232. Storie della community di Bellunoradici.net: Cristina Stievano

La community del socialnetwork www.bellunoradici.net sta per raggiungere i 1000 iscritti. Uno di questi è Cristina Stievano. Pubblichiamo la sua storia.

Mi chiamo Cristina Stievano, orgogliosa bellunese, vivo a Seattle (Stati Uniti) da due anni. Ho 30 anni e da otto vivo all’estero (con un breve intramezzo in Italia). Dopo essermi diplomata al Liceo Scientifico “G. Galiliei”, ho lasciato Belluno alla volta di Udine, dove mi sono laureata in Economia, e poi di Padova, dove ho frequentato Economia ed Amministrazione delle Imprese. In quegli anni è cresciuta la mia passione per l’estero attraverso amicizie con studenti stranieri, che mi ha portato a frequentare un corso di inglese avanzato ed applicare per tutti i programmi esteri dell’università. Grazie all’Università di Economia di Padova ho partecipato ad un programma di scambio incentrato su Management e Imprenditorialità alla Michigan-Dearnborn University (USA), ed ho studiato un anno alla Copenhagen Business School, in Danimarca, dove ho concluso la mia laurea magistrale e trovato il mio primo lavoro come Project Manager in Maersk, azienda leader nello Shipping. Incuriosita da un’opportunità di lavoro nel mio paese, mi sono poi trasferita a Milano, dove ho lavorato come Project Manager nel team di e-commerce di Vodafone. Non è passato molto tempo prima che ripartissi per l’estero, assunta da Amazon tra Scozia e Lussemburgo, dove ho conosciuto il mio compagno cagliaritano, con il quale ho intrapreso l’avventura americana nel 2015 qui a Seattle. Dopo aver lanciato il supporto per il nuovo servizio di food delivery di Amazon, Amazon Restaurants, sono attualmente Manager di un team globale responsabile di iniziative di Change Management per milioni di aziende e privati che vendono su Amazon.

Cosa ti manca di Belluno?

Senza dubbio la mia famiglia e i ricordi di un’infanzia spensierata e bellissima. Belluno e i bellunesi mi hanno dato tanto: una solida istruzione, un’infanzia sicura tra bei paesaggi e persone affettuose, insegnato concretezza, tenacia e il valore di lavorare sodo per raggiungere i propri obbiettivi. Ah, mi manca anche la polenta (ne cucino una versione americana regolarmente qui a Seattle per gli amici).

Un giorno tornerai?

Mai dire mai! Innanzitutto, ci tengo moltissimo a tornare a Belluno ogni volta che posso, anche solo per qualche giorno, di passaggio da un viaggio di lavoro in quella parte del mondo. Scherzavo recentemente sul fatto che da pensionata mi immagino a gestire un Bed and Breakfast… magari sulle rive del Piave!

Cosa ti piacerebbe cambiare di Belluno?

Mi piacerebbe vedere la città e i suoi abitanti diventare più aperti al nuovo e al diverso, meno “scettici”. Recentemente ho letto di casi di successo nella provincia di Belluno nell’inserimento sul mercato del lavoro di immigrati, che mi ha resa molto orgogliosa. Belluno ha tanto da offrire e mi piace pensare che persone provenienti da altri Paesi possano trovare a Belluno la stessa ospitalità e opportunità che ho trovato io all’estero.

Un suggerimento per i giovani? 

Penso che la vita ti dia tanto quanto tu ci metta, e che le persone facciano la differenza. Coltivate le vostre passioni e ambizioni e non mollate nei momenti duri, per me sono stati quelli di maggiore crescita. Consiglio ai giovani in cerca della prossima avventura di vita o lavorativa di affidarsi a chi “ci è già passato” per consigli e prospettive. In questo ambito, iniziative come l’Associazione Bellunesi nel Mondo e Bellunoradici.net sono preziosissime nel costruire reti di mentor e sponsor e condividere esperienze. Una delle cose più preziose che porto con me sono le relazioni che ho costruito con persone provenienti da ogni parte del mondo, che mi hanno arricchita profondamente.

224. Bellunoradici.net. La storia di Mara Slongo scritta da Gianluigi Bazzocco

Tempo fa scrissi alcune riflessioni sulle attitudini, competenze ed abilità dei nostri emigranti e sulla loro intelligenza, capacità e fantasia di sapersi esprimere, conquistando posti di grandissima responsabilità ed eccellenza pur rimanendo di grande umiltà nell’esercitare il ruolo da essi conquistato. Desidero quindi, con questo articolo/intervista, fare riferimento ad una vera e propria V.I.P. Una signora che non ha mai cercato la ribalta e che rispecchia nel modo migliore il pensiero espresso sopra. Ecco perciò l’ intervista che la Signora Mara Slongo ha avuto la bontà di concedermi per il nostro mensile e della quale pubblicherò solo la parte iniziale.

