Prenota Online. Il Consolato di Bahia Blanca cancellerà le prenotazioni con IP non argentino

«Si informano gli utenti che questo Consolato generale, al fine di assicurare la massima disponibilità di turni per tutti coloro che intendono usufruire dei servizi consolari, realizzerà una verifica sulla piattaforma Prenota Online volta ad individuare eventuali prenotazioni realizzate con indirizzo IP localizzato fuori dal territorio argentino. Gli appuntamenti prenotati con indirizzo IP non argentino saranno cancellati e il turno liberatosi sarà immediatamente disponibile per un diverso utente». È quanto comunica sul proprio sito il Consolato Generale d’Italia a Bahia Blanca.
«Si coglie l’occasione – aggiunge la nota – per ricordare che il servizio Prenota Online è completamente gratuito. In nessun caso è previsto un costo per la prenotazione di un appuntamento per usufruire dei servizi consolari. Si invitano tutti gli utenti a rifiutare qualsiasi offerta da siti web, agenzie di intermediazione o persone che asseriscano di essere capaci di prenotare un appuntamento a nome dell’interessato in cambio di un pagamento».
La sede consolare conclude esortando gli utenti a informare tempestivamente di tali pratiche il Consolato stesso, affinché possano essere formulate le corrispondenti denunce.

Per ulteriori informazioni: consbahiablanca.esteri.it

209. Al Museo “Cazzetta” si parla di esodo dalla montagna dolomitica nel Novecento

La locandina dedicata all’evento a cura di Luciana Palla e Marco Crepaz“Esodo dalla montagna dolomitica nel novecento. Profughi (1915-1918), optanti (1939-1945) e altri emigranti”. Questo il titolo della conferenza a cura di Luciana Palla e Marco Crepaz in programma venerdì 19 luglio, alle ore 18.00, al Museo Cazzetta di Selva di Cadore. Un fenomeno migratorio bellunese poco conosciuto e che verrà raccontato attraverso dati, immagini e documenti inediti. L’ingresso è libero.

208. Emigranti bellunesi. Questa è la storia di Igino D’Incà

Pochi soldi e tanti fratelli (eravamo in otto): all’epoca emigrare era una strada quasi obbligata. Sono andato all’estero per la prima volta che non avevo nemmeno diciotto anni. Era il 1957 e avevo trovato occupazione come manovale a Wil, nel Canton San Gallo. Ci ho messo poco ad ambientarmi. D’altronde, eravamo in tanti italiani e molti erano del mio paese. Dopo la prima stagione nel ’57 – una bella stagione – sono rientrato e l’anno successivo ho lavorato per il Corpo Forestale in Nevegal, a costruire la chiesa di San Giovanni Gualberto. È stato l’anno più bello della mia gioventù. Con un amico dormivo in una casera e nel fine settimana lavoravo alla seggiovia. In quegli anni era pieno di turisti!Il ’59, invece, è stato un anno abbastanza brutto. Speravo di poter lavorare in Italia, ma la stagione andava avanti senza esiti. Così ho scritto a un amico che lavorava in un albergo di Berna e gli ho chiesto se per caso avevano bisogno di qualcuno. Mi ha mandato il contratto e ho fatto le valigie. Poi ho dovuto fare il militare in Alto Adige, proprio nel periodo degli attentati. Sono stati quindici o venti giorni di servizio, ma non nascondo di aver avuto paura. Conclusa l’esperienza sotto le armi, sono tornato in Svizzera.Prima a Wil, in una delle prime fabbriche produttrici di oggetti in plastica. Facevano cassette. Poi, in una fabbrica di mobili, visto che in Italia avevo fatto la scuola di tappezziere.Dopo qualche tempo, altro mestiere. Una sorella più giovane lavorava come stiratrice a Wilen, in una tintoria lavasecco. Con lei c’era anche un agordino, che però è andato via lasciando il padrone scoperto. Il macchinario da utilizzare era complesso e il titolare si è improvvisamente trovato senza la persona che lo faceva funzionare. Allora ha chiesto a mia sorella se poteva avere un colloquio con me. Una sera sono andato a casa sua. Gli ho detto che non sapevo usare quella macchina, ma l’offerta era buona e ho accettato. In quella tintoria sono rimasto cinque anni, fino al ’67, quando sono rientrato in Italia. Durante le ferie estive avevo saputo che in ospedale a Belluno cercavano personale e autisti per le ambulanze. Io avevo fatto la patente e così ho presentato domanda come autista. A fine dicembre mi hanno chiamato: dovevo rientrare dalla Svizzera subito. Non ho potuto dare al padrone nemmeno quindici giorni di preavviso e mi è dispiaciuto.Il rientro è stato un po’ difficile. Lo stipendio in ospedale era molto inferiore. Ho iniziato in corsia, a fare l’infermiere. Dopo pochi mesi hanno aperto una scuola per infermieri. Ho studiato un anno e tre mesi. Poi è uscito un concorso, è andato bene e mi hanno assunto come infermiere a Belluno. È strano a dirsi, ma io delle ambulanze mi sono scordato, perché ho scoperto che era bello il lavoro di infermiere, tanto che l’ho fatto fino alla pensione. Ricordo ancora un particolare. Nel periodo in cui ero ancora in Svizzera, sono tornato in Italia per sposarmi. Il mio capo, però, non poteva concedermi la licenza matrimoniale, perché aveva bisogno di me sul lavoro. Ci siamo sposati il sabato e la domenica pomeriggio eravamo già di rientro. Durante il viaggio mi è venuto in mente che non avevo fatto fare il contratto a mia moglie. Ero d’accordo con mia sorella che sarei passato a trovarla a Milano, ma ho pensato che se transitavo per Chiasso mi potevano creare problemi proprio per via di mia moglie, che aveva solo il visto turistico. Allora ho deciso di fare una frontiera più tranquilla, in Valtellina, a Castasegna. Al momento del controllato documenti, ecco la domanda sulla mia consorte. Cosa fare? Ho detto la verità: «Ci siamo appena sposati. Mi sono dimenticato di farle fare il contratto e siccome il prete ci ha detto che la moglie deve seguire il marito, l’ho portata con me». Si sono messi a ridere e ci hanno fatto passare. Gli abbiamo lasciato un po’ di confetti e via. Poi anche mia moglie ha quasi subito trovato lavoro.

