280. Emigranti di ieri. Agapito Conz, la sua casa è diventata un museo

Il giornale brasiliano on line “O florence” ha dato notizia qualche settimana fa dell’inaugurazione a Flores de Cunha, nel Rio Grando do Sul, del museo dedicato alla famiglia Conz, originaria di Campel di Santa Giustina.Era il lontano dicembre 1881 quando Agapito Conz, classe 1842, lasciò il paese natio con la moglie Antonia De Gol e i loro figli Giobatta, Alfonso, Virginia e Rosalia per imbarcarsi a Genova sul vapore Colombo che li portò al di là dell’oceano nei primi giorni del nuovo anno. Si insediarono in un lotto della traversa Garibaldi, diventata in seguito il quartiere Videiras di Flores da Cunha. Qui Agapito, che oltre ai lavori nei campi sapeva lavorare il legno e costruire botti, si costruì una casetta di araucaria che fu però distrutta dopo solo un anno da una violenta tempesta. Decise allora di costruirsi una dimora più solida, la stessa che ospitò poi il figlio Tarsilio, il nipote Diogene e il bisnipote Orfeo, presente all’inaugurazione del marzo scorso, che vi visse nove anni, dagli otto ai diciassette. In realtà questa costruzione ospitava solo le camere da letto, perchè era molto comune che gli emigranti tenessero separati gli edifici che ospitavano la cucina e, appunto, le stanze per dormire. “Così io, quando pioveva, dovevo prendere l’ombrello se volevo andare a mangiare” ha ricordato Orfeo durante la cerimonia, nel corso della quale ha tenuto anche a sottolineare che il bisnonno Agapito fu  consigliere comunale per distretto di Nova Trento. Il museo, che si presenta con le caratteristiche di esposizione etnografica, ospita mobili e oggetti delle prime generazioni di emigranti: dispensa, letti, articoli per la casa, attrezzi per il lavoro di falegname, per quello agricolo e vinicolo, oltre ad una bellissima bibbia (nella foto).

272. Emigranti di ieri. Da Ushuaia nella Terra del Fuoco ad Auronzo sulle Dolomiti

Tanti anni fa, Elio Macchietto Della Rossa, saputo che mi stavo interessando di emigrazione, mi chiese di rintracciare sua sorella, emigrata in Argentina e della quale non aveva mai avuto notizie.Dalle ricerche negli archivi del Comune e della Parrocchia, consultando vari manoscritti, sono riuscito a ricostruire parte della loro storia.Luigia Macchietto Della Rossa nacque ad Auronzo il 12 settembre 1900, figlia di Giovanni e Paolina Zulian.Da ragazza si innamorò di Primo Frigo Orsolina, nato il 28 ottobre 1893. Si sposarono il 1° agosto 1922. Dal loro matrimonio, nacquero ad Auronzo sulle Dolomiti due bambine: Clelia (il 29 settembre 1923) e Flora (il 2 dicembre 1924). Nella guerra del 1915-18, Auronzo, Misurina, Monte Piana, le Tre Cime di Lavaredo e il Cristallo furono teatro di tremende battaglie che causarono migliaia e migliaia di morti . Le conseguenze della guerra furono terribili e sconvolsero completamente il vivere quotidiano degli abitanti e l’economia della Valle d’Ansiei.Negli anni successivi, la popolazione – gente laboriosa che aveva tratto il pane quotidiano perfino dalle nude rocce – si rese conto che neanche le Crode davano prodotti sufficienti per sfamare tutte le bocche. Gli uomini si ritrovavano nelle piazze di Villagrande e Villapiccola a discutere, a cercare insieme una via d’uscita dalla povertà, dalla fame. Quando la sera rientravano a casa, davanti agli occhi imploranti dei loro bambini con la pancia vuota, provavano vergogna e imbarazzo. E allora, in molti decisero a malincuore di lasciare le famiglie, le case, i boschi e le Crode delle Dolomiti per andare a spezzarsi la schiena nelle foreste della Pennsylvania, nello Stato di New York, nelle miniere di carbone del Michigan, della Virginia, del West Virginia e del Minnesota, nei campi assolati del Brasile, dell’Argentina e in seguito anche dell’Australia. Attraversarono l’oceano Atlantico stipati nei bastimenti carichi di gente, con gli occhi colmi di disperazione e di speranza per un futuro migliore.Anche Primo e Luigia decisero di partire, nonostante il parere contrario della famiglia di Luigia. Il 30 maggio del 1926, Primo si recò nell’ufficio di Liberale Frigo, rappresentante per il Cadore della Navigazione Italiana, per versare la somma di lire 1750 quale caparra per imbarcarsi il 17 giugno sulla nave “Giulio Cesare” diretta a Buenos Aires. A causa di problemi burocratici, furono costretti a ritardare la partenza. Si imbarcarono il 21 luglio 1926 sulla nave “Duca degli Abruzzi” e, dopo 19 giorni di navigazione, sbarcarono nel porto di Buenos Aires il 9 agosto 1926. Da Buenos Aires i due con le figlie Clelia (detta Kelita) e Flora, si trasferirono a Rio Quarto, dove già risiedevano dei conoscenti originari di Auronzo. Là nacquero altri tre figli: Noelia, il 10 giugno 1931, Carlos, il 21 marzo 1936, e un altro che purtroppo non sopravvisse alla nascita. Le famiglie rimaste ad Auronzo non ricevettero mai più loro notizie. Morto Elio, la figlia Renata, impiegata al Comune di Auronzo, mi chiese di proseguire nelle ricerche. Alla fine riuscii ad avere un contatto con Adriana Luna a Santa Fè, la figlia di Noelia Frigo Orsolina. I contatti si ampliarono, e questa primavera mi scrisse da Buenos Aires anche Liliana Anzaudo, la figlia di Flora. Lei si era recata ad Auronzo nel 1997 per cercare i parenti, senza riuscire ad avere alcuna notizia. Tornò a scrivermi il 2 giugno 2017, avvisandomi che Eduardo Luna, il figlio di Noelia, residente a Ushuaia, sarebbe venuto ad Auronzo con la moglie Susana, e mi chiedeva di incontrarlo ed aiutarlo ad incontrare i cugini. Nel frattempo, oltre alla famiglia Macchietto Della Rossa, ero riuscito a trovare anche i discendenti di Primo Frigo Orsolina. Tra questi, conoscevo molto bene Attilio, che da ragazzo avevo iniziato all’arrampicata. Con grande soddisfazione, dopo anni di ricerche, il 22 giugno 2017 sono riuscito a far incontrare la famiglia di Elio Macchietto Della Rossa con Eduardo, il nipote diretto di Luigia, e anche con Attilio Frigo Orsolina, il pronipote di Primo. Eduardo e Susana sono stati dapprima ricevuti nel municipio del Comune di Auronzo dalla Sindaca pro tempore. Qui hanno incontrato anche la cugina Renata, impiegata del Comune, che li ha condotti a casa a incontrare tutta la sua famiglia.Sono stati momenti molto intensi di commozione da ambo le parti. La sera stessa ho organizzato anche un incontro con Attilio, con grande soddisfazione di essere riuscito, ancora una volta, a riannodare contatti familiari che sembravano persi per sempre.

261. Emigranti di ieri. La storia della famiglia Tabacchi

Una storia di vita e di emigrazione, bella e dolorosa nello stesso tempo, è quella che ci racconta un ex emigrante, socio della Famiglia emigranti del Cadore: Angelo Tabacchi, classe 1940 di Sottocastello. «Quelle della mia vita – racconta per introdurre la sua storia – sono piccole e grandi traversie che segnano per sempre la quotidianità di una famiglia. Finiti gli studi all’Istituto Tecnico di Pieve di Cadore, mi trovai subito faccia a faccia con il lavoro vero in un cantiere quando emigrai nel Cantone Vallese, a Mattmark, dove rimasi dal 1957 al 1959. Su consiglio della mia famiglia, secondo la quale quel lavoro non era adatto a me, rientrai in Italia e iniziai a lavorare nel settore elettrico con la ditta Vascellari di Calalzo. Devo dire che il consiglio fu giusto, perché il nuovo lavoro mi piacque subito, anche grazie alle mansioni che mi vennero assegnate. Nel 1963 lavoravo a Longarone a un compito importante, che riuscii a completare appena venti giorni prima della frana del Monte Toc che travolse il paese. Mi andò bene, visto che lo sto raccontando, contrariamente a molti miei colleghi che furono travolti dalla piena. Per me fu ugualmente un brutto colpo. Due anni dopo, nel 1965, mi sposai con Giorgina Boccingher. Una bella giornata, in parte rovinata dalla notizia della tragedia di Mattmark, che si portò via molti miei paesani e amici. Un anno di vita tranquilla, attendendo la nascita del primo figlio, Matteo, venuto al mondo nel novembre 1966, proprio in concomitanza con la grave alluvione che stravolse il Cadore e il Bellunese. Un avvenimento duro e tragico per chi lavorava nel settore elettrico. Seguirono anni di vita tranquilla, rallegrati nell’aprile del 1976 dalla nascita del secondo figlio, Nevio. Una vita normale, con tante gioie in famiglia e in attesa di festeggiare le nozze d’oro, che ricorrevano nel settembre del 2015. Furono anni felici, nei quali la nostra famiglia visse facendo anche terminare la scuola ai due figli. Purtroppo, all’inizio di quell’anno mia moglie venne colpita da un tumore che si aggravò velocemente, tanto che a malapena riuscì a sopravvivere alla festa e morì il 31 dicembre. Fu un dolore immenso, l’amavo molto. Si era dimostrata veramente una madre di famiglia come avevo desiderato. Un dolore reso ancora più forte dal fatto che solo due mesi prima, il 28 ottobre, era morto anche mio fratello Giovanni. Ora vivo nella casa di famiglia a Sottocastello, sempre vicino ai miei figli Matteo e Nevio, che mi stanno dando tante soddisfazioni.

Bellunoradici.net. Questa è la storia di Matteo Bortolin

Bellunoradici.net è il socialnetwork dell’Associazione Bellunesi nel Mondo. Sta per raggiungere i 1000 iscritti, bellunesi residenti al di fuori della provincia di Belluno (Italia o estero) dalla prima alla quinta generazioni. Tra questi anche Matteo Bortolin, originario di Santa Giustina. Questa la sua storia.

Mi chiamo Matteo Bortolin, ho 38 anni, e le mie origini sono 100% bellunesi. Sono nato a Feltre e ho vissuto a Santa Giustina fino a all’età di trent’anni. Mi definisco un feltrino e sono orgoglioso di essere bellunese.

Per venticinque anni ho militato nella Plavis… che bei ricordi!

Per quanto riguarda il mio percordo formativo, dopo il diploma all’ITIS a Feltre, mi sono laureato all’Università degli Studi di Padova in Ingegneria informatica (laurea triennale) e, presso l’Università degli Studi di Reggio Emilia, in Marketing e Comunicazione (seconda laurea). Da sette anni vivo a Barcellona e prima ho vissuto un anno in Australia a Melbourne

Cosa ti ha spinto a emigrare? 

Lavoravo alla Clivet, una gran bella realtá feltrina, occupavo una bella posizione nell’ufficio marketing, tutto andava bene, però ero alla ricerca di qualcosa di più, avevo bisogno di stimoli nuovi, poi ero stanco del sistema italiano dove avanzi solo per conoscenze e la meritocrazia non esiste… vedevo gente stufa, senza futuro, non volevo arrivare nelle stesse condizioni. La crisi del 2009 anche ha fatto la sua parte, infatti ero preoccupato che se in Italia le cose non fossero andate bene avrei dovuto andare all’estero per cercare un lavoro e con l’inglese che avevo non avrei avuto molte chance. Per questo decisi di trasferirmi in Australia, che realmente mi ha cambiato la vita ed é iniziato questo bellissimo viaggio…

E perché hai scelto Barcellona?

Arrivai a Barcellona per una “chica” catalana, la mia attuale fidanzata. L’avevo conosciuta poco prima di partire per l’Australia ed era stato colpo di fulmine, quindi la prima cosa che ho fatto al ritorno dal continente australe è stato quello di prendere il primo volo in direzione Barcellona. Avevo invitato mia madre e mia zia per trascorrere il weekend e, con la scusa, presentai Alex alla mia famiglia; poi la domenica dissi a mia madre che io avevo fatto solo il biglietto di andata e che per il momento  rimanevo nella cittá Condal… quasi sviene dalla notizia… Da qui poi è partita la mia carriera, mi hanno chiamata in Seat (marca del gruppo Volkswagen, equivalente alla nostra Fiat per dimensioni e importanza), dove lavoravo in un progetto internzazionale di web marketing e web analytics; viaggiavo per tutta Europa ed ero in contatto con tutti i top player del mondo digital (google, facebook, youtube, yahoo, adobe, oracle, etc.). Da lì mi hanno chiamato per gestire il team di web marketing in Vueling, la compagnia aerea low cost che fa parte, con Iberia e British, di uno dei gruppi piú grandi al mondo dell’aviazione (IAG). Anche questa fu una esperienza stupenda, dove ho imparato moltissimo. Ho trascorso due anni stupendi, gestendo grandi progetti a livello internazionale e trasversali nel gruppo. Un giorno un head hunter mi chiamò e mi disse che mi voleva proporre per una posizione in Desigual (la terza azienda fashion più potente di Spagna) come global traffic acquisition manager. Non me lo sono fatto ripetere due volte e accettai la proposta, perché era proprio quello che volevo: fare un’esperienza nel settore della moda, ultima tappa prima di poter lanciare la mia azienda.

Appunto. Di cosa si occupa la tua azienda?

The Shearline  ambisce ad essere il primo marchio di denim made in Barcellona. Realmente non ce ne sono: mi piacerebbe creare qualcosa come la Diesel a Bassano.

L’azienda l’ho fondata con Alex, la mia fidanzata. Lei è stilista di moda e lavora in Mango (la seconda azienda di moda spagnola dietro solo a Zara). E’ responsabile della collezione denim di uno dei marchi del gruppo.

La nostra filosofia si basa nel creare capi senza tempo che durano per sempre, grazie a una qualità superiore; frutto dell’esperienza tessile locale e di una produzione sostenibile.

La prima collezione del marchio presenta una giacca in jeans oversize con l’interno in eco montone colorato. Abbiamo iniziato con questo capo perché ci potesse dare la possibilità di essere notati, visto che attualmente non c’è nessuna marca al mondo che fa un prodotto simile al nostro. Siamo riusciti a creare qualcosa di unico! Crediamo fermamente che l’esperienza tessile locale, e con il jeans in particolare, sia un elemento chiave per produrre capi che facciano innamorare. Vogliamo produrre denim di qualità e renderlo disponibile in tutto il mondo attraverso la vendita online dal nostro sito theshearline.com. Un canale attraverso cui le persone abbiano accesso a capi di qualità.  In un mondo di moda globalizzata, ci sono sempre più persone che cercano di differenziarsi, valutando anche quello che c’è dietro il prodotto che acquistano. Il ritmo che la moda ha raggiunto sta diventando insostenibile e il settore ne risente perché il consumatore è saturo. The Shearline ha l’obiettivo di creare collezioni capsula, con un numero limitato di capi, che trasmettano un senso di esclusività. The Shearline significa la linea del cambio, un significato che rispecchia molto la nostra identità: nel nostro piccolo vogliamo lanciare un messaggio per cambiare il sistema attuale della moda fast fashion, con il fine di creare un mondo migliore per noi e per le generazioni future, in quanto il sistema produttivo attuale non è sostenibile.

Vedi un tuo rientro a Belluno?

Magari! Sarebbe un sogno. Mi piacerebbe un giorno avere la possibilità di poter trascorrere una parte dell’anno a casa, dove c’è la mia famiglia e i miei piu grandi amici (le cose che attualmente mi mancano di piu!). Nel mio piano, se tutte le cose andranno bene, credo che non sia una cosa impossibile… vediamo; però ora rimane nel cassetto dei desideri. Mi piacerebbe tornare e contribuire  condividendo quello che ho imparato in questi anni girando il mondo e lavorando per grandi aziende multinazionali, per aiutare la nostra bellissima provincia a crescere soprattutto dal punto di vista turistico. Non ci rendiamo conto del potenziale delle nostre vallate, ogni volta che torno a casa mi soffermo cinque minuti in silenzio a guardare il Pizzocco ed ogni volta è come se fosse la prima volta… concludo sempre con un «Wooow… ma questo è il paradiso!»

Che cosa non funziona in Italia rispetto alla Spagna?

 

Dal punto di vista culturale sono due realtà molto similari. Io non ho avuto nessun problema ad ambientarmi: si mangia benissimo e il clima è stupendo. La politica più o meno funziona come da noi; probabilmente hanno mangiato meno che in Italia… La differenza sostanziale per me è che qui la gente crede in un futuro migliore; ha uno spirito più ottimista. Ogni volta che torno a casa sento sempre tutti che si lamentano, che le cose così non vanno e vedo gente sfiduciata, delusa e questo è molto triste perché potremmo essere il Paese più prospero e ricco al mondo. Non ci manca niente, invece ci facciamo male con le nostre stesse mani. Spero che un giorno questo cambi e che finalmente le cose cambino per il bene della gente!

Le tante storie di Giacomo Alpagotti

Al mattino mi venne detto che mi sarei dovuto recare a Tebidaba per la manutenzione di routine. Assieme a me ci sarebbe stato Christopher, il futuro caporeparto nigeriano, che mi venne affiancato per fare esperienza.

Io e Christopher ci conoscevamo da tanto tempo e tra noi c’era stima reciproca. Io lo apprezzavo per la sua umiltà e disponibilità, e lui ricambiava per le stesse ragioni. Inoltre, sapeva che in qualsiasi circostanza poteva contare sulle mie capacità.

Il viaggio da Brass a Tebidaba, quando tutto andava bene, durava circa quattro ore.Partimmo il giorno dopo verso le otto del mattino. Attraversammo un largo braccio del fiume Niger, uno dei tanti del suo delta e, giunti alla sponda opposta, ci inserimmo in uno dei piccoli canali. L’influenza della marea si faceva sentire, la navigazione lungo questi canali non era mai monotona. Finalmente arrivammo alla flow station di Tebidaba. Ormai era mezzogiorno passato e pensavamo che il cuoco ci avesse preparato il pranzo. Purtroppo, però, come succedeva spesso, era rimasto senza viveri. Conoscendo la situazione, avevamo portato la scorta per alcuni giorni. Sistemate le nostre cose negli alloggi, ci recammo all’impianto per farci un’idea di quanto lavoro ci sarebbe spettato. Ritornando verso la mensa Christopher mi fermò e mi disse: «Vedi quella donna con il contenitore dell’acqua che sta salendo sulla canoa? Mi sembra di conoscerla, assomiglia a una ragazza scomparsa dal mio villaggio due o tre anni fa. Probabile che mi sbagli e che semplicemente sia una che le assomiglia fortemente. Al villaggio i familiari la piangono come se fosse morta». Della cosa non parlammo più fino al mattino seguente, quando la donna venne ad attingere acqua al nostro rubinetto. Appena vide Christopher, con discrezione gli fece cenno di avvicinarsi. Gli disse chi era, e aggiunse che aveva paura, perché l’uomo con cui viveva era molto sospettoso. Se l’avesse vista parlare con qualcuno del campo l’avrebbe fatta fuori.

In fretta riempì la tanica dell’acqua e ritornò alla sua capanna. Nelle poche parole scambiate con Christopher, gli disse che era stata rapita e venduta, e lo pregò di aiutarla a scappare. Christopher venne da me e mi chiese consiglio su come farla fuggire. Riflettemmo un po’, poi decidemmo che sarebbe stato opportuno aspettare il giorno seguente. Nel frattempo, mettemmo al corrente della situazione il capitano responsabile dei trasporti, che saputo della situazione ci assicurò che avrebbe mandato quanto prima un Sea Truck per l’emergenza.

Ci raccomandammo con il comandante del motoscafo di non fermarsi in nessun posto fino al Brass terminal, là ci sarebbe stato il capitano ad attendere la passeggera.

Il motoscafo partì subito. Il più era fatto, ma rimanemmo in ansia ad aspettare la chiamata del capitano. Finalmente verso le due del pomeriggio ci chiamò, dicendoci che la donna era arrivata sana e salva. Il giorno seguente, a metà pomeriggio arrivò alla capanna il rapitore. Lo vedemmo cercare affannosamente la donna, non trovandola, caricò le sue cose sulla canoa, incendiò la capanna e partì sul delta del Niger.

Dissi a Christopher: «Tutto è bene quel che finisce bene».

03. Storie della community di Bellunoradici.net: Mattia Dal Borgo

Mattia Dal Borgo, nato nel 1990 a Belluno, è cresciuto a Quers in Alpago. Ha frequentato l’istituto tecnico industriale “G. Segato” a Belluno, con specializzazione meccanica. Dopo la maturità, nel 2009 si iscrive alla Facoltà di Ingegneria Meccanica all’Università degli Studi di Udine, sia per la Laurea Triennale (conseguita a luglio 2012) che per la Laurea Magistrale (conseguita a luglio 2014).Dopo la laurea si concede due mesi di tempo per scegliere al meglio il suo futuro, sebbene le proposte di lavoro iniziassero già a “fioccare”. Alla fine sceglie la migliore: ingegnere meccanico alla Deca Design di Deni De Cesero, a Belluno. Inizia a lavorare in Deca a fine settembre 2014. La Deca Design è uno studio tecnico di progettazione meccanica, specializzato in servizi di ingegneria per l’industria petrolifera e del gas (Oil & Gas); inoltre, progetta gru, sistemi di sollevamento, impianti automatici e macchine speciali operanti in tutto il mondo. In Deca Design ha l’opportunità di crescere e di imparare molto, grazie ad una collaborazione tra colleghi eccellenti e a un datore di lavoro che crea costantemente le migliori condizioni affinché i propri dipendenti possano esprimersi al meglio. L’anno seguente gli arriva una proposta insolita. Gli chiedono di concorrere per una prestigiosa borsa di studio europea per il dottorato di ricerca all’estero. Senza alcuna aspettativa fa domanda e viene assunto dall’Institute of Sound and Vibration Research (ISVR) della University of Southampton, nel sud Inghilterra. Dispiaciuto di lasciare la Deca Design, l’Alpago e Belluno, nel settembre 2015 parte per questa nuova avventura. Il suo progetto di ricerca è interamente finanziato dall’Unione Europea attraverso il programma Marie Sklodowska-Curie Actions che ha come scopo primario la formazione delle persone. Oltre alla pura ricerca, quindi, questo programma permette di acquisire una esperienza all’estero e di integrare la propria formazione con competenze o discipline che sono utili per la propria prospettiva di carriera. All’interno di questo programma è inserito il progetto ANTARES, di cui Mattia fa parte assieme ad altri 13 ricercatori dislocati in altre università ed aziende europee tra Olanda, Belgio, Germania, Spagna e Italia. Il suo lavoro consiste nella ricerca di soluzioni innovative per la riduzione delle vibrazioni in strutture meccaniche e civili. Una tecnologia che cha preso il nome di smart structures, ovvero: strutture intelligenti. Le applicazioni sono molte: dagli aeroplani agli elicotteri, alle strutture spaziali, alle imbarcazioni navali, ma anche ponti, stadi, grattacieli e abitazioni civili. Quali sono le difficoltà del territorio bellunese?Nella comunicazione. E’ un problema da noi che colpisce tutti i settori. La realtà del mondo in cui viviamo è questa: se vuoi vivere, devi respirare; se vuoi lavorare, devi parlare inglese (almeno). Non deve essere visto come un ostacolo, ma come un’opportunità di crescita. Imparare una nuova lingua non significa dire le cose in modo diverso, significa imparare a pensare in modo diverso. Per questo bisogna responsabilizzare di più le persone, ma bisogna anche offrire loro migliori strumenti e risorse.

Un suggerimento per potenziare la provincia di Belluno

Aprendo le porte a chi ha idee e volontà di investire sul territorio, magari ampliando l’offerta turistica, oppure dando vita a nuove attività. Ciò creerebbe più occupazione, anche giovanile. E’ importante sostenere le persone che dedicano il proprio tempo a servizio del territorio. Ci vogliono delle regole semplici e trasparenti (senza sorprese) per chi vuole investire.

Un giorno tornerai a Belluno?

Non posso giurartelo, ma ho tutta l’intenzione di farlo. Lì c’è la mia gioia, lì ci sono i miei amici, lì ci sono le mie montagne e lì sono le mie radici. Sono fiero di essere bellunese. Voglio che questa esperienza all’estero mi aiuti a crescere, a migliorare, per poi tornare a Belluno offrendo tutto ciò che ho imparato.

Cosa ti aspetti dall’Associazione Bellunesi nel Mondo?

Mi aspetto che mi tenga sempre informato sulle continue eccellenze, conquiste e iniziative del popolo bellunese. Mi faccia sentire appartenente ad una comunità che condivide tradizioni, valori e cultura ineguagliabili. E che non mi faccia mai sentire dimenticato.

Un messaggio ai politici

Credete nel Bellunese, portate investimenti a Belluno. Non ho mai visto nessuno che abbia gli stessi valori e che lavori con così tanta passione come i nostri conterranei. Siate ottimisti, propositivi, critici, ma costruttivi. La nostra gente non ha bisogno di politici che trasmettono sentimenti di vittimismo e di costanti lamentele, non portano a nulla. La gente ha bisogno di politici che si impegnano, che si danno da fare e propongono nuove idee

…. e uno ai giovani bellunesi 

Vorrei ripetere una frase di Madre Teresa di Calcutta “La vita è una sfida, affrontala”. Ognuno di noi ha una passione, un sogno, un desiderio. Bisogna rincorrerlo, bisogna provarci mettendoci tutta la volontà senza mai perdere la fiducia in noi stessi. Provate, sperimentate e createvi voi stessi il percorso di crescita che vi porterà al vostro obiettivo. Non c’è nessuno che lo farà per voi, ma non c’è nemmeno nessuno che vi possa negare di farlo.

 

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