380. Emigrazione bellunese. La storia di Giacomo Alpagotti

Sono tante le storie dei nostri emigranti bellunesi. Oggi riportiamo una delle tante esperienze di vita di Giacomo Alpagotti.

«Noi che eravamo effettivi alla base di Brass Terminal dovevamo spesso intervenire per riparazioni nelle varie flow station della società. Si trattava quasi sempre di emergenze e anche quella mattina, con un preavviso di un’ora, ci dissero che dovevamo attivarci con la massima urgenza. Un elicottero ci avrebbe prelevati e portati a Clough Creek. Poi, il giorno dopo, visto che era domenica e non c’erano elicotteri, ci saremmo mossi via fiume con il motoscafo fino a Benny Boye. Come di consueto, eravamo io e l’amico Fittaroli.Lungo la rotta del nostro volo, il delta del Niger sembrava una palude immensa e abbondante, dove qua e là comparivano dei villaggi e, in mezzo alle foreste di mangrovie, spuntava qualche capanna. Arrivati a Clough Creek, ci sbarcarono in tutta fretta, ci consegnarono la nostra borsa e ci indicarono la piattaforma in cui ci aspettava il problema da risolvere.Passò circa una mezzora prima che riuscissimo ad arrivare ai generatori. Riparammo il guasto e a mezzogiorno, per quanto ci riguardava, il nostro lavoro era concluso. Convinti di ripartire nell’immediato pomeriggio per Benny Boye, constatammo invece che il Sea truck che doveva essere a nostra disposizione non era ancora arrivato. Anzi, non era neppure partito e probabilmente sarebbe arrivato il giorno dopo. Ci mettemmo il cuore in pace, tanto ormai eravamo abituati a questi contrattempi.Finalmente, nella tarda mattinata del giorno seguente, il nostro motoscafo arrivò. Chiedemmo al capitano se saremmo riusciti ad arrivare a Benny Boye prima del buio. Sapevamo, infatti, che viaggiare sul fiume di notte poteva essere molto pericoloso. Il capitano ci rispose affermativamente e ci fidammo.Partimmo prima del previsto e dopo un paio d’ore giungemmo all’entrata dello Swake River. Tutto sembrava procedere al meglio, senonché dopo qualche minuto di navigazione trovammo la via sbarrata da un’interminabile scia di tronchi. Tentammo in tutti i modi di superarli, ma quando rischiammo di restare bloccati decidemmo di svincolarci e giungemmo in un canale più largo. Dovevamo decidere se continuare o fare ritorno al punto di partenza. Il capitano disse che era meglio proseguire e, di nuovo, ci fidammo.Il tempo passava e i canali si facevano via via sempre più stretti. Stava calando l’oscurità, di lì a poco si sarebbe fatta notte e noi non eravamo provvisti di alcun lume. Privi di visuale, navigavamo completamente al buio, in una situazione molto pericolosa. In quel tratto non c’erano villaggi e se fossimo naufragati nessuno se ne sarebbe accorto. Con questi pensieri in testa e con qualche preghiera avanzammo cercando di intuire la nostra posizione. Il capitano disse che secondo lui eravamo vicini all’entrata del grande canale che porta alla città di Warri, dunque in prossimità della meta. In una mezz’ora che sembrò eterna il motoscafo fece il suo ingresso nel canale più grande, dove nonostante l’oscurità potevamo comunque intravvedere qualcosa.Dopo un’ora cominciarono finalmente a spuntare le luci della piccola insenatura in cui sorgeva il campo di Benny Boye. Ormai erano le dieci, ma per fortuna era andato tutto bene e un’altra odissea era finita».

“Nino Belgio” al secolo Andrighetti Giacomo (Dall’emigrazione alla viticoltura)

Una storia come probabilmente tante altre con la differenza che a raccontarla è una persona di oramai novant’anni e con estrema lucidità. Io l’ho ascoltato.