207. Bellunesi a Mosca. Diario di un viaggio

Ritornare a Mosca dopo trentasei anni è stata una vera emozione. Aver vissuto nella capitale dell’Urss e avere lavorato per circa dodici anni, dal 1967 al 1983, all’Ambasciata d’Italia, con un intervallo di tre anni trascorsi al Consolato di Baden (Svizzera), fu una esperienza unica. Un lungo periodo, in cui Leonid Breznev era al potere, sostituito solo alla sua morte, nel 1982, da Jurij Andropov. Ci vorrebbe un libro per raccontare quei lunghi anni della mia giovinezza.A fine maggio, assieme a mia moglie Franca, abbiamo deciso di visitare Mosca, città dove ci siamo conosciuti nel 1970. Fin dall’aeroporto, l’impatto è stato sorprendente, con procedure molto più veloci. La città, poi, l’abbiamo trovata bellissima, con i suoi maestosi edifici, le strade e la splendida metropolitana pulitissime, sembrava di essere a Tokyo, o in una delle maggiori grandi e ricche capitali del globo.Io e mia moglie ci siamo fatti travolgere dalle attrazioni: dal Teatro Bolshoi alla Piazza Rossa, dai numerosi importanti musei, per non citarne che alcune. Ci siamo trovati lì, proprio in occasione dei festeggiamenti del 2 giugno, e, assieme a vecchi amici italiani, ritrovati dopo quasi 40 anni, abbiamo partecipato alla Festa Nazionale Italiana, organizzata da Ambasciata e Consolato Generale d’Italia. Nel corso della cerimonia, dopo aver conosciuto il nostro amato cantante Albano Carrisi, ospite per l’occasione, ho avvicinato un dipendente del Consolato e presentandoci, ho avuto la sorpresa di scoprire che si trattava di un collega di Longarone. Non potevo crederci. Il signor Giuseppe Zandonella Bolco (nella foto con il sottoscritto), il quale in passato  ha prestato servizio in varie sedi, a fine anno lascerà Mosca e partirà per il Centro America. È stato come ripetere un’esperienza vissuta negli anni ‘70, all’aeroporto di Scheremetevo, quando incontrai, casualmente, l’amico Mario Da Rech di Sedico, tecnico di una nota Società italiana, che si recava in una località interna dell’Urss, per il montaggio di una fabbrica. Anche questi sono “Bellunesi nel Mondo”.