Nasce a Fonzaso nel  1954. Rimane con la nonna, e sarà poi condotta in Svizzera dove già c’erano i genitori emigrati nel ’52. Qui cresce e studia fino al diploma. La vita non Le è stata facile in un cantone  come Glarus, dove si parla un dialetto stretto incomprensibile anche ai tedeschi. Fin dall’asilo capisce che sarà dura perché deve diventare da subito poliglotta. Italiano a casa, tedesco a scuola e naturalmente dialetto. Già alle medie affronta le altre due lingue: Francese e Inglese. Non è certo tipo da perdersi d’animo e dunque supera anche questi scogli. I primi segnali di indipendenza arrivano quando  per permettersi l’acquisto di stoffe che poi confezionerà in abiti da sola, durante le vacanze va a lavorare. Piccoli lavori ma già formativi. Non perde un anno di scuola e a 19 anni si diploma  Perito aziendale con indirizzo ragionieristico e linguistico. Tedesco e Italiano non hanno per lei segreti mentre c’è una piccola zoppia in Francese ed Inglese. Come fare? Andare ad ovest dove le parlano ambedue. Contatta una cugina della mamma che è felice di ospitarla e piomba in Canada dove scopre che anche italiano e tedesco sono parimenti parlate. Rimane un anno e mezzo, di giorno lavora e di sera frequenta il College. La sua parlata era diventata fluida e decide di tornare in Svizzera dopo una soddisfacente, questa volta, vacanza.

Appena rientrata in Svizzera dove trova lavoro? – In funzione dell’esperienza maturata vengo assunta nel ramo commerciale di un’azienda produttrice di strumenti di alta precisione con sede a Zurigo -.

Come arriva invece a Torino? – Dopo appena due anni, siamo a fine ’76, sento dentro di me il forte desiderio di tornare in Italia, la mia terra di origine: presento un curriculum alla Costan di Limana e l’esito è positivo. Il mio primo incarico è però fuori sede, infatti devo trasferirmi per due mesi a Torino per dare assistenza ad un trasferimento di un’unità produttiva dal Piemonte al Veneto, ma proprio a Torino conosco colui che diverrà poi mio marito, rimango quindi nella città Sabauda -.

Qual è stata la strada per entrare in FIAT? Conoscenze? – La più semplice, la più scontata: faccio un’inserzione sul più diffuso quotidiano locale, l’Ufficio Personale Fiat mi contatta nella stessa giornata proponendomi un colloquio immediato, trascuro le altre offerte e vado a presentarmi. Il colloquio è lungo e molto selettivo quasi quanto un esame ma lo supero. Rimango in Fiat per 38 anni -.

All’inizio ha avuto difficoltà con le colleghe/i?  – Non è stato facile, nessuno credeva che a 23 anni e senza raccomandazioni potessi occupare la segreteria di un Amministratore Delegato. Forse erano in possesso di un Italiano più forbito del mio ma di certo erano carenti nell’Inglese, Francese e Tedesco che per me non avevano segreti, da qui un pizzico di gelosia che sfogavano parlando tra loro sovente in dialetto piemontese, ma imparai anche quello -.

La sua scalata verso le alte cariche è sempre stata costante? – Come detto il mio primo incarico fu quello di Segretaria Assistente di Direzione che ho sempre ricoperto anche in altri settori dell’azienda. Era complicato in quegli anni gestire i personaggi che ricoprivano incarichi prestigiosi: non esistevano i cellulari e poter comunicare con chi, per ragioni di lavoro, viaggia molto era piuttosto difficile. Ricordo che talvolta facevo fermare dagli addetti le auto di servizio ai caselli autostradali onde poter conferire telefonicamente. Il mio percorso ha visto nell’80 e nell’83  le nascite delle mie due figlie, e nonostante le brevi gravidanze, gli scioperi selvaggi di quel periodo, la marcia dei 40.000 non si è mai interrotto e nel 98 la svolta: mi viene proposta la Segreteria della Presidenza -.

Mara, mi pare di capire che Lei abbia stabilito un record unico: lavorare con tre Presidenti. Sbaglio? – No non sbaglia, in Fiat non era mai successo -.