Nasce il  12/06/1928    a    Fonzaso     da Beniamino e Pescador Giovanna

Scuole elementari, anche altro? Nel ’33 vengo portato per la prima volta in Belgio a Charleroy dove mio padre già lavora in miniera e vi resterà per oltre 30 anni fino alla pensione. Lì frequento le prime due classi elementari. A causa della guerra rientro in Italia con la mamma e i miei quattro fratelli nel 1940 e completo le elementari.

Situazione famigliare (povertà?): gli anni  della mia  infanzia e pubertà sono a cavallo tra una guerra appena finita e una che va ad incominciare. la famiglia non è propriamente povera, ha la possibilità di avere una mucca e di allevare un maiale. Latte, formaggio ,lardo e quanto dà il maiale rendono la durezza della guerra meno sentita. In ogni caso non è facile, pur con qualche risparmio del papà.

Inizia lavorare: compio 18 anni in Belgio, nel maggio del 1946, dove ero ritornato assieme alla mamma. Siamo i primi Fonzasini a partire per l’estero nel immediato dopoguerra. Comincio a lavorare subito come manovale edile prima e successivamente muratore. Cambio poi in piastrellista e posatore marmi. Avendo frequentato da giovanissimo le scuole anche in Belgio, parlo correntemente la lingua locale per cui sono sempre rispettato e mi trovo dunque sufficientemente bene. Naturalmente qualche denigratore c’è sempre. Da non dimenticare, la costante presenza della famiglia. Ho anche la passione del ciclismo e ci provo, ma dopo due anni mi convinco che non è la mia strada.

Ad un certo punto decidi di sposarti: dopo diversi anni di duro lavoro, nel frattempo avevo cominciato a lavorare in proprio (a fare l’artigiano),  sempre come piastrellista e posatore, decido di fare il gran salto certamente d’accordo con quella che sarà mia moglie. Per conoscerla furono fondamentali le visite annuali al paesello natio. Così dai oggi, che provo domani, la cosa divenne seria e nel 1963 la grande decisione: Nino, come era chiamato, impalma la sua Vittoria Corso.

Poi Belgio o altro?: non ho mai pensato di cambiare Stato anche se allettato. Oramai conoscevo troppo bene il Belgio per avventurarmi in qualcosa di sconosciuto. Ritorno dunque con la moglie Vittoria e nel ’65 il primo, nel ’68 il secondo nascono i miei figli.

Per quanto tempo rimani ancora?: rimango fino al 1970 poi, un po’ stanco e molto perché sentivo che anche da noi il lavoro non mancava, faccio le valige al contrario.

Cosa ti ha convinto a tornare?: come già detto le voci positive ma più di tutto mia moglie Vittoria con la quale il comune accordo su cosa fosse meglio per i figli, che erano oramai in età scolare, ci spinse a decidere se rimanere ancora a lungo o rientrare. Un po’ di nostalgia e il fatto di aver nel frattempo comperato casa e bisognava ristrutturala un po,’ per portarci la famiglia, fecero il resto e rimpatriammo.

Cosa trovi?: un momento di grande fermento. Molti pensavano di rientrare e quindi si ristrutturavano case o se ne costruivano di nuove. Bastava avere spalle forti.

Quindi ritorni e….lavoro: i primi due anni li ho fatti in una ditta qui vicino a casa, poi ho intrapreso la via dell’artigiano come in Belgio. Devo dire che, per fortuna o forse anche un po’ di bravura il lavoro non mi è mai mancato ed anche ben retribuito, fino alla pensione.

Raccontami la passione per le viti: e le api. Seguivo le une e le altre prima e dopo la giornata lavorativa. Era come se fosse una seconda.

Ricordi l’ARPAV?: certo che si. Nella mia vigna qui vicino casa avevano installato una centralina igrometrica per la misurazione dell’acqua piovana, l’umidità, la temperatura ed un’altra cosa che non ricordo. Era l’unica nel fonzasino.

Hai ancora le stesse viti (vitigni) ?, oggi tutti cercano i nuovi incalmi. Tu precursore?: ho ancora molti vecchi vitigni ma anche di nuovi che sono stato il primo a provare sui nostri terreni, ad esempio: chardonnay, cabernet, teroldego e pinot nero.

