Un paese di vedove. Dove la vita media – raccontava un reportage dell’Avvenire del 1971 – era al di sotto dei 45 anni. Dove su 1.500 abitanti c’erano 170 invalidi e 170 caduti sul lavoro. Dove l’unica alternativa alla povertà era fare le valigie e partire. A flagellare San Gregorio nelle Alpi tra gli anni ‘50 e ‘70 era l’emigrazione. In particolare l’emigrazione di chi lavorava in miniera e in galleria. «Un lavoro così esageratamente orribile, ma anche così virtualmente necessario, così invisibile, che siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene», lo definiva George Orwell. Un lavoro che, dopo anni di fatiche, umiliazioni, pericoli di incidenti sempre in agguato, regalava un nemico altrettanto invisibile, e altrettanto orribile: la silicosi, malattia polmonare che colpiva l’80% dei minatori e che toglieva loro il respiro, portandoli a morire a 50, 40, 30 anni. Una tragedia che ha colpito soprattutto San Gregorio, “capitale della silicosi”, simbolo di una piaga che non ha comunque risparmiato le altre parti del Bellunese, tanto che una statistica del 1969 testimonia come i silicotici fino al primo semestre di quell’anno fossero in provincia ben 3886, circa il 75 per cento dei casi accertati nel Triveneto. Un dramma la cui memoria è tenuta sempre viva dal “Viale delle lampade spente”, da cinquant’anni esatti monito per le nuove generazioni sul sacrificio di chi le ha precedute. Era infatti il gennaio del 1969 quando ai lati della strada sterrata che dal sagrato della chiesa conduceva al cimitero vennero posti centoventi cartelli con i nomi di altrettanti caduti sul lavoro. Per ognuno, un nastrino tricolore e una lampada da minatore spenta. Eccolo il Viale. È Giulio Gazzi, allora presidente del Circolo Acli di San Gregorio, ad avere l’intuizione, come ricorda il figlio Daniele nel libro San Gregorio nelle Alpi. 1950-2000. La trasformazione di un paese attraverso la vita di associazioni ed istituzioni. Storia e testimonianza (Agorà, 2017):

«In occasione della sua terza assemblea, l’Associazione emigranti bellunesi aveva manifestato il desiderio che l’onorevole Pedini, subentrato al senatore Giorgio Oliva al Sottosegretariato agli Esteri, potesse, visitando San Gregorio nelle Alpi, toccare con mano una realtà d’emigrazione. (…) Che fare? Le difficoltà non hanno mai scoraggiato mio padre, semmai lo hanno rinvigorito. Così è nata la “Via delle lampade spente”: sua l’idea, di tanti le braccia per realizzarla, non bisogna dimenticarlo».

Bisognerà però attendere i primi anni ‘90 per avere ufficialmente una via che ricordi i morti a causa del lavoro.

Dopo l’evento del ‘69, infatti, il viale – è ancora Daniele Gazzi a ricordarlo – «fu allestito almeno una seconda volta, sempre provvisoriamente, in occasione di qualche cerimonia, utilizzando però in via sperimentale delle sagome in panforte di un emigrante colto nell’atto di partire con la valigia, sulla cui superficie potevi leggere

Bortoluzzi Gelindo Infortunio galleria a Teramo nel 1939 a 29 anni».

Nel frattempo arriva il Monumento ai Caduti sul lavoro e in emigrazione, eretto nel 1985. Mentre il Viale non è ancora qualcosa di concreto, stabile. Rimane il frutto di iniziative transitorie, quasi estemporanee, ma l’idea iniziale è ben salda nella mente di Giulio Gazzi, e troverà piena realizzazione il 13 dicembre 1992, con l’inaugurazione ufficiale.

«Grazie all’aiuto del fratello Valerio, riuscì ad allestire per la terza volta, e questa volta definitivamente, il viale, con un percorso accorciato rispetto alle prove precedenti, limitato alla stradina cimiteriale. L’inaugurazione avvenne il 13 dicembre 1992, con il solito rito cerimoniale: autorità, messa, discorsi, banda (di Sedico), delegazione di minatori del Belgio. Punto e fine. Punto d’arrivo della liturgia civile del lavoro».

Simone Tormen

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