Da chi vuole incominciare?  – Inizio nel ’98 con l’Avvocato Paolo Fresco appena arrivato dagli Stati Uniti con un assistente che parlava solo in Inglese. Per un manager di primissimo piano e di altissimo carisma già numero 2 della General Electric Americana c’era la necessità di una segretaria assistente multilingue che conoscesse a fondo la realtà aziendale e che sapesse districarsi tra i suoi meandri e fui scelta. Ricordo un uso pressoché continuo del telefono mentre l’altro orecchio era perennemente in ascolto di comunicazioni e discorsi “live”, insomma era necessario sdoppiarsi. Gli successe il Dottor Umberto Agnelli che purtroppo scomparse dopo poco più di un anno. Era un persona davvero squisita ed elegante, molto riservata e amante delle tradizioni, con un altissimo senso del dovere e preparatissimo attore del mondo finanziario. Il terzo presidente chiamato a dare continuità all’Azienda fu l’avvocato Luca Cordero di Montezemolo, appena eletto alla Presidenza di Confindustria e da anni presidente della Ferrari. Le tre cariche contemporanee di certo non furono una passeggiata ma Montezemolo riuscì a gestirle contemporaneamente in modo eccellente. In quel periodo di iperattività frenetica spesso succedeva che la tensione salisse alle stelle, ma il Presidente sapeva sempre ricondurre tutto alla normalità con il suo fare garbato e gentile che talvolta si trasformava in una rosa appoggiata sulla scrivania -.

C’è un ulteriore evoluzione nella sua carriera? – Si negli ultimi tre anni della mia permanenza in Fiat, in funzione di tutte le esperienze acquisite sul campo insieme all’ex assistente del Dottor Umberto sono chiamata alla gestione della Segreteria Generale. Significa essere di supporto alle due segreterie ai vertici dell’Azienda: quella della Presidenza dell’Ingegner John Elkann, di cui ricordo i primi passi di laureando sotto la guida dell’Avvocato Fresco e quella dell’Amministratore Delegato Dottor Sergio Marchionne, Presidente della Ferrari, l’uomo che ha saputo ribaltare il destino di Fiat in FCA, ovvero trasformarla in una realtà ItaloAmericana di risonanza mondiale. Da allora i C.d.A e le riunioni istituzionali e societarie di FCA si svolgono presso le varie sedi produttive sparse in tutto il mondo e di conseguenza ad ogni convocazione dovevo essere pronta a trasferirmi per qualche giorno nelle sedi designate. Tutto ciò a conferma della nuova caratura internazionale della FCA -.

Ricorda qualche aneddoto che in qualche modo la riguardi anche se marginalmente? – Non al momento – Ma dopo un mezzo sorriso racconta: – Negli anni 90, senza alcun preavviso fui convocata in una mega riunione nella sede storica di Corso Marconi a Torino con i maggiori capitani d’Industria d’Europa, tra questi Monsieur Giscard D’Estaing. Presidente era l’Avvocato Gianni Agnelli e il compito della riunione era redigere lo Statuto dell’Associazione per l’Unione Monetaria Europea. Mi sentivo a disagio per il mio abbigliamento poco formale e per la presenza di personaggi che davvero rappresentavano il Gotha dell’Industria e della Finanza Europea. L’inizio della riunione era atteso da parte del Presidente in carica che, appena entrato nel salone mi dedicò uno sguardo veloce ed un altrettanto sintetico saluto in perfetto Francese: “Bonjour madame”. Ecco quella fu la molla che mi diede coraggio e sicurezza, capii che il carisma di certi personaggi era una dote dai poteri inspiegabili che aveva la possibilità di trasmettere sensazioni a distanza. Questo potere è stato in parte trasferito al nipote John che amava profondamente il nonno e che ne sta raccogliendo l’eredità -..

Le hanno mai chiesto pareri? – Qualche volta ma ho sempre evitato di formularne. Nell’ambito Fiat la riservatezza è sempre stata considerata una cortese abitudine di uso comune.

Ha mai fatto pesare ad alcuno la sua posizione? – Mai. Non mi era necessario -.

I giornali rispecchiano o hanno rispecchiato fedelmente sia l’uomo sia il manager? – No. Per niente -.

Intelligenza, modestia, senso di responsabilità, discrezione le sente sue doti? Si! Senza falsa modestia -.

