«L’Italia ha a disposizione un prezioso potenziale di talenti a livello di istruzione terziaria. Spesso, però, si tratta di un potenziale non pienamente sfruttato». È quanto emerge da uno degli approfondimenti che compongono l’edizione 2019 del Rapporto Italiani nel Mondo.
Obiettivo della ricerca è analizzare se e quando l’emigrazione di capitale umano – fenomeno che il nostro Paese sta vivendo in maniera crescente negli ultimi anni – assume i contorni dell’emergenza e della fuga.

A tal proposito, si spiega nell’approfondimento, bisogna tenere in considerazione due aspetti: «innanzitutto è fisiologico che, in un contesto globalizzato come quello attuale, i giovani, soprattutto quelli formati ai livelli più elevati, decidano di spostarsi al di fuori del proprio Paese di origine per studiare e svolgere attività di ricerca. È però importante distinguere tra mobilità e migrazione. Il secondo aspetto da considerare è che il mercato del lavoro, anch’esso globale, è sempre più competitivo, veloce e teso verso il successo: ciò conduce inevitabilmente a “migrazioni intellettuali”, perché i lavoratori saranno attratti dai territori che offriranno loro maggiori opportunità di crescita e di valorizzazione».

Ecco perché la mancanza di queste opportunità in Italia rappresenta la motivazione principale del trasferimento all’estero dei laureati di secondo livello. «Inoltre – rileva lo studio – circa un terzo dei laureati che lavora all’estero ritiene molto improbabile il rientro nel successivo quinquennio».
Ciò che serve al nostro Paese, quindi, è ritrovare competitività a livello internazionale. E, secondo la ricerca del Rim 2019, un tassello importante in questa direzione potrebbe essere rappresentato «dall’investimento in figure di alto livello, come quella del dottore di ricerca il quale, durante il suo percorso formativo, sviluppa competenze trasversali facilmente spendibili nei contesti aziendali».

«In termini analoghi – prosegue l’approfondimento – occorrerebbe puntare su strumenti, come agevolazioni e incentivi alle assunzioni, che valorizzino il capitale umano più formato e più preparato».

Necessario, insomma, limitare la perdita di laureati con brillanti curricula formativi. «Con questo – precisa in conclusione lo studio – non si intende dire che andrebbero impediti gli spostamenti verso l’estero; è infatti importante creare reti che permettano di potenziare la mobilità per studio e per lavoro, ma in un’ottica di “brain circulation” e non di “brain drain”: ciò significa favorire la circolazione dei talenti, attraverso flussi che siano però bidirezionali».

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