Che mi dici di nostrana, diretta, bianchetta, paialonga, bacò, clinton, seibel, Merlot e altre?: la diretta erano vitigni francesi, la paialonga  è stata da noi così chiamata ma avrebbe un altro nome: Franconia, le altre ci sono ancora e la bianchetta è la più importante assieme alla Pavana detta anche: nostrana nera.

Cosa ti senti di dire ai giovani di oggi?: imparare un mestiere appena possibile, sacrificarsi e se c’è la volontà non tralasciare lo studio.

Consiglieresti un breve espatrio formativo e poi il rientro?: vista l’esperienza lo escludo, se si impegnano con costanza.

I nipoti come vedono il nonno: stanco, vivace o rompi anime?: nonostante l’età vivace, quanto a “rompi”: no!!, per niente! Non ficco il naso nelle cose loro. Bastano i genitori.

La vite la tua vera passione. Che senso ti da vedere “ i loc” così abbandonati?: sto molto male, è brutto vederli ridotti così, tutto abbandonato. È una disperazione.

Se ne avessi le forze e la possibilità li riporteresti all’antico splendore?: SI !!

Gli anni sono tanti, rifaresti le stesse scelte? : non tutte. Non farei più tutto il lavoro del prima e dopo giornata, userei di più la testa. Una o due ore in cantiere mi rendevano molto di più.

Ecco, questo è il racconto della vita di un signore oggi oramai novantenne che ha speso il suo tempo tra l’estero senza veramente mai lamentarsi: con i genitori prima, con la sua famiglia in seguito e Italia poi. Non credo si debba parlare sempre di tribolazioni ma anche di positività, ci aiuta ad apprezzare maggiormente chi ha veramente sofferto.

Nino, buon compleanno e ancora lunga felicità con la tua famiglia.

Gianluigi Bazzocco

361. Storie di emigranti bellunesi. Italo Slongo, lavoratore in tutto il mondo

Sono sempre stato a lavorare in giro per il mondo, in tutto quasi 48 anni, nei quali ho avuto la  fortuna di vedere posti bellissimi. Conclusa la scuola media, mi sono diplomato ad un corso edile, ed è stata una cosa molto utile per la mia carriera futura. Dopodiché ho cominciato a cercare lavoro. Fin dall’inizio l’idea era quella di andare all’estero. Ho iniziato la mia vita da emigrante quando nel 1964 sono andato a lavorare in Svizzera per la costruzione del Belchen Tunnel. Sono partito, come tutti, per andare a prendere un po’ di soldi in più. Ero il primo della mia famiglia che intraprendeva questa strada. Dopo la Svizzera, un mio compaesano mi ha chiesto se volevo andare in Africa e io gli ho risposto: “Subito, anche senza valigia”. Così, nel 1965 sono andato in Nigeria con l’Impregilo, per la costruzione della diga di Kainji, sul Niger (nella foto). Lì ho vissuto anche parte della guerra civile che era scoppiata in quel periodo. È stata una cosa tremenda. Si vedevano morti, feriti, ambulanze che raccoglievano gente massacrata. A noi non è successo mai nulla, non ci sentivamo in pericolo. Abbiamo aiutato i medici, gli infermieri, cercando di dare una mano. Ricordo perfettamente il primo impatto con l’Africa. Quando sono sceso dall’aereo, aveva appena smesso di piovere. L’odore che c’era nell’aria era una cosa che non avevo mai sentito prima, e lo ricordo ancora oggi. Con la gente del luogo si lavorava bene, pian piano hanno imparato il lavoro e non ho mai avuto nessun tipo di problema. Sono rimasto fino al ‘66, poi l’Impregilo mi ha mandato, con altri colleghi, alla Kaiser Engineering and Constructors, una compagnia americana, per lavorare alla diga di Guri, in Venezuela. Le condizioni di lavoro e di vita erano migliori, e anche in Venezuela mi sono sempre trovato bene. Nella mia lunga vita di lavoratore all’estero sono stato anche per un lungo periodo in Pakistan, dal ‘70 al ‘78, e poi in Ghana, Iraq, Turchia, Repubblica Dominicana, Cina, Lesotho, Etiopia e Myanmar, dove ho fatto l’ultimo lavoro, tra il 2010 e il 2013. Dopo tanti anni di questa vita, rientrare stabilmente in Italia è stata dura. Avrei ancora la voglia di partire, andare all’estero e lavorare. Se tornassi indietro rifarei tutto quello che ho fatto, non cambierei nulla. Tra i tanti posti meravigliosi che ho visto, alcuni in particolare mi sono rimasti nella memoria. La Nigeria, ad esempio. Appena arrivato ho preso un volo interno con un piccolo aereo che volava a 200-300 metri di altezza e si vedevano i branchi di animali che correvano. Era eccezionale. Un altro posto bellissimo è stato la Turchia. Istanbul era incredibile. Ci sono rimasto tre anni e non ho visto nemmeno la metà delle cose che c’erano da vedere. Lo stesso vale per la Cina, dove sarei rimasto volentieri anche a vivere. Tra l’altro, con la Cina ho un legame particolare, perché ho una figlia, che ora ha 20 anni, nata lì, a Panzhihua.

