San Gregorio nelle Alpi non dimentica i suoi caduti in terra di emigrazione e a causa della silicosi. Presente anche l’Associazione Bellunesi nel Mondo

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Nomi, cognomi, età e un destino crudele comune: la morte a causa della silicosi o di un incidente sul lavoro. Sono 120 i cittadini di San Gregorio nelle Alpi che persero la vita tra il 1940 e il 1967. Un tributo notevole per un comune di 1700 abitanti. Un sacrificio che non deve essere dimenticato e che, grazie alla volontà del Circolo ACLI di San Gregorio adesso rimarrà nella memoria e visibile anche alle nuove generazioni. Sì, perché questa mattina al monumento ai caduti sul lavoro e in emigrazione di San Gregorio nelle Alpi è stata scoperta una targa che ricorda, nome per nome, tutti i caduti sul lavoro del Comune.

Presenti alla cerimonia, molto sentita dalla comunità, anche i labari dell’Associazione Bellunesi nel Mondo – con diverse Famiglie e la presenza del presidente De Bona e della vice Burigo – e quelli degli Alpini, oltre che dei circoli Acli.

«Siamo qui per ricordare il sacrificio dei nostri emigranti – le parole del presidente del circolo Acli locale Sandro Cassol – e perché non vada nell’oblio. Inoltre è doveroso il ricordo di Giulio Gazzi, che tanto ha fatto soprattutto per i minatori sangregoriesi, e non solo, e per la piaga della silicosi».

La targa è stata scoperta da due parenti dei caduti. Il fratello di Renato Pulz, morto a 18 anni nell’azienda in cui lavorava e la figlia di Pietro Gazzi, deceduto a 33 anni in Nigeria, quando la figlia era una bambina. 

Parole di plauso sono giunte dal sindaco Mirco Badole: «Grazie alle Acli, e in particolar modo a Sandro Cassol, per avere voluto ricordare i nostri concittadini periti per portare il benessere in cui viviamo oggi. È impressionante vedere il numero di persone che ha perso la vita».

Non è mancata la benedizione della corona d’alloro – posizionata di fronte alla targa dal gruppo Alpini “Gen. Nasci” – da parte del parroco don Anselmo Recchia. La cerimonia si è conclusa con l’intonazione di un canto dedicato proprio ai caduti sangregoriesi in terra di emigrazione.

56° anniversario tragedia di Mattmark. A Mas di Sedico la commemorazione con la presenza di diversi superstiti e parenti delle vittime

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Guarda il video della commemorazione del 56° anniversario di Mattmark

«C’era fretta di completare questa diga. Qualcuno sapeva cosa stava succedendo. Dal mio paese, Sospirolo, eravamo in trenta. Tra di noi ha perso la vita Casal». «Ho fatto trent’anni di lavoro in Svizzera, di questi sei a Mattmark a costruire quella maledetta diga. Tutte le vittime di questa tragedia erano miei amici. Un’amicizia particolare quella che si costruisce nei cantieri. Per questo il dolore per la morte dei miei compagni è ancora forte. Inoltre noi operai per l’azienda non eravamo niente. Contava solo il guadagno». «Mio padre Angelo Bressan ha lavorato a Mattmark all’età di diciassette anni, assieme ad altri suoi due fratelli e a mio nonno. Fortunatamente tutti e quattro si sono salvati, perché in quel momento non erano presenti nel cantiere. Mio nonno però era ricoverato all’ospedale di Berna per una controllo e, quando venne a sapere della tragedia – pensando che i suoi figli fossero periti – gli venne una paralisi permanente. Aveva solo cinquantadue anni. Questa catastrofe ha segnato tutta la nostra famiglia. Dall’inizio alla fine». Sono le testimonianze portate rispettivamente da Lovat, Da Deppo e Bressan. Superstiti e parenti che hanno subito in prima persona l’immane tragedia di Mattmark commemorata questa mattina, nel 56° anniversario, a Mas di Sedico.

L’intervento del sindaco di Sedico, Stefano Deon. 