206. Sui Pirenei celebrato l’80° anniversario della tragedia di Izourt

1939-2019, sono passati 80 anni da quel terribile giorno che ha segnato per sempre la valle di Auzat, nella regione dell’Ariège, sui Pirenei francesi. Era il 24 marzo 1939 quando una tempesta di neve si abbatté sul cantiere di costruzione della diga di Izourt, dove lavoravano centinaia di emigranti italiani, molti dei quali bellunesi.Il bilancio delle vittime fu gravissimo: 29 italiani e 2 francesi perirono sotto il crollo dei baraccamenti dove erano alloggiati; tra loro Lucindo Paniz di Santa Giustina, Carlo Giuseppe Martini di Vigo di Cadore, Remigio Ferigo di Sedico e Primo Mondin di Quero, emigranti bellunesi che avevano lasciato le proprie terre per trovare lavoro dove era forte la richiesta di manodopera impegnata nella costruzione di dighe per alimentare le centrali elettriche, indispensabili per far funzionare le fabbriche, soprattutto quelle necessarie all’imminente guerra. La catastrofe, rimasta nell’oblio per decenni, è stata riportata alla luce per volere di alcuni valligiani, tra cui Antoine Specia, il cui padre, originario di Quero, scampò alla catastrofe e prese parte alle difficili operazioni di soccorso.Una delegazione di un centinaio di italiani ha partecipato anche quest’anno alle celebrazioni del 22 e 23 giugno per il ricordo della tragedia; la nostra associazione era presente con il vice presidente Rino Budel e i consiglieri Carniel e Tegner. Molti i rappresentanti della comunità di Quero, guidati dall’assessore Coppe, da tempo legato alla comunità francese anche grazie al gemellaggio stipulato nel 2010. Era presente inoltre il coro Stramare di Segusino che con il canto ha sottolineato i momenti più significativi delle due giornate.Ricco il programma della manifestazione: il primo giorno c’è stata la salita a piedi lungo il sentiero della memoria che porta al luogo del disastro, dove sono ancora presenti tracce dei muri perimetrali dei baraccamenti; nei pressi della croce che ricorda la tragedia, luogo che il vescovo di Pamiers, Mgr Eychenne, ha definito sacro, si è tenuta una parte della commemorazione, emotivamente molto significativa.La seconda parte del ricordo ha avuto luogo domenica nei pressi del cimitero di Vicdessos, dove riposano i resti mortali dei poveri operai deceduti. Moltissime le autorità civili presenti che hanno portato il loro saluto di commemorazione della tragedia; nel suo discorso il nostro vice presidente Budel ha voluto richiamare l’attenzione sulle numerose vittime del lavoro in emigrazione e sul nostro dovere di ricordare, mentre il sindaco di Auzat, Mr Ruffè, uno dei promotori dell’associazione “Ricordate Izourt”, ha rassicurato gli amici italiani che la comunità francese garantirà sempre di vegliare sul ricordo dei caduti. Per non dimenticare, perché, come diceva il citato filosofo francese Joubert: “La memoria è lo specchio in cui rivediamo gli assenti”.

205. Bellunoradici.net. La storia di Michele Burigo

Sono oltre mille i membri di Bellunoradici.net, il socialnetwork dell’Associazione Bellunesi nel Mondo. Questa è la storia di Michele:

«Mi chiamo Michele Burigo ho 37 anni e sono nata a Criciuma, nello Stato di Santa Catarina, Brasile. Mi trovo a New York dal 2007. All’età di 23 anni mi sono laureata nel mio Paese in Giusrisprudenza.

Qual è il tuo legame con Belluno?

Il mio legame con la provincia di Belluno risale alla fine dell’Ottocento. Il mio bisnonno paterno, Giuseppe Burigo, nacque a Soverzene nel 1879, per poi emigrare, l’anno successivo, con i genitori Ferdinando Burigo e Teresa Savi in Brasile, partendo dal porto di Genova. Prima di portare la famiglia in Brasile Ferdinando andò in terra brasiliana da solo, otto giorni dopo il suo matrimonio. Poco dopo l’arrivo a Urussanga (Brasile) rientrò a Soverzene con lo scopo di vendere tutti i beni e organizzare il viaggio definitivo della  sua famiglia inclusi i genitori, la moglie, il figlio, due sorelle e altri due parenti. Si stabilì a Cocal do Sul (all’epoca appartenente al comune di Urussanga) ed ebbe altri undici figli. Rimasto vedovo nel 1911 rientrò in Italia, si risposò e morì a Castion di Belluno nel 1929.

Hai mai visitato la terra dei tuoi avi?

Sì, sono stata a Soverzene due volte: la prima a giugno del 2012 e la seconda a gennaio del 2014. Benché siano state soste cortissime mi ricordo l’emozione che mi colpì, durante entrambe le visite, a pensare alle difficoltà del mio bisnonno nell’organizzare il viaggio di una famiglia intera in un altro continente ai loro tempi. Attualmente facciamo pratiche d’immigrazione allo studio legale dove lavoro, nel cuore di Manhattan. Comunque gli immigrati di oggi sono ben diversi da allora, nel senso che non perdono il contatto con il loro Paese di origine, visto che c’è la tecnologia che gli sta accanto. I nostri invece hanno dovuto lasciare tutto alle spalle e staccarsi a fatica dal loro posto perché purtroppo non avevano altra scelta.

Perché ti trovi a New York?

Sono capitata a New York puramente per caso. Nel 2007 sono venuta per fare una visita ai miei, che qui vivevano da diverso tempo. Ho fissato un appuntamento per mio padre con un avvocato (che è attualmente il mio capo) per trattare di alcuni affari personali. L’ho accompagnato all’appuntamento e mentre si discutevano delle questioni legali è venuto fuori che avevo una laurea di giurisprudenza e che avevo conoscenza dell’inglese, quindi mi è stato offerto il posto di lavoro senza che io avessi fatto nessuna domanda. Ero in America in visita, non avevo intenzione di restare qui. Comunque così è andata a finire senza che io l’avessi programmato.

Un giorno ti piacerebbe vivere un’esperienza lavorativa in Italia e, nel nostro caso, a Belluno? 

Sì, assolutamente. Poter vivere in Italia sarebbe una cosa proprio bella da immaginare in un domani. Tutte le volte che vengo in Italia mi sento proprio a mio agio con la gente, i posti, la cultura. L’idea che un giorno tutto questo possa diventare realtà mi entusiasma parecchio.

In che modo ti sei arricchita con la cultura italiana trasmessa dai tuoi avi?

Da piccola mi è stata trasmessa una grande eredità culturale attraverso il cibo, i ritrovi famigliari, mentre si cantava insieme delle canzoni montanare italiane e così via. Però la lingua era stata persa lungo le varie generazioni. Il dialetto veneto non mi è stato insegnato per un motivo molto semplice: non è stato insegnato neanche ai miei e così la lingua parlata in casa era il portoghese. I migranti che approdano in un nuovo Paese vivono uno stordimento che non è solamente un disorientamento geografico, ma linguistico. Molti genitori di prima generazione, non parlando la lingua dominante del nuovo Paese, riconoscono ai figli il ruolo di padroni della lingua perché saranno quest’ultimi a garantirgli la sopravvivenza. Il fatto che io faccia parte ormai della terza generazione nata all’estero inevitabilmente mi ha portato un certo allontanamento dall’eredità culturale, che mi sarebbe potuta essere trasmessa dagli avi italiani. Nel mio caso ho messo io tanto impegno per riuscire a ricollegarmi con la “terra madre” e ne sono fiera. Attualmente nel mio paese di origine brasiliana c’è una tendenza a riprendersi i legami con l’Italia attraverso corsi di italiano rivolti ai bambini, agli adulti e con eventi tipici culturali. Tutto questo mi rende immensamente felice e se non fosse per il fatto che sono all’estero certamente cercherei di dare il mio piccolo contributo alla promozione della cultura italiana ai miei compaesani ripassando tante cose che ho imparato lungo gli anni. Mi emoziona sapere che tra i nostri ci sia questo interesse, questo bisogno di ricollegarsi alle proprie origini.

In che modo ti senti italiana/bellunese?

All’età di dodici anni sono stata io a voler riscoprire le mie origini bellunesi, e la prima cosa che ho fatto è stato imparare la lingua. Per una questione pratica ho optato per l’italiano, visto che attualmente viene più parlato rispetto al dialetto veneto. Dal 1994 cerco di avere una certa costanza, studio la grammatica, leggo libri in italiano, guardo la TV italiana a casa cercando di esprimere la mia opinione su temi di attualità; mi informo prima di votare… tra l’altro ho stretto amicizia su internet con tanti italiani, compresi i bellunesi, e il motivo per cui ho deciso di diventare socia dell’Associazione Bellunesi nel Mondo è proprio per poter permettermi di accrescere il mio legame con Belluno. Credo che sia proprio l’amore per le mie origini a farmi sentire italiana in tutti i sensi.

1
Ciao, come possiamo aiutarti?
Powered by
Design by Alfred Team | Made with ♥ in WordPress