351. Storie di emigranti bellunesi. Maria Luigia Ferrandi, da Gosaldo a Sciaffusa, Svizzera

«Sono nata a Gosaldo nel 1928 e vent’anni dopo, nel ’48, sono emigrata a Sciaffusa. Per quattro anni ho lavorato in un bar, poi sono dovuta tornare qualche giorno a Gosaldo e successivamente sono ripartita per Hirzel, nel Canton Zurigo, per lavorare in una fabbrica. Dopo un anno a Hirzel sono tornata nuovamente per tre anni a Sciaffusa, lavorando sempre in bar e ristoranti. Ho vissuto per tre anni al Ristorante “Falkenburg” di Sciaffusa, dopodiché, a causa della chiusura, piangendo ho dovuto venire via e a malincuore tornare a Gosaldo. La mia padrona lì era come una mamma, mi ha sempre trattato benissimo.Nel ’60 mi sono sposata e dopo due anni sono andata ad Agrate, in Brianza, rimanendovi per cinque anni a lavorare in stireria. Successivamente mi sono trasferita a Milano come portinaia, assieme a mio marito, e questo è stato l’ultimo lavoro che ho fatto. A Milano sono rimasta fino a quando ho compiuto 60 anni. Nel 1988 mi sono ristabilita nel Bellunese. Adesso vivo tra Gosaldo e Belluno. D’estate a Gosaldo, d’inverno a Belluno. Mi piaceva molto quando ero in Svizzera, mi sono trovata sempre molto bene, tanto che ho pianto quando sono dovuta tornare in Italia. A Milano il mio lavoro era molto faticoso, ma nel complesso mi sono trovata bene anche lì, anche se sempre abbassando la testa, perché purtroppo bisogna comportarsi così per vivere tranquilli. Anche mio marito era di Gosaldo. Purtroppo è mancato dopo appena dieci giorni che da Milano eravamo tornati ad abitare a Gosaldo. Dopo tanti anni che sono stata assente, è stato comunque bello tornare al mio paese di origine».