E a ricordare i nomi delle vittime bellunesi è stato il presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo, Oscar De Bona: «Fiorenzo Ciotti, Pietro Lesana e Enzo Tabacchi di Pieve di Cadore; Giovanni Baracco, Leo Coffen, Igino Fedon, Ilio Pinazza e Rubelio Pinazza di Domegge di Cadore; Arrigo De Michiel di Lorenzago di Cadore e Silvio Da Rin di Vigo di Cadore; Celestino Da Rech, Giovanni Zasio e Mario Fabbiane di Sedico; Giancarlo Acquis di Belluno; Aldo Casal di Sospirolo; Lino D’Ambros di Seren del Grappa; Virginio Dal Borgo di Pieve d’Alpago».

88 lavoratori, di cui 56 italiani, morirono a Mattmark (Vallese, Svizzera) sotto l’implacabile massa di ghiaccio, roccia e fango in quell’infausta giornata del 30 agosto 1965. In pochi istanti si consumava un dramma, che ha ferito profondamente la terra bellunese – veneta e italiana – e che è doveroso non dimenticare, tragico esempio delle sofferenze che hanno segnato la storia della nostra emigrazione.

Parte delle autorità presenti. 

Una commemorazione organizzata dall’Associazione Bellunesi nel Mondo e dalla Famiglia ex emigranti “Monte Pizzocco”, con il patrocino dei Comuni di Cesiomaggiore, San Gregorio nelle Alpi, Santa Giustina, Sedico e Sospirolo.
E anche dalle autorità presenti sono giunti messaggi di ringraziamento, rispetto e giustizia.

«Siete in tanti presenti oggi – le parole del sindaco di Sedico, Stefano Deon – ed è un bel messaggio per una giornata così importante, in cui ricordiamo una delle tragedie più immani che ha coinvolto persone che erano andate all’estero a lavorare e vi hanno trovato la morte. Senza un ricordo non c’è un domani. Gli anni passano però i problemi restano, soprattutto sulla sicurezza nel lavoro». «Il messaggio che voglio dare in occasione di questa commemorazione – l’intervento del sindaco di Sospirolo, Mario De Bon – «è che tutti noi dobbiamo impegnarci affinché queste tragedie non accadano più facendo rispettare le regole sul lavoro, sia da parte dei lavoratori, sia da parte dei datori di lavoro. È il miglior ricordo che possiamo portare di queste 88 vittime».
Parole di vicinanza sono giunte anche dai sindaci di Domegge di Cadore e dell’Apago, oltre che dal presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, tramite il consigliere regionale Giovanni Puppato.

L’intervento di Gianni Da Deppo. 

Non è mancato il pensiero del presidente delle Famiglia ex emigranti “Monte Pizzocco”, Marco Perot: «Ringrazio per la loro presenza i superstiti e i famigliari di questa tragedia sul lavoro. Il nostro impegno è ricordare e lo faremo fino a quando le nostre forze ce lo permetteranno. Il mio augurio è che poi, le nuove generazioni, possano portare avanti questo testimone della memoria e del ricordo del sacrificio dei nostri emigranti».

A conclusione della commemorazione il parroco di Mas di Sedico, don Francesco Tedesco – assieme al delegato diocesano della Migrantes diacono Francesco D’Alfonso – ha benedetto la corona d’alloro deposta davanti al monumento dei caduti sul lavoro e in emigrazione.

L’intervento di Bressan.

Il 56° anniversario della tragedia di Mattmark ha visto la presenza di numerose autorità civili e religiose, dei parenti delle vittime e dei superstiti, delle Famiglie ex emigranti, del Direttivo Abm e degli alpini. Un anniversario che è stato ripreso e mandato in onda in tutto il mondo attraverso la pagina Facebook e il canale YouTube dell’Associazione Bellunesi nel Mondo, affinché tutto ciò non vada mai nell’oblio.

29. 56° anniversario Tragedia di Mattmark. Appuntamento a Mas di Sedico domenica 29 agosto

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Quest’anno ricorrono 56 anni dalla terrificante catastrofe di Mattmark (Svizzera). 88 lavoratori, di cui 56 italiani – 17 bellunesi – morirono sotto l’implacabile massa di ghiaccio, roccia e fango in quell’infausta giornata del 30 agosto 1965. In pochi istanti si consumava un dramma che ha ferito profondamente la nostra terra e che è doveroso non dimenticare, tragico esempio delle sofferenze che hanno segnato la storia della nostra emigrazione.

La Famiglia Ex emigranti “Monte Pizzocco”, con il supporto dell’Associazione Bellunesi nel Mondo e il patrocinio dei Comuni di Sedico, Santa Giustina, Cesiomaggiore, San Gregorio nelle Alpi e Sospirolo organizza una commemorazione pubblica che avrà luogo a Mas di Sedico, presso il parco “Vittime di Mattmark”, alle ore 11.00 di domenica 29 agosto.
Saranno presenti i superstiti, i parenti delle vittime, i gagliardetti delle Famiglie Ex emigranti e degli Alpini. Dopo il saluto delle Autorità sarà benedetta e deposta una corona dall’alloro davanti al monumento degli emigranti.

Nell’ambito dell’emergenza sanitaria da Coronavirus saranno rispettate le distanze anti assembramento, con l’obbligo di indossare la mascherina.

Sarà inoltre garantita la diretta sulla pagina Facebook e il canale YouTube dell’Associazione Bellunesi nel Mondo.

Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo. L’Abm non dimentica Marcinelle e tutte le tragedie sul lavoro

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L'Abm ricorda Marcinelle a Belluno

Era l’8 agosto del 1956 quando un incendio scoppiato in uno dei pozzi della miniera di carbon fossile del Bois du Cazier (Marcinelle – Belgio) provocò un disastro che segnò per sempre la storia dell’emigrazione italiana. 262 vittime, provenienti da 12 diversi paesi, 136 italiani. Tra questi un bellunese: Dino Della Vecchia. La tragedia, con il suo dolore, permise tuttavia di far luce sulle deplorevoli condizioni di lavoro nelle miniere, contribuendo finalmente all’introduzione delle maschere antigas. Per il 65° anniversario di questa immane tragedia e per la “Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo” l’Associazione Bellunesi nel Mondo ha organizzato questa mattina, domenica 8 agosto, una semplice commemorazione davanti al monumento dell’emigrante presso la sede Abm in via Cavour 3 a Belluno.

Presenti come sempre i gagliardetti delle Famiglie Ex emigranti e d’Italia, oltre alla partecipazione di diverse Amministrazioni comunali del Bellunese e il Gruppo alpini della città di Belluno.

«Siamo qui per ricordare, per non dimenticare – le parole del presidente dell’Associazione Bellunesi nel mondo Oscar De Bona – il sacrificio dei nostri bellunesi, veneti e italiani che nel corso di tutto il Novecento sono emigrati e hanno trovato difficoltà, sofferenza, a volte anche la morte, lontano da casa. E tutto questo per dare un futuro migliore alla propria famiglia e al nostro Paese, l’Italia».

Una commemorazione che ha visto l’intervento anche di Francesca De Biasi, assessore del comune di Belluno: «I temi del lavoro e della sicurezza sul lavoro sono di estrema attualità, che la pandemia ci ha riportato quotidianamente. Il sacrificio del lavoro per chi l’ha perso, per chi ha dovuto lavorare in casa allontanandosi così dalla socialità e dalle altre persone. Prima, mentre cantavamo l’Inno d’Italia mi sono soffermata sulla strofa che dice “L’Italia chiamò, siam pronti alla morte”. E mi chiedo sempre “Ma chi tra di noi è pronto alla morte?”. Quegli italiani sono stati pronti alla morte, perché andandosene volevano dare un futuro all’Italia. Credo quindi che i sacrifici che siamo chiamati a fare anche adesso ci portino a pensare al prossimo e al futuro».