Lei dimostra grande dirittura morale e forza interiore, chi gliel’ha trasmessa? – Soprattutto l’esempio e i consigli di mio padre -.

Il quale ha guidato a lungo Famiglie ex Emigranti. – Si,. Per 25 anni a Glarus in Svizzera e poi per circa 20 anni da Limana, quella della Sinistra Piave

Nel 2014 è stata insignita dal Presidente della Repubblica della Stella al Merito del Lavoro. Crede di dover ringraziare qualcuno per i suoi successi? Si in primis la mia caparbietà e la mia straordinaria famiglia, poi i miei suoceri, persone splendide che mi hanno dato la possibilità di poter gestire i miei orari di lavoro sempre lunghissimi ed impegnativi, i miei genitori che anche se fisicamente lontani erano sempre presenti nel cuore. Ma non dimenticherò mai la mia nonna materna che nei primissimi anni della mia vita è stata contemporaneamente mamma e nonna prima di raggiungere i miei nel Canton Glarus in Svizzera -.

In conclusione un’esortazione ai giovani. – Siate sempre umili e vogliosi di imparare ma allo stesso tempo determinati nel raggiungere gli obiettivi importanti -.

Grazie signora Mara per l’ opportunità , disponibilità e il garbo accordatimi.

Attraverso questa lunga intervista si evidenzia non tanto  lo sbandieramento delle  proprie capacità, certamente apprezzate e riconosciute, ma come con l’umiltà, il rispetto verso il ruolo che si ricopre, la discrezione e la consapevolezza di essere vicini a persone non comuni, si possa assurgere a livelli importantissimi. Rimanere per lunghi anni vicino a tali personalità il cui valore internazionale è assoluto, deve per forza rispecchiare doti elevate. Sia tutto questo di ulteriore sprone ai nostri giovani che cercano di emergere in un contesto che, forse, non dà sempre loro le possibilità sperate. Conquistate il vostro futuro.

Da sinistra Gianluigi Bazzocco e Mara Slogo

Franco Dal Mas

Franco Dal Mas è un signore di 65 anni, residente a Trichiana da sempre, il quale ha acconsentito a rendersi disponibile per un’intervista e a raccontarci la sua storia. Franco è partito nel 1968, a 18 anni per la Nuova Zelanda. Ha deciso come tutti, di partire per la mancanza di lavoro in Italia. Così, tramite una ditta di Milano ed essendo agevolato avendo il padre che già abitava in Oceania, decise di intraprendere questo viaggio e di cercare lavoro per guadagnarsi i soldi non solo per vivere, ma anche da spedire a casa per la sua famiglia. Lavorò per due anni come aiuto cuoco da contratto lavorativo, il quale prevedeva anche un mese e mezzo di ferie. Guadagnava 230.000 lire al mese. Essendo un uomo dall’animo vivace e senza timidezza si integrò subito con la popolazione (nonostante fosse poco abitata e risieduta da Maori e Scozzesi) e non ebbe problemi nel parlare la lingua. Il tempo libero veniva occupato andando a caccia, andando a pescare oppure giocando con gli amici a pallone. Successivamente avrebbe dovuto decidere se rinnovare il contratto o meno, ma dovendo fare il Servizio Militare obbligatoriamente, fu costretto a rientrare in Italia. Finiti gli impegni, trovò la fidanzata. Successivamente nel 1974 andò in Libia a lavorare per sette anni nei cantieri, in cucina e portò con se’ la moglie, la quale lavorava in lavanderia, lasciando i figli dai nonni.
“La Nuova Zelanda è un’ esperienza che rifarei, li’ ci ho lasciato il cuore”, ci risponde. L’esperienza in Nuova Zelanda fu la più positiva, ritornerebbe volentieri in quel Paese, anche immediatamente, descrivendo ciò come il suo sogno.

Vittorio Brustolon. Sessanta stagioni in Germania

“Avevo quindici anni, andavo in cerca di frasche, cioè di bastoni per la crescita dei fagioli, erano i primi di giugno. Mi sedetti all’ombra di un cespuglio, mettendo la mano sull’erba fresca, era così fresca che vi appoggiai anche la guancia e mi fece così bene che mi adagiai. Ad un tratto sentii qualcosa scendere sulle guance e mi accorsi che stavo piangendo: perché? Stavo pensando: l’anno prossimo non sarò più qua! Difatti l’anno dopo, a metà di marzo, prendevo per la prima volta a Longarone il treno per Cremona; era l’anno 1948, l’anno che io da sempre conto come inizio della mia migrazione. A Cremona c’è, se non sbaglio, la più alta torre d’Italia. Appena ebbi occasione vi salii: volevo se era possibile vedere all’orizzonte un po’ di bianco, i monti. Guardai da tutti i lati, di monti niente; ci tornai più volte, ma quel che cercavo non lo vidi mai. Ai primi di settembre si mise a piovere, e dissi: la stagione è finita, presi la palla al volo e ritornai al mio amato paese. L’anno dopo però ritornai al paese dopo 19 mesi, perché avevo voluto fare qualcosa anche nei mesi invernali : andavo al mulino, e almeno mi guadagnavo da vivere e così fu anche per gli anni dopo. A 22 anni e 6 mesi andai militare, mi feci mettere autista, la patente l’avevo già, ma volevo imparare a fare il camionista. Pensavo: quando torno a casa avrò un lavoro, così rimarrò a Zoldo. All’inizio andavo bene, avevo un camion e trasportavo truppe, materiali, ma dopo poco ebbi un guasto al motore. Ero diciamo disoccupato, ma proprio in quei giorni l’autista del vice comandante del reggimento si ammalò e chiamarono me a sostituirlo. Alla fine della prima uscita, il ten. col. mi disse: da oggi sei a mia disposizione, e così fu il resto della naia. Provai più volte a farmi rimandare con il camion, niente da fare, tornai a casa sì con la patente, ma mi mancava la pratica. Così cercai di trovarmi un lavoro, ma senza troppa convinzione. A quei tempi, anno 1954, lo Zoldano era al culmine delle partenze per la Germania. Era stato aperto anche un ufficio di assunzioni in cui anch’io mi ero iscritto, ma era già marzo e ancora niente. Avevo deciso di tornare a Cremona, quando proprio in quei giorni mi chiesero se volevo andare a lavorare in Germania e così il 25 aprile 1955 partii per la Germania. “ Per una stagione si può provare”, ritornai dopo un’estate, un inverno e un’altra estate, e così via cosicché ora sono ormai 60 stagioni, da 23 anni sono ora 83. Cosa feci in questi sessant’anni? Misi su una gelateria, mi sposai, arrivarono due figli, due nipotine e ora due pronipoti, da questo lato si può essere più che contenti, dall’altro non è stato così soddisfacente. Dimenticavo: ora posso festeggiare anche i 55 anni di matrimonio. Colgo l’occasione di salutare parenti e amici tutti”.
Vittorio Brustolon

Adriano e Laura

Storie vere: Adriano Saccol e Laura Ceccato. E’ un po’ la storia di tanti nostri emigranti, chiamati alle lunghe attese sui marciapiedi e nelle dogane con controlli utili ed efficaci e al difficile impatto con mondi e abitudini diverse, al sapore dolce-amaro dei brevi ritorni al paesello, alla cocciuta ricerca di una dignità da conquistare con il duro lavoro. Adriano, lentiaiese di Villapiana, classe 1938, quarto di cinque maschi, a diciannove anni era già in Svizzera. Dopo circa due anni rientra per il servizio militare, da vero italiano, per essere alpino. Finita la leva, riparte per la Francia arruolato nella grande impresa della C.M.F., Costruzione Moderna Francese, del grande uomo che fu Augusto Mione (uomo della Resistenza, emigrante, uno dei più grandi imprenditori del secolo scorso nell’edilizia in Francia, filantropo, benefattore a più riprese verso il suo paese natale di Lentiai). Lavorò nel nord centro e regione di Parigi in circa tredici cantieri, impresa con circa 2600 dipendenti. Laura, Feltrina, classe 1940, a quattordici anni era già a Torino, poi emigrò in Svizzera e quindi ancora a Torino. Adriano e Laura si conoscevano fin dal 1954 e non si sono mai persi di vista. L’8 agosto 1964 si sposano e pochi giorni dopo partono per la Francia, armati di un grosso baule e tanto entusiasmo, quella Francia che li accoglie benevolmente per ben sedici anni e dove nasce la figlia Wanda. Nel 1980 rientrano definitivamente in Italia. Adriano, dopo quarantacinque anni di lavoro, raggiunge la meritata pensione, ma l’ozio non fa per lui e perciò mette a disposizione la sua esperienza al volontariato, in primis collaborando per la realizzazione della nuova sede ANA, fiore all’occhiello del gruppo, e poi cercando di rendere piacevole l’area PEEP con campi giochi, campi bocce ed altro, per l’aggregazione del quartiere. E’ pure tra i fondatori della Famiglia ex emigranti della Sinistra Piave e tuttora nel Consiglio Direttivo. Ha ottenuto diversi riconoscimenti durante questi anni: tre dal Comune, dalla Bocciofila Lentiai “Follo”, dal Comitato PEEP e dalla Famiglia ex Emigranti Sinistra Piave. Qualche tempo fa, Laura e Adriano hanno raggiunto il traguardo dei 50 anni di matrimonio, un evento che pensavano di festeggiare in sordina con una bicchierata in famiglia. Potete immaginare invece la loro sorpresa e pure la commozione e, perché no, qualche lacrima, quando, al ritorno a casa, invitati ad un aperitivo alla Bocciofila presso il chiosco area verde PEEP , si sono trovati di fronte oltre un centinaio di persone, un suggestivo arco matrimoniale, orchestra e un rinfresco a D.O.C. Una sorpresa preparata dalla figlia in collaborazione con la Bocciofila: c’erano davvero tutti, parenti e amici del rione, coscritti e conoscenti. Tanti auguri!.