334. Storie di emigranti bellunesi. Vittorio Brustolon. Sessanta stagioni in Germania

“Avevo quindici anni, andavo in cerca di frasche, cioè di bastoni per la crescita dei fagioli, erano i primi di giugno. Mi sedetti all’ombra di un cespuglio, mettendo la mano sull’erba fresca, era così fresca che vi appoggiai anche la guancia e mi fece così bene che mi adagiai. Ad un tratto sentii qualcosa scendere sulle guance e mi accorsi che stavo piangendo: perché? Stavo pensando: l’anno prossimo non sarò più qua! Difatti l’anno dopo, a metà di marzo, prendevo per la prima volta a Longarone il treno per Cremona; era l’anno 1948, l’anno che io da sempre conto come inizio della mia migrazione. A Cremona c’è, se non sbaglio, la più alta torre d’Italia. Appena ebbi occasione vi salii: volevo se era possibile vedere all’orizzonte un po’ di bianco, i monti. Guardai da tutti i lati, di monti niente; ci tornai più volte, ma quel che cercavo non lo vidi mai. Ai primi di settembre si mise a piovere, e dissi: la stagione è finita, presi la palla al volo e ritornai al mio amato paese. L’anno dopo però ritornai al paese dopo 19 mesi, perché avevo voluto fare qualcosa anche nei mesi invernali : andavo al mulino, e almeno mi guadagnavo da vivere e così fu anche per gli anni dopo. A 22 anni e 6 mesi andai militare, mi feci mettere autista, la patente l’avevo già, ma volevo imparare a fare il camionista. Pensavo: quando torno a casa avrò un lavoro, così rimarrò a Zoldo. All’inizio andavo bene, avevo un camion e trasportavo truppe, materiali, ma dopo poco ebbi un guasto al motore. Ero diciamo disoccupato, ma proprio in quei giorni l’autista del vice comandante del reggimento si ammalò e chiamarono me a sostituirlo. Alla fine della prima uscita, il ten. col. mi disse: da oggi sei a mia disposizione, e così fu il resto della naia. Provai più volte a farmi rimandare con il camion, niente da fare, tornai a casa sì con la patente, ma mi mancava la pratica. Così cercai di trovarmi un lavoro, ma senza troppa convinzione. A quei tempi, anno 1954, lo Zoldano era al culmine delle partenze per la Germania. Era stato aperto anche un ufficio di assunzioni in cui anch’io mi ero iscritto, ma era già marzo e ancora niente. Avevo deciso di tornare a Cremona, quando proprio in quei giorni mi chiesero se volevo andare a lavorare in Germania e così il 25 aprile 1955 partii per la Germania. “ Per una stagione si può provare”, ritornai dopo un’estate, un inverno e un’altra estate, e così via cosicché ora sono ormai 60 stagioni, da 23 anni sono ora 83. Cosa feci in questi sessant’anni? Misi su una gelateria, mi sposai, arrivarono due figli, due nipotine e ora due pronipoti, da questo lato si può essere più che contenti, dall’altro non è stato così soddisfacente. Dimenticavo: ora posso festeggiare anche i 55 anni di matrimonio. Colgo l’occasione di salutare parenti e amici tutti”.

280. Emigranti di ieri. Agapito Conz, la sua casa è diventata un museo

Il giornale brasiliano on line “O florence” ha dato notizia qualche settimana fa dell’inaugurazione a Flores de Cunha, nel Rio Grando do Sul, del museo dedicato alla famiglia Conz, originaria di Campel di Santa Giustina.Era il lontano dicembre 1881 quando Agapito Conz, classe 1842, lasciò il paese natio con la moglie Antonia De Gol e i loro figli Giobatta, Alfonso, Virginia e Rosalia per imbarcarsi a Genova sul vapore Colombo che li portò al di là dell’oceano nei primi giorni del nuovo anno. Si insediarono in un lotto della traversa Garibaldi, diventata in seguito il quartiere Videiras di Flores da Cunha. Qui Agapito, che oltre ai lavori nei campi sapeva lavorare il legno e costruire botti, si costruì una casetta di araucaria che fu però distrutta dopo solo un anno da una violenta tempesta. Decise allora di costruirsi una dimora più solida, la stessa che ospitò poi il figlio Tarsilio, il nipote Diogene e il bisnipote Orfeo, presente all’inaugurazione del marzo scorso, che vi visse nove anni, dagli otto ai diciassette. In realtà questa costruzione ospitava solo le camere da letto, perchè era molto comune che gli emigranti tenessero separati gli edifici che ospitavano la cucina e, appunto, le stanze per dormire. “Così io, quando pioveva, dovevo prendere l’ombrello se volevo andare a mangiare” ha ricordato Orfeo durante la cerimonia, nel corso della quale ha tenuto anche a sottolineare che il bisnonno Agapito fu  consigliere comunale per distretto di Nova Trento. Il museo, che si presenta con le caratteristiche di esposizione etnografica, ospita mobili e oggetti delle prime generazioni di emigranti: dispensa, letti, articoli per la casa, attrezzi per il lavoro di falegname, per quello agricolo e vinicolo, oltre ad una bellissima bibbia (nella foto).

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