Colpo di fulmine

da | 10 Nov 2022 | 0 commenti

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Mi chiamo Paola, sono nata a Guia di Valdobbiadene il 25 gennaio 1940. La mia storia di emigrazione è cominciata quando avevo 12 anni e sono dovuta andare a servizio in una casa a Pieve di Soligo. Mia madre era contenta, una bocca di meno da sfamare, e in più portavo a casa cinquemila lire al mese. Ma eravamo una grande famiglia.

Fra tutti – compresi i nonni – eravamo in nove, con cinque sorelle e un fratello. Mio padre era a lavorare a Lucerna. Veniva a casa solo a Natale. Eravamo un po’ tutti emigranti, chi al servizio come me, gli altri in fabbrica. A 18 anni ho dovuto anch’io fare la valigia. Non era di cartone, ma quasi. Era la prima volta che prendevo il treno. Sono andata in fabbrica nel Canton San Gallo.

Anche lì ero sola in una casa grande. Mi ricordo che pagavo trentacinque franchi al mese, a quei tempi erano tanti, perché la paga la mandavo tutta a casa. Poi un giorno ho deciso di andare a trovare mio fratello Augusto a Ginevra. La città mi è subito piaciuta, così gli ho chiesto di trovarmi un posto lì: mi sarei trasferita con piacere. E così è stato. La sua ragazza mi ha trovato subito un posto da una famiglia ricca. Però dovevo stare lì notte e giorno. I primi tempi sono stati duri, anche perché non parlavo il francese, ma dopo tanti mesi è andata meglio. È stato per caso che ho incontrato l’amore della mia vita.

C’era una signora che veniva in quella casa a svolgere i lavori più pesanti. Mi diceva sempre: «Ma tu, Paola, non esci mai? Perché non vai a ballare?». Io rispondevo: «Dove vuoi che vada? Non conosco nessuno». Pensate che coincidenza, lei veniva da Seren del Grappa. Allora un giorno mi ha detto: «Sai, dove abita mio fratello c’è un bel ragazzo, un ballerino, si chiama Giovanni». Io scherzando le ho risposto: «Perché no? Me lo fai conoscere?». Glielo avevo detto pensando che se ne sarebbe dimenticata, ma il giorno dopo ho sentito suonare il telefono. Pensavo fosse mio fratello, invece era la signora. Mi ha detto: «Paola, è per te». Dall’altra parte ho sentito una voce da uomo che mi diceva: «Sei la Paola?». «Sì». «Io sono Giovanni». «Piacere». «Sei libera domani sera?». «Sì».

Così ci siamo dati appuntamento alla fermata del tram. Era il 22 settembre 1963, alle nove di sera. È stato come un colpo di fulmine. Forse è stato il destino a farci incontrare e da lì è nato il nostro grande amore. Ci siamo sposati il 16 gennaio 1965 nella chiesa di Guia. Poi sono nati i nostri due figli: Albino a novembre del 1965, Milva ad agosto del 1967. Abbiamo fatto più di quarant’anni anni come emigranti, fino al ritorno in Italia il 21 agosto 1998. Eravamo felici, però c’è stata anche tanta malinconia, perché abbiamo lasciato i figli e i nipoti.

Adesso mi sento sola, perché Giovanni è andato avanti, come dicono gli alpini. Ma so che da lassù veglia su di me.

Paola Pederiva

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