Vittorio Zornitta

Ci ha scritto, dalla Francia, Vittorio Zornitta, del quale abbiamo dato notizia e recensito
due suoi libri su Lentiai (vedi BNM dello scorso dicembre a pag.16). Dopo aver ringraziato dell’attenzione posta ai suoi lavori, ci ha raccontato la sua storia di
emigrante, di cui pubblichiamo qui una parte, grati anche per le profonde e giuste
riflessioni sull’ emigrazione e sulla vita, e complimentandoci per i suoi interessi, il
suo impegno sociale e anche per la sua capacità espressiva. La sua lettera termina
con un particolare saluto all’ing. Vincenzo Barcelloni Corte “di cui ho letto il commovente
saluto d’addio”.
“Sono partito da Lentiai nel 1958, a 19 anni, con l’idea di un espatrio provvisorio
di qualche anno. Come tutti gli emigranti, ho molto sofferto della perdita subita
lasciando parenti, amici e luoghi sacri alla memoria, tanto che per molti mesi,
soprattutto alla domenica sera, stentavo a frenare le lacrime. Appena mi è stato
possibile, ho aderito alla Famiglia di Parigi e frequentato le serate ed i viaggi
organizzati dalla signora Giacomina Savi. Ho avuto la fortuna di lavorare in diversi
cantieri dove, fra i tanti immigrati, c’erano diversi italiani ed a volte qualche
lentiaiese. Tutti pieni di nostalgia, ma come è noto, “mal comune, mezzo gaudio”.
La vitalità della giovinezza ha fatto rapidamente il resto. Non solo l’essere
umano finisce per abituarsi a tutte le situazioni, ma il tempo lo aiuta a scoprire
che la natura può essere bella ovunque e che, in ogni luogo, c’è gente buona,
amichevole, pronta ad accogliere e a stringere con gli altri dei legami di fraterna
amicizia. Per essere, per quanto possibile, felici, basterebbe amare il luogo dove
il destino ci conduce a vivere e la gente con cui si vive. Anche se non è sempre
facile, è la regola che ho cercato di impormi. Per amare, bisogna conoscere. Arrivati
al momento del pensionamento con mia moglie ci siamo trasferiti nella
sua casa a Saint-Faust, ai piedi dei Pirenei ed a 40 km. da Lourdes. Malgrado la
mia naturale timidezza ho cercato di incontrare tutti gli anziani del paese e mi
sono fatto raccontare la loro vita. Sono nati due volumi intitolati “Vendanges
Tardives”, pubblicati dalla Biblioteca di Saint-Faust. Poi ho interrogato le persone
aventi una passione particolare: dalla poesia alla scultura del legno, dalla
valorizzazione della lingua locale, il “bearnese”, alla pesca della trota, dalla storia
alla commedia, ecc. Ne ho fatto un altro libro in auto edizione , “Vie e Passions”.
Ho infine interrogato diversi immigrati di origine italiana e pubblicato le loro
storie in “Epousailles d’avenir”, sempre in auto edizione. Ho partecipato ad un
pellegrinaggio in Terrasanta e ne ho scritto il resoconto per la quarantina di partecipanti
in “Voyage aux sources de la foi”. Tutte cose da poco, ma che mi hanno
permesso di vivere con un passatempo interessante, stimolato dal fascino che
provo per le storie degli altri, dal desiderio di non dimenticarle e dal non facile
confronto con la scrittura” (…).

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