E in occasione di questa giornata non sono mancate le testimonianze dirette di chi ha fatto una vita all’estero come minatore. Ecco quindi la testimonianza di Daniele Garlet: «Ho cominciato a lavorare in galleria a Glarus, Svizzera, come macchinista. Dopo aver preso la qualifica di minatore sono andato a Mattmark (conosciuta per la tragedia di Mattmark del 30 agosto 1965, ndr). Quanta fatica ho fatto nemmeno il Padre eterno lo sa. La mia esperienza di minatore mi ha portato successivamente in Sud America, in Colombia. Sono stati anni tragici. I minatori appartenenti alla squadra prima del mio arrivo erano tutti morti per causa di incidenti nelle gallerie. Tra questi uno era da San Gregorio nelle Alpi e un altro da Lamon». Lavoro duro quello del minatore. Un’altra testimonianza è stata portata da Luigi Case: «Ho cominciato a lavorare nei cantieri a 15 anni e a 17 anni ho intrapreso il lavoro di minatore in Svizzera, per poi andare in Nuova Zelanda e un po’ in tutto il mondo. Alla fine della mia carriera ho lavorato al Cern di Ginevra, per realizzare la galleria dedicata all’acceleratore nucleare, e in Svizzera per la costruzione del traforo del San Gottardo. Ricordo come in Nuova Zelanda abbiamo preso più acqua che soldi. Pioveva sempre. Era dura».

I vice presidenti Abm Patrizia Burigo e Rino Budel hanno letto rispettivamente le lettere pervenute dall’assessore ai Flussi Migratori della Regione Veneto Cristiano Corazzari e dal presidente della Regione Veneto Luca Zaia. E il direttore della rivista “Bellunesi nel mondo”, Dino Bridda, ha interpretato una toccante poesia dialettale, scritta da Rino Budel, dedicata proprio ai minatori di Marcinelle: «… son tornà da Marcinelle. Col vestito de la festa. Co le scarpe tute lustre. E un cuscino sot la testa. Col sonar de la campana, al paese i me spetea. Da quel posto via lontan, altri in spala i me portea».

Dura la vita del minatore. Con la morte sempre alle spalle. Sono decine di migliaia gli italiani che nel Dopoguerra emigrarono in Belgio per lavorare nelle miniere. Tutto questo come conseguenza di un accordo tra il Belgio e l’Italia. Il famoso accordo “Uomini in cambio di carbone”. E proprio quest’anno ricorre il 75° anno di questa firma. L’Associazione Bellunesi nel Mondo ha voluto far ascoltare al pubblico presente il messaggio del sindaco di Charleroi, Paul Magnette: «Cari amici italiani, sono passati 75 anni da quando fu sottoscritto un accordo incredibile tra Belgio e Italia. Furono scambiati uomini con carbone. Ma oggi, due o tre generazioni dopo, la presenza italiana nel nostro Paese ha un valore inestimabile. Voi non ci avete solo aiutato a costruire la nostra ricchezza, voi avete portato anche il sole dell’Italia. Certe generosità sembrano fatte per incontrarsi, così nascono i matrimoni più belli». Certo per noi italiani emigrare ha portare anche dure conseguenze di razzismo e discriminazione, come sottolineato sempre da Magnette: «Di certo ci ricordiamo anche dei primi tempi dell’emigrazione italiana in Belgio, così dolorosi. Le commemorazioni esistono proprio per ricordarci la realtà della miniera, delle baracche, della miseria e talvolta anche del razzismo. Non abbiamo il diritto di dimenticare tutto questo. Oggi voglio infatti dedicare un pensiero molto commosso a tutte le donne e gli uomini che hanno dovuto pagare il prezzo dell’ingiustizia».

A conclusione della commemorazione non è mancata una riflessione spirituale da parte del diacono Francesco D’Alfonso, direttore della Migrantes di Belluno, e la benedizione del cero. Una fiamma posizionata davanti al monumento degli emigranti. Una fiamma rossa che rappresenta il sacrifico di quanti emigrano, di quanti sono riusciti a tornare, di quanti purtroppo non ce l’hanno fatta e di cui è doveroso il ricordo, il rispetto e la memoria.

Da questo link la diretta della commemorazione

Alluvioni in Belgio, Germania e Lussemburgo. L’Associazione Bellunesi nel Mondo in contatto con le comunità bellunesi

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La gelateria dei fratelli Bortolot a Cochem allagata
La gelateria dei fratelli Bortolot a Cochem allagata

Sono ore di apprensione per l’Associazione Bellunesi nel Mondo. Si aggrava di ora in ora la situazione nelle due regioni del Nord della Germania devastate dalle alluvioni: secondo l’ultimo aggiornamento delle autorità sono almeno 103 le vittime e 1.300 i dispersi. Un fenomeno definito dai media di “proporzioni storiche” e che ha colpito anche le zone confinanti di Belgio, Lussemburgo e Olanda, dove ci sono almeno altri 15 morti e migliaia di persone da ore senza corrente.

Un territorio europeo dove è forte la presenza anche di comunità bellunesi, emigrate durante il Novecento, e dove sono operativi tre circoli dell’Associazione Bellunesi nel Mondo: le Famiglie Bellunesi del Nord-Reno Westfalia, di Liegi e di Lussemburgo.
«Siamo in continuo contatto con i nostri associati – le parole del presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo Oscar De Bona – fortunatamente allo stato attuale non ci sono vittime, ma i danni alle abitazioni, alle strade e all’intero territorio sono ingenti».
Tra le persone danneggiate, in Germania, ci sono molti gelatieri bellunesi. Non bisogna infatti dimenticare che la nazione tedesca è la terra del gelato artigianale “made in Belluno”.

Diverse le testimonianze di soci gelatieri Abm. Come quella di Fausto Bortolot e del figlio Stefano: «Abbiamo una gelateria a Cochem dove è entrato un metro e mezzo d’acqua. Siamo riusciti a sgomberare tutto, a parte il bancone del gelato. Ci è andata bene perché alle persone non è successo niente. Fra personale e famigliari siamo in quattordici».
Momenti davvero terribili, ma dei quali i nostri bellunesi all’estero non si scoraggiano. «Per quanto riguarda il lato economico – concludono Fausto e Stefano – abbiamo ancora tante giornate per vendere il nostro buon gelato. Un abbraccio a tutti».

Altre notizie giungono anche dal vice presidente della Famiglia del Nord Reno Westfalia Riccardo Simonetti: «Siamo in apprensione e in allarme per la catastrofe avvenuta in Germania. Fortunatamente in questo momento non ho nessuna notizia negativa né dai miei amici bellunesi, né da quelli tedeschi».

E l’immane alluvione ha colpito anche il Belgio. Aggiornamenti arrivano agli uffici dell’Associazione Bellunesi nel Mondo da parte della socia Céline: «Sì è terribile. Ho tanti amici che hanno la casa distrutta. Noi fortunatamente stiamo bene. Meno male che le nostre case sono un po’ più alte».

«Nei prossimi giorni – conclude De Bona – faremo una valutazione, in base alle richieste che ci giungeranno, se sarà necessario supportare con le nostre piccole forze qualche bellunese in difficoltà nelle aree colpite».

Un altro particolare della gelateria dei fratelli Bortolot.
Un altro particolare della gelateria dei fratelli Bortolot.

La rassegna stampa di venerdì 16 luglio 2021

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La rassegna stampa di Radio ABM, la web radio dell’Associazione Bellunesi nel Mondo, dedicata alla lettura delle edizioni di oggi – venerdì 16 luglio 2021 – dei quotidiani bellunesi il “Corriere delle Alpi” e “Il Gazzettino”. Le notizie in primo piano: “Coronavirus. Novanta gli attualmente positivi nel Bellunese”; “Campagna vaccinale. SMS di invito alla somministrazione per le persone dai 18 ai 39 anni”; “Morto a 18 anni: indagato il medico di Pronto Soccorso che lo visitò la sera prima”; “Calcio, serie D. Ufficializzato lo staff tecnico della Dolomiti Bellunesi”; “Calcio. Alessandro Gazzi si ritira dopo una lunga carriera da professionista”; “Motori. Oggi e domani la Coppa d’Oro delle Dolomiti”.

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