude in sé. In questo ci siamo prodigati durante questo impegnativo 2013 per divulgare questa nostra storia attraverso una pluralità di iniziative di diverso genere ed estenderne la conoscenza quanto più ampiamente, farlo conoscere e farne parlarne.

Io mi iscrivo tra quanti…e sono veramente tanti, che vorrebbero partire dalla tragedia del Vajont per costruire una società più attenta al prossimo, meno egoista e più sensibile alle diversità, più attenta al valore del territorio che ci accoglie. Troppo spesso ci siamo persi per assenza di comunicazione o per orgoglio. Trovo doveroso mettere da parte acrimonie e ritengo opportuno porsi sotto l’egida della vicenda vissuta con l’ambizione di poter costruire un Paese migliore.

Dal Vajont e dalla ricerca giudiziaria svolta con scrupoloso lavoro dal dott. Mario Fabbri, che riuscì a far luce su uno dei capitoli più oscuri ed intricati della storia italiana, ai contenuti della sentenza che, oltre all’aspetto giuridico in sé, conteneva pregevoli elementi di carattere scientifico e culturale, inserendo per la prima volta termini come protezione civile, attenzione ambientale e territorio da tutelare evidenziando una mirabile conoscenza del territorio bellunese, montano e dolomitico… da qui possiamo partire e realizzare l’Italia moderna. Una Nazione intrisa di umanità, coesa e responsabile. Tutto questo patrimonio, con il contributo di uno storico preparato e appassionato, quale il prof. Maurizio Reberschak, la collaborazione degli Archivi di Stato e del Ministero della Giustizia, verrà presto posto a disposizione sotto l’egida dell’ “Archivio Diffuso del Vajont” che la Fondazione Vajont sta realizzando.

Chiudo questo mio intervento con l’auspicio che i prossimi anni siano caratterizzati, non più da sole buone intenzioni ma, da atti concreti e privi di steccati ideologici che ci proibiscono di traguardare gli obiettivi più nobili, come anche dei bambini possono insegnarci, quali quelli che al termine degli interventi saliranno di nuovo su questo palco per offrirci la melodia di una canzone dal titolo “Tutto è in equilibrio” che ci hanno regalato in questo anniversario. Un messaggio semplice quanto profondo che può insegnarci, quanto la vita vada rispettata e amata e quanto l’azione dell’uomo debba riuscire a superare gli egoismi e gli interessi personali.

Longarone, 9 ottobre 2013

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