169. Storie di emigranti bellunesi. La nonna balia di Fulvia Corso

Non ho un ricordo visivo della mia nonna paterna Maria, ma ho un forte ricordo di lei racchiuso nel mio cuore. Non l’ho mai vista di persona, ma di lei ho sentito molto parlare, sempre sottovoce, il che me la rendeva un po’ misteriosa. Forse anche per questo sentivo di volerle bene. In occasione di una recente Festa della Donna ho ascoltato alcune testimonianze sulle donne bellunesi, specie quelle così coraggiose che nel secolo scorso lasciavano i propri cari – marito e figli, anche neonati – per “mettersi a balia” presso famiglie facoltose. Potevano in questo modo contribuire economicamente al mantenimento della famiglia, oppure pagare un debito. Così ho ricordato la sua storia. Mia nonna Maria era una di queste donne coraggiose.Nonno Francesco faceva il carpentiere e lavorava a Primolano per gli Austriaci. Aveva comprato un piccolo maso per sistemare i due figli più grandi. Forse aveva fatto un debito che non riusciva a pagare. Nonna Maria aveva da poco partorito due gemelli maschi, il parto ero stato un po’ faticoso, ma lei, giovane, si era ripresa bene e i piccoli godevano di buona salute. Furono sistemati presso una vicina, che a sua volta aveva da poco partorito, perché la nonna aveva deciso di partire per Milano. Avrebbe fatto la balia presso un famiglia benestante, convinta di ritornare appena si fosse concluso lo svezzamento. Ma passato più di un anno, la signora presso cui lavorava si trovò in attesa di un altro bimbo e mia nonna dovette prolungare la sua permanenza senza poter tornare a casa, neppure per una breve visita. Qui la storia si tinge di mistero. Si sa che anche mio nonno partì per Milano, ci fu una grande lite e Maria non tornò più in famiglia. I figli, ormai svezzati, venivano accuditi da una zia nubile, tuttavia lei contribuì al loro mantenimento per lungo tempo. Questa difficile situazione incise molto sulla vita famigliare, tanto che i gemelli non perdonarono mai alla madre l’abbandono e, nonostante lei avesse più volte offerto di raggiungerla a Milano, crebbero con un forte senso di disagio e un vivo rancore nei suoi confronti. Quando nel 1940 vennero mandati al fronte, prima di partire i gemelli (uno di loro era mio padre) decisero di incontrare nonna Maria, ma non fu un incontro sereno. Entrambi ne rimasero delusi e non riuscirono a riconoscerla come madre.Dopo sei anni mio padre ritornò dalla guerra. Eravamo tutti contenti, anche il nonno. Però mancava la nonna. Io avevo sette anni e volevo conoscerla. Decisi allora di scriverle la mia prima lettera, con cui la invitavo a conoscere i nipoti ormai numerosi. La risposta arrivò poco tempo dopo. A scriverla non era lei, ma una conoscente. Seppi così che nonna era molto ammalata (era diabetica) e che attendeva con ansia una nostra visita. Mi attivai subito per convincere papà e dopo molte insistenze lui cedette e mi promise che saremmo andati io e lui a trovarla. Purtroppo nel frattempo giunse la notizia della sua morte. Fu grande il dispiacere e il dolore che anche mio padre e mio zio provarono, consapevoli di aver perso un’opportunità di riconciliazione con la donna che con la sua assenza aveva cambiato la vita di tutta la famiglia.A mio papà rimase la consolazione di dare il nome Mario al figlio nato poco dopo, a ricordo di una madre avuta e persa con il rimpianto di non ricordare una sua carezza.

167. La storia di Cinzia Dal Zotto, membro di Bellunoradici.net

Sono oltre mille gli iscritti alla community di Bellunoradici.net, il socialnetwork dell’Abm dedicato ai bellunesi residenti al di fuori della provincia di Belluno. Tra questi anche Cinzia Dal Zotto. Questa la sua storia:

«Mi chiamo Cinzia Dal Zotto sono originaria di Santa Giustina e oggi vivo in Svizzera, dove sono professore associato alla facoltà di economia e business dell’Università di Neuchâtel.

Perché hai deciso di emigrare in Svizzera?

Sono arrivata in Svizzera dopo un lungo percorso che è iniziato con uno stage di sei mesi in Inghilterra, dopo la laurea in economia e commercio. Finito lo stage mi è stato offerto un dottorato all’Università di Regensburg, in Germania, cosa che in Italia non ho avuto l’opportunità di fare. Lì ho poi continuato con un post-dottorato finanziato dal Ministero della pubblica istruzione tedesca, che mi ha permesso anche di trascorrere un semestre come visiting scholar all’Università di Berkeley negli Stati Uniti. Grazie a queste prime esperienze mi sono poi spostata in Svezia, dove mi hanno scelto per dirigere la ricerca di un nuovo centro studi sulla gestione dei mass media all’Università di Jönköping. La specializzazione nel campo dei mass media mi ha poi permesso di avere un posto da professore all’università di Neuchâtel. È cosi che sono arrivata in Svizzera nel 2008. Non è stata dunque una decisione precisa. Se avessi potuto restare in Italia, e avere le stesse opportunità, lo avrei certamente fatto.

Perché hai deciso di rimanerci?

Ho deciso di rimanere in Svizzera perché è qui che ho il mio lavoro e mi trovo bene. Vivo tra Neuchâtel e Zurigo, due città molto diverse, ma entrambe molto belle. 

Un giorno tornerai a Belluno?

Non lo so se tornerò. Mi piacerebbe, ma dipenderà se ne avrò l’opportunità o meno. Certo trovare un lavoro nel mio territorio in campo universitario sarà difficile, ma non si sa mai che non decida di impegnarmi per sviluppare un polo universitario a Belluno, magari specializzato nelle nuove tecnologie.

Ci sono bellunesi nella tua zona?

A Neuchâtel non ho conosciuto altri bellunesi, a parte una ragazza di Feltre che è venuta a fare il dottorato qui da me. Ci sono molti leccesi, qualche bresciano e bergamasco e anche dei toscani. Mentre a Zurigo sì, ci sono molti italiani di origine bellunese.

Come può supportarti l’Associazione Bellunesi nel Mondo?

Credo che l’associazione Bellunesi nel Mondo stia già facendo un ottimo lavoro monitorando tutti i Bellunesi espatriati e tenendoli in contatto non solo attraverso il suo giornale, la radio ma anche con la sua piattaforma online. Anche dare l’opportunità a chi è emigrato di esprimersi sul vostro giornale è comunque un supporto. 

Cosa deve fare l’Italia, e nel nostro caso Belluno, affinché diventi attrattivo per i “nostri” ragazzi che sono emigrati in questi ultimi anni?

Purtroppo è vero, l’emigrazione è aumentata raggiungendo i livelli degli anni ’50, ovvero del dopoguerra. Ad andarsene sono principalmente i giovani fra i 18 e i 44 anni. Inoltre sono laureati e se ne vanno soprattutto dal Nord. Il Bellunese negli ultimi otto anni ha perso più di 1000 giovani, una cifra elevata per il nostro territorio e una perdita enorme se pensiamo all’investimento che il nostro Paese fa nella formazione universitaria. Il problema è che questi giovani, una volta formati, spesso non trovano lavoro o non hanno opportunità di crescere. Molti di loro hanno idee innovative e vorrebbero poter mettere in piedi una loro impresa, ma trovare dei finanziatori da noi è molto difficile. Il Governo ha già messo in atto alcune misure per arginare il problema della “fuga di cervelli”, un esempio è il fondo nazionale per l’innovazione, che mette a disposizione un miliardo di euro l’anno per il venture capital. Inoltre ci sono delle agevolazioni di cui possono usufruire i lavoratori che sono stati all’estero per almeno due anni: rientrando hanno l’opportunità di pagare le tasse solo sul 30% del reddito. Poi si può fare leva su almeno due programmi europei: il programma Orizzonte, che mette a disposizione 100 miliardi di euro per ricerca e innovazione, e il programma InvestEU che con prestiti e fondi venture capital sostiene settori orientati al futuro come infrastrutture, digitalizzazione, sanità, piccole e media imprese. Certo, a questo deve affiancarsi un miglioramento della viabilità, dunque lo sviluppo delle infrastrutture sia stradali che digitali, per esempio estendendo la banda larga a tutto il territorio bellunese. La sfida è quella di dar voce al nostro territorio e fare in modo che parte dei fondi Europei possano confluire qui da noi. Il bellunese potrebbe essere trasformato in un laboratorio di ricerca e innovazione e, grazie anche al suo territorio meraviglioso e l’alta qualità di vita che si può avere da noi,  attirare i talenti. Certo la sfida è elevata, ma ci si può riuscire: bisogna esserne convinti e impegnarsi.

Cosa ti manca di Belluno?

Tante cose… Mi mancano l’allegria, il calore della gente e la creatività che caratterizzano la nostra cultura, le battute e gli scherzi che in una lingua straniera non vengono mai allo stesso modo. Mi manca il cappuccino italiano, che non ha eguali. Mi manca non avere delle vere radici.

E cosa non ti manca di Belluno?

Non mi manca il traffico che ormai c’è ovunque sulle nostre strade, che non sono state adeguate alle necessità del forte sviluppo economico che il Bellunese ha vissuto negli ultimi cinquant’anni. Per questo credo che se vogliamo che il nostro territorio continui a crescere e ad essere attrattivo, anche in termini turistici, colmare il gap infrastrutturale è una questione prioritaria. Abbiamo turisti da tutto il mondo che vengono a visitare le nostre Dolomiti, patrimonio dell’Unesco. Credo che se migliorassimo la nostra viabilità potrebbero dunque beneficiarne non solo i cittadini, ma anche il turismo e tutte le altre attività economiche del nostro territorio.

138. Storie dei nostri emigranti bellunesi. La vita di Giovanni Bolzan

Giovanni nacque a Belluno nel 1936, era il terzultimo di ben undici fratelli. La vita lo mise subito duramente alla prova quando a sedici anni gli portò via il padre. Solo un anno dopo venne a mancare anche la madre.Per sostenere la famiglia, iniziò il lavoro di mattoniere alle fornaci di Belluno, frequentando – da giovane ambizioso – la scuola serale di muratore. Tanta fatica, tanto sacrificio e tanta responsabilità, un grande carico su spalle ancora fragili di un’adolescenza negata.A diciott’anni le fatiche aumentarono: lui e il fratello Luigi partirono per la Francia. Qui lo attendeva un nuovo lavoro di scalpellino, una nuova lingua incomprensibile, una nuova realtà. Ed ecco che si rendeva necessaria una nuova forza da tirare fuori per affrontare le tante umiliazioni, le tante ostilità, le tante salite che queste terre straniere riservavano senza indugio e senza pietà ai nostri giovani emigranti. La responsabilità del sostentamento della famiglia lasciata tenne viva la sua tenacia, ma la malinconia e la nostalgia erano troppo dolorose e riportarono Giovanni a casa per qualche mese, fino a quando, valigia in mano, ripartì alla volta della Svizzera, per Winterthur, dove iniziò il lavoro da muratore. La nostalgia era sempre tanta e ogni estate il rientro a casa era immancabile per trascorrere qualche giorno in spensieratezza e allegria. Fu proprio in una delle scampagnate estive che, nel 1963, conobbe la sua Rosanna. Fu subito un amore forte che la lontananza non riuscì a ostacolare, tanto che nel 1966 Giovanni tornò nella sua Belluno per sposarla e iniziare una vita nella sua terra insieme a lei. Dopo un anno, la ripartenza per la Svizzera, ma questa volta forti della loro unione, della loro complicità, della loro dedizione l’uno all’altra, del loro amore. Dopo un paio di occupazioni, l’entrata nell’azienda che lo avrebbe accompagnato fino alla pensione, quell’azienda a cui Giovanni lasciò solo ricordi di rettitudine, onestà e instancabile abnegazione.Il 1968 fu l’anno che lo vide diventare padre, l’emozione più grande che giorno dopo giorno si riempi di soddisfazione e orgoglio nell’osservare il suo Moreno bimbo, ragazzo e infine uomo. Grande la felicità nel vederlo realizzarsi e creare una propria posizione lavorativa, ma soprattutto nel capire quanto i suoi valori di onestà, rettitudine e dedizione alla famiglia erano stati interiorizzati da suo figlio, capace di farne – proprio come il padre – i propri essenziali principi.I sacrifici fatti e l’esempio dato non erano stati vani, tutt’altro. Erano stati pienamente assorbiti e questo rappresentava per Giovanni la massima realizzazione di vita. Nonostante il poco tempo che il lavoro gli concedeva, non mancarono le domeniche a Stoss per permettere al figlio di imparare a sciare e non mancarono le lacrime di commozione nel vederlo vincere gare e diventare maestro. Per Giovanni le radici montanare erano sempre presenti e importanti, Moreno questo lo sapeva bene, tanto che imparare a conoscere i posti dove trovare i porcini migliori era sì un passatempo da fare insieme, ma soprattutto un modo per dimostrare a papà che nulla della sua indole e provenienza sarebbe svanito in lui. La montagna batteva nel cuore di entrambi ed entrambi ne erano felicemente consapevoli.Tutto, giorno dopo giorno, era stato serenamente tramandato al suo Moreno, che ormai percorreva da solo il proprio cammino. Questo significò per Giovanni tranquillità e appagamento, oltre alla possibilità di dedicarsi a viaggi indimenticabili con la moglie, dalla Sicilia alla Thailandia. Momenti meravigliosi e spensierati che rimarranno indelebili nel cuore di Rosanna.Giovanni verrà per sempre ricordato per il suo impegno nell’associazione “Bellunesi nel Mondo”, con cui per tanti anni cucinò la sua impareggiabile polenta alla festa annuale di Töss. Chi più lo frequentava, lo ricorderà chino nel suo orto al Reitplatz, sua grande passione, alla quale si dedicava con estrema cura e attenzione e che negli ultimi anni della malattia diventò motivo di reazione e perseveranza. L’amore per la sua Rosanna e l’adorazione per il suo Moreno sono stati per lui gli scopi più importanti, le sue forze più sicure e le sue armi più grandi.L’onestà, la rettitudine e l’umiltà con cui ha saputo affrontare i dolori, le fatiche, i sacrifici e i traguardi di una vita lo rendono degno di un grande ricordo, che chi lo ha conosciuto porterà in sé per sempre. Emigrante, lavoratore, amico, fratello, marito e padre… ogni ruolo vissuto in nome di una grande parola chiamata dignità.

Ci vuole coraggio!

È davanti a me. È un giovane medico. Dal camice bianco aperto si scorge la maglietta verde tipica dei chirurghi, dal taschino laterale pende la tessera dell’ospedale con la fotografia e il suo nome. Lo leggo, è slavo, forse croato… non lo so. Mi sta spiegando delle cose mediche. Parla in tedesco, ma non è facile per lui. Si sente il “combattimento” grammaticale in corso tra la sua lingua madre e la cosiddetta “lingua di Goethe”. È comunque una persona razionale, abituata a mettere in ordine i concetti e così, non appena si accorge di aver fatto un errore, si autocorregge, spesso con successo. Non è facile esprimersi in una lingua straniera spiegando cose difficili e pensare contemporaneamente alla correttezza formale della grammatica.

A un certo punto il medico pronuncia all’italiana una serie di parole tecniche latine comunque facili da capire. Intuisco che conosce anche la mia lingua… forse meglio del tedesco. Gli faccio notare, in tedesco, che, se desidera, può parlare con me in italiano. Il giovane medico mi guarda sorpreso per la mia offerta e con un sorriso mi dice che ha studiato anche in Italia. Lavora nella Svizzera tedesca da un paio di anni. Mi ringrazia ma preferisce continuare a parlare in tedesco perché deve ancora imparare a usare efficacemente questa lingua. Alla fine, le sue spiegazioni sono molto chiare e il suo tedesco è più che accettabile.

Questo episodio mi ha fatto pensare a quante volte mi sono trovato nella stessa situazione di questo medico. Da anni, infatti, lavoro usando una lingua straniera imparata da giovane adulto. Nel corso degli anni questa lingua da “straniera” si è trasformata quasi in una seconda lingua affettivamente importante. Ma sono anche consapevole che il tedesco non potrà mai diventare per me una nuova lingua materna. Una lingua matrigna, forse sì… che può essere anche “crudele” con i suoi trabocchetti lessicali e grammaticali. Quando si utilizza una lingua straniera si tende a essere più vulnerabili rispetto a quando si usa la propria lingua. Certe volte ci si sente perfino “nudi”, inadeguati, dal punto di vista comunicativo.

Ci vuole coraggio a esporsi linguisticamente con il rischio di essere continuamente giudicati dagli altri per il proprio accento non perfetto oppure per qualche errore. Devo dire di essere stato piuttosto fortunato in questo perché le persone che frequentano i miei corsi di linguistica interculturale in tedesco sono sempre disponibili ad ascoltarmi… nonostante tutto.

Da docente di italiano per adulti ho conosciuto persone che non avevano paura di esporsi e provavano a parlare con me anche se facevano errori grammaticali di ogni tipo e altre persone che, invece, erano terrorizzate dall’idea di non poter parlare “perfettamente” e, quindi, preferivano restare zitte per evitare di commettere errori. Quest’ultima soluzione non è sicuramente il principale obiettivo pedagogico dell’insegnamento/apprendimento delle lingue straniere.

Secondo me l’atteggiamento del docente è fondamentale. Basterebbe che si mettesse nei panni del suo interlocutore. L’apertura e il rispetto reciproco favoriscono il dialogo. La pedanteria e l’intolleranza, invece, impediscono qualsiasi comunicazione… non solo a scuola. Ecco, ci vorrebbe un po’ di coraggio in più da parte di tutti nell’essere disponibili a mettersi linguisticamente in gioco anche accettando le inevitabili imperfezioni proprie e degli altri.

Raffaele De Rosa

114. Storie emigrazione bellunese. Giovanni Andreani e Angela Prade emigrati in Brasile

Giovanni Andreani nacque nel 1870 a Valmorel. Era figlio di Angelo e Antonia De Bona. Angela Prade – in Brasile chiamata “nonna Andoleta” – nacque invece a Castion il 18 ottobre 1873, figlia di Francesco e Maria De Dea.Quando con i genitori attraversarono l’Atlantico per arrivare in Brasile su una nave carica di immigrati, Giovanni e Angela erano bambini di dodici e quattordici anni. Sbarcarono a Florianopolis, Santa Catarina, e da qui le famiglie furono dirette a Guaricanas, all’epoca colonia di Blumenau. Il padre di Angela prese possesso del lotto n. 183, sulla riva sinistra del fiume Itajaí Açú; quello di Giovanni del lotto n. 26. Nel 1895 Giovanni e Angela si sposarono.Nel corso degli anni Giovanni decise di acquistare un lotto coloniale situato dove oggi si trova il comune di Rio do Sul, nel luogo conosciuto come Valada Itoupava. Le strade erano precarie e dovette farsi largo in mezzo alla foresta per preparare il terreno alla coltivazione e costruire una nuova dimora. In uno dei suoi viaggi si ammalò e morì, lasciando Angela vedova con sei giovani figli: Maria Antonia di dodici anni, Pierina di dieci, Giovanni di sette, Anna di cinque, Amabile di tre e Palmira di due.Dopo essere rimasta senza marito, “nonna Andoleta” diede grande dimostrazione di forza e coraggio. Le difficoltà erano tante: vedova, contadina, con bimbi piccoli e per lo più femmine. Il peso era davvero grande, tanto più che la terra di cui disponeva era poco fertile e difficile da coltivare, e l’area attorno era densamente abitata da indigeni, che i coloni chiamavano “selvaggi”. I conflitti non erano rari, anche se Angela ebbe sempre con gli indiani un contatto pacifico. Inizialmente vennero di notte, per spiare attraverso le fessure delle tavole di cui era fatta la casa. Angela sparò alcuni colpi con una vecchia pistola a canna che apparteneva a Giovanni e gli indiani si allontanarono. Ma in seguito fecero ritorno e Angela notò che quando arrivavano di notte raschiavano la polenta rimasta nel paiolo appeso fuori. Allora cominciò a lasciare porzioni più abbondanti di polenta, così che i suoi visitatori notturni potessero dilettarsi. Probabilmente questo gesto le guadagnò una certa simpatia tra gli Indios. La figlia Anna ricordava che quando erano nei campi, ai margini del bosco, era molto comune sentire le voci degli indiani pronunciare perfettamente i nomi di tutti i membri della famiglia.Stancatasi del terreno sterile dei Guaricani, Angela andò a Rio do Sul per tentare la fortuna sulla terra che suo marito Giovanni aveva acquistato poco prima di morire. Partiti su un carro seguendo le rive del Rio Itajaí Açú, attraversaromo il fiume e portarono tutto nella nuova proprietà.Come è noto, gli immigrati furono di fatto lasciati al proprio destino, senza protezione e attenzione da parte delle autorità, per le quali erano come inesistenti. Non fu facile. Dopo aver attraversato tutte queste vicende, Angela Prade terminò il suo eroico viaggio di vita il 27 agosto 1948. Aveva 74 anni.

Paolo Sebben premiato al “Prosperity Award”

Nel 2018 il “Prosperity Award” è stato attribuito all’ing. Paolo Sebben (a destra nel riquadro) che, nato e cresciuto in Svizzera, ha le sue origini a Fonzaso dove attualmente vivono i genitori Gianluigi e Maria dopo il rientro.
Ogni anno un’organizzazione privata che si dedica alla prosperità onora una personalità che ha contribuito al beneficio della società.

Il premio gli è stato attribuito per i suoi meriti nel creare infrastrutture essenziali, per il suo coinvolgimento nel campo delle “Smart Cities” e per la passione con cui si impegna nelle giovani startup.
Per dare un breve esempio a chi è stato attribuito questo riconoscimento segnalo: Depack Chopra premio Nobel per la fisica nel 1998; Fabian Cancellara recente grande campione di ciclismo, pure lui figlio di emigranti lucani; Bertrand Picard psichiatra ed aviatore svizzero che ha fatto il giro del mondo due volte: in mongolfiera e su un aereo ad energia solare. Il grande merito di Paolo Sebben è stata la diffusione ed utilizzo delle fibre ottiche a banda larga che consentono innumerevoli utilizzi usando strutture già esistenti. Paolo è stato una persona chiave nel creare e mobilizzare il movimento che ha poi spinto gli investimenti in questi sistemi importanti. Le reti di infrastrutture già esistenti, vedi: tubi che contengono cavi elettrici, svolgono un ruolo essenziale nello sviluppo futuro delle “città intelligenti e digitali”, per il cui incremento Paolo e il suo team  stanno spingendo. Oltre  al suo ruolo nella trasformazione digitale, l’infrastruttura ha già dato un forte impulso al mercato delle telecomunicazioni. Allo stesso prezzo, i clienti privati ora ottengono un accesso ad Internet che è incredibilmente da mille a diecimila volte più potente di tutto quello che era disponibile solamente poco tempo fa. L’impegno di Paolo nella realizzazione delle “Smart Cities” non riguarda certo solo la Svizzera, ma comprende anche l’Europa e si spinge fino in Qatar. Oggi, oltre alla primaria attività, è titolare di una sua azienda con la quale si occupa appunto di trasformazione delle città tradizionali in “Smart Cities”, Paolo Sebben si occupa in qualità di mentore nella formazione di giovani “Startup”, magari entrando nel cda delle stesse. Mettere a disposizione la sua esperienza affinché questi giovani possano prosperare e progredire nello sviluppo delle loro proposte, è la sua soddisfazione. Ulteriormente, fa parte come Advisor di un fondo che è rivolto appunto alle “ Startup”. Paolo guarda molto avanti e specialmente come avrete capito verso i giovani; e questo, naturalmente, ha ulteriormente contribuito all’assegnazione del premio. Ci sarebbero molte altre cose da scrivere ma lo spazio mi è nemico. Ad ogni modo caro Ingegnere, oltre che per essere partecipe di Bellunoradici.net, ti ringrazio a nome di tutti noi Fonzasini e spero Bellunesi per il lustro che ancora una volta ci hai dato.

Gianluigi Bazzocco

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