Ottant’anni fa, nella primavera 1939, 29 italiani, di cui quattro bellunesi, perivano in seguito alle conseguenze di una devastante bufera che si abbatté su un cantiere nei Pirenei, che spazzò via due costruzioni in muratura e chi, in quel momento, vi stava dimorando. Per ricordare questo tragico evento, la Biblioteca delle Migrazioni “D. Buzzati” ha organizzato, nel mese di aprile, un incontro nella sala convegni di Villa Patt, a Sedico, località dalla quale proveniva una delle vittime, Remigio Ferigo. Le altre vittime bellunesi furono Giuseppe Martini di Vigo di Cadore, Primo Mondin di Quero e Lucindo Paniz di Santa Giustina.  Essi, assieme ad altri lavoratori di diverse nazionalità, erano impegnati nella costruzione di due bacini montani che avrebbero alimentato le centrali idroelettriche della più grande fabbrica di alluminio in Europa, ad Auzat in Ariège.  Per ricordare questa “tragedia dimenticata”, è stato presentato il libro Izourt – Il dramma degli immigrati italiani sulle dighe dei Pirenei francesi. Sono intervenuti il presidente della Biblioteca, Gioachino Bratti, l’autrice del libro, Renza Bandiera, l’ex presidente dell’Associazione Veneziani nel Mondo e dell’Alleanza  Franco-Italiana, Bruno Moretto, l’editore di ME Publisher, Carlo Mazzanti, ed il Sindaco di Sedico, Giacomo Deon. L’incontro è stato introdotto da un filmato, realizzato in occasione del 75° anniversario, quando varie delegazioni si sono recate sul luogo, per ricordare l’evento. Eppure, per 63 anni, queste vittime sono state dimenticate, ha affermato Moretto, e la causa può ricercarsi in parte nello scoppio, dopo alcuni mesi, della II Guerra Mondiale. Non vi fu nessun testimone, se non il custode del cantiere, che alla mattina presto entrò in mensa, lamentando un fortissimo vento. Al tempo, i giornali parlarono di valanghe, ma si trattò in realtà di un ciclone, del diametro di 60m, che si abbatté solo sui fabbricati B e C. Nel vicino cantiere di Gnioure non vi furono vittime, ma per salvarsi e scendere a valle, gli operai furono costretti  ad affrontare delle vette innevate, in forte pendio, aiutandosi solo con barre di ferro e cazzuole. Inevitabile la domanda: fu colpa umana o catastrofe naturale? Certamente si trattò di un tragico evento naturale, se colpa umana vi fu, dipese dal fatto di voler accelerare i lavori di costruzione delle due dighe, in una stagione, quella primaverile, non ancora affidabile, da un punto di vista meteorologico, in alta montagna. La ricerca delle famiglie delle vittime non è stata facile, ma ora la ricorrenza sarà ancora ricordata. In giugno, una delegazione dell’Abm si recherà sul luogo, per ricordare l’80° anniversario della tragedia.

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