65. A lezione con Adriano Ghedina. Ricercatore al telescopio Galileo di Tenerife e membro di Bellunoradici.net

Una giornata davvero intensa per il ricercatore bellunese Adriano Ghedina. Venerdì 22 febbraio lo ha visto protagonista al mattino al Liceo scientifico “Galilei” di Belluno per il taglio del nastro del nuovo osservatorio astronomico e, alla sera, all’Aula magna dell’Itis “Segato” per una lezione sui vent’anni del telescopio Galileo, presente a Tenerife, e di cui è responsabile. Un pubblico attento, composto per lo più da studenti ed ex studenti del “Galilei”, ha ascoltato la presentazione di Ghedina conclusasi anche con suggerimenti per chi volesse addentrarsi nel mondo dell’astronomia.

Numerosi gli interventi che si sono succeduti. Dal dirigente scolastico Salvatore Russotto allo storico preside del “Galilei” Carmelo Correnti; dal professor Enrico Salti, ideatore dell’osservatorio astronomico del Liceo Scientifico, a Oscar De Bona, presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo che ha ringraziato Ghedina per tenere alto l’onore della provincia di Belluno all’estero. Gli stessi alunni del Liceo hanno poi raccontato la loro diretta visita al telescopio Galileo di Tenerife, viaggio reso possibile grazie al supporto dello stesso Ghedina e dei professori Enrico Salti e Massimo Ottone.

64. Corso base di lingua e cultura brasiliana con Jordana

L’Associazione Bellunesi nel Mondo, in collaborazione con la Biblioteca delle migrazioni “Dino Buzzati”, organizza un corso base di lingua e cultura brasiliana. La docente sarà Jordana Marchioro Isotton, una giovane brasiliana oriunda bellunese. Il corso, della durata di 10 lezioni da due ore l’una, avrà inizio sabato 6 aprile e si terrà tutti i sabati dalle 9.00 alle 11.00 nella sala della Biblioteca delle migrazioni “Dino Buzzati” presente nella sede dell’Associazione Bellunesi nel Mondo in via Cavour 3 a Belluno (100 metri dalla stazione del treno).

Posti limitati. Per iscrizioni e maggiori informazioni: tel. 0437 941160 – info@bellunesinelmondo.it

Borgo Valbelluna? Mi piace

Val BellunaSergio De Costa è da molti anni residente a Marchin, in Belgio, paese della Vallonia ora gemellato con Mel, dove suo padre Virginio si recò a lavorare nel dopoguerra. Sergio è iscritto all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) e fino ad oggi ha sempre mantenuto la cittadinanza italiana. Sul nuovo comune della Sinistra Piave questo è il suo pensiero: «Da un punto di vista affettivo ho dei legami e dei ricordi con tutti e tre i comuni che oggi si sono fusi per dare vita al nuovo e più grande comune di Borgo Valbelluna. Mio padre ha vissuto la sua infanzia nel territorio di Trichiana dove i miei nonni facevano i contadini. Io sono della frazione di Bardies di Mel, dove ha origine la mia famiglia, vicinissima a Lentiai: bastava attraversare il ponte sul torrente Rimonta per cambiare comune. Pertanto posso dire che mi sento parte di questo vasto territorio che ora si è unito! In Belgio la fusione dei comuni  è vecchia di oltre quaranta anni. Il primo gennaio 1977 il Paese passò dai 2359 comuni di allora agli attuali 596. Probabilmente ora nella popolazione dei tre comuni della Sinistra Piave bellunese c’è un misto di sentimenti di soddisfazione e di paura di perdita di un’identità propria. Certamente ognuno ha i suoi diretti interessi nel proprio comune, ma io direi anche di più nella sua frazione e più precisamente nel suo quartiere che condivide con  famiglia e vicini. Non dobbiamo però rinchiuderci in noi stessi, perché allargare i nostri orizzonti ci porterà nuovi benefici! Mettere in comune l’acquisto di mezzi utili permetterà non solo di diminuire le spese, ma anche di liberare risorse per altri progetti. La nuova entità che ora si è creata è rappresentativa di una comunità più larga e di una popolazione più importante. Essa avrà più peso a livello provinciale e del territorio regionale. Penso comunque che la dinamica scaturirà sempre dalle iniziative locali e della creativita dei cittadini. Per tutto questo io ci credo e mi piace il nome Borgo Valbelluna!».

Sergio Cugnach

Il Viale delle lampade spente

Un paese di vedove. Dove la vita media – raccontava un reportage dell’Avvenire del 1971 – era al di sotto dei 45 anni. Dove su 1.500 abitanti c’erano 170 invalidi e 170 caduti sul lavoro. Dove l’unica alternativa alla povertà era fare le valigie e partire. A flagellare San Gregorio nelle Alpi tra gli anni ‘50 e ‘70 era l’emigrazione. In particolare l’emigrazione di chi lavorava in miniera e in galleria. «Un lavoro così esageratamente orribile, ma anche così virtualmente necessario, così invisibile, che siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene», lo definiva George Orwell. Un lavoro che, dopo anni di fatiche, umiliazioni, pericoli di incidenti sempre in agguato, regalava un nemico altrettanto invisibile, e altrettanto orribile: la silicosi, malattia polmonare che colpiva l’80% dei minatori e che toglieva loro il respiro, portandoli a morire a 50, 40, 30 anni. Una tragedia che ha colpito soprattutto San Gregorio, “capitale della silicosi”, simbolo di una piaga che non ha comunque risparmiato le altre parti del Bellunese, tanto che una statistica del 1969 testimonia come i silicotici fino al primo semestre di quell’anno fossero in provincia ben 3886, circa il 75 per cento dei casi accertati nel Triveneto. Un dramma la cui memoria è tenuta sempre viva dal “Viale delle lampade spente”, da cinquant’anni esatti monito per le nuove generazioni sul sacrificio di chi le ha precedute. Era infatti il gennaio del 1969 quando ai lati della strada sterrata che dal sagrato della chiesa conduceva al cimitero vennero posti centoventi cartelli con i nomi di altrettanti caduti sul lavoro. Per ognuno, un nastrino tricolore e una lampada da minatore spenta. Eccolo il Viale. È Giulio Gazzi, allora presidente del Circolo Acli di San Gregorio, ad avere l’intuizione, come ricorda il figlio Daniele nel libro San Gregorio nelle Alpi. 1950-2000. La trasformazione di un paese attraverso la vita di associazioni ed istituzioni. Storia e testimonianza (Agorà, 2017):

«In occasione della sua terza assemblea, l’Associazione emigranti bellunesi aveva manifestato il desiderio che l’onorevole Pedini, subentrato al senatore Giorgio Oliva al Sottosegretariato agli Esteri, potesse, visitando San Gregorio nelle Alpi, toccare con mano una realtà d’emigrazione. (…) Che fare? Le difficoltà non hanno mai scoraggiato mio padre, semmai lo hanno rinvigorito. Così è nata la “Via delle lampade spente”: sua l’idea, di tanti le braccia per realizzarla, non bisogna dimenticarlo».

Bisognerà però attendere i primi anni ‘90 per avere ufficialmente una via che ricordi i morti a causa del lavoro.

Dopo l’evento del ‘69, infatti, il viale – è ancora Daniele Gazzi a ricordarlo – «fu allestito almeno una seconda volta, sempre provvisoriamente, in occasione di qualche cerimonia, utilizzando però in via sperimentale delle sagome in panforte di un emigrante colto nell’atto di partire con la valigia, sulla cui superficie potevi leggere

Bortoluzzi Gelindo Infortunio galleria a Teramo nel 1939 a 29 anni».

Nel frattempo arriva il Monumento ai Caduti sul lavoro e in emigrazione, eretto nel 1985. Mentre il Viale non è ancora qualcosa di concreto, stabile. Rimane il frutto di iniziative transitorie, quasi estemporanee, ma l’idea iniziale è ben salda nella mente di Giulio Gazzi, e troverà piena realizzazione il 13 dicembre 1992, con l’inaugurazione ufficiale.

«Grazie all’aiuto del fratello Valerio, riuscì ad allestire per la terza volta, e questa volta definitivamente, il viale, con un percorso accorciato rispetto alle prove precedenti, limitato alla stradina cimiteriale. L’inaugurazione avvenne il 13 dicembre 1992, con il solito rito cerimoniale: autorità, messa, discorsi, banda (di Sedico), delegazione di minatori del Belgio. Punto e fine. Punto d’arrivo della liturgia civile del lavoro».

Simone Tormen

Imprese straniere. Nel bellunese sono 1.037

Quasi 49 mila, prevalentemente nei servizi e nell’industria. Sono le attività di lavoro autonomo-imprenditoriale condotte da lavoratori immigrati in Veneto a inizio 2018. Per la precisione 48.818, il 10% delle imprese registrate a livello regionale, con il Veneto che rappresenta la quinta realtà italiana per numero di aziende gestite da soggetti di origine straniera: l’8,3% del totale nazionale e il 40,8% nel Nord Est. I dati emergono dal Rapporto Immigrazione e Imprenditoria curato dal Centro Studi e Ricerche Idos nell’ambito del progetto “Voci di confine”, e testimoniano una rilevante crescita di aziende guidate da immigrati nel corso degli anni. Un aumento, dal 2012 al 2017, del 15,4%, che risalta ancora di più se paragonato al calo del 3,8% registrato dalle imprese guidate da italiani.

Si tratta per la maggior parte di aziende di piccole o piccolissime dimensioni. Circa 37 mila (36.793), infatti, gli stranieri titolari di una ditta individuale. Un ambito nel quale prevalgono i cinesi (il 15,5% del totale regionale), seguiti da rumeni (12,6%) e marocchini (10,9%). Di rilievo anche l’apporto di nigeriani (7,2%), albanesi (6,0%) e svizzeri (4,1%). Sul fronte territoriale, i principali poli di attività sono rappresentati dalle province di Verona (22,0%), Treviso (19,4%) e Padova (18,5%). Seguono Venezia (16,8%), Vicenza (15,1%), Rovigo (5,4%) e Belluno (2,8%).

A proposito di settori, il terziario assorbe più della metà delle imprese (54,4%), mentre l’industria e l’agricoltura si attestano rispettivamente al 40,6% e al 2,6%1. A livello di comparto, le attività riguardano principalmente il commercio (32,2%), l’edilizia (30,0%) e il manifatturiero (10,6%).

I dati delle provincia di Belluno 

Nel Bellunese, le imprese individuali gestite da stranieri sono in totale 1.037. I principali Paesi di nascita dei titolari sono: Svizzera (22,6%), Marocco (17,7%), Germania (9,2%), Cina (5,9%), Albania (4,4%), Francia (3,2%). Anche nella nostra provincia i rapporti tra settori ricalcano la situazione regionale (e nazionale). Le aziende nel terziario (servizi) costituiscono il 59,4% del totale, quelle nel secondario (industria) il 31,4%, quelle nel primario (agricoltura) il 6,9%2. Da notare come sia nell’agricoltura che nei servizi il nostro territorio raggiunga le percentuali più elevate a livello veneto3, mentre si piazza all’ultimo posto per quanto concerne l’industria.

Infine, dal punto di vista dei comparti, gli immigrati-imprenditori bellunesi operano soprattuto nel commercio (32,5%), nell’edilizia (24,5%) e in ambito ricettivo (alberghi/ristoranti 10,3%).

Simone Tormen

Solitudine e marginalità nel Terzo millennio… anche in provincia di Belluno

Il giorno in cui se ne è andato Giancarlo era, forse, fuori del calendario. Un giorno dimenticato, se nessuno si è accorto di lui; un giorno di fame e di freddo, al vedere come è stato ritrovato, dopo tanti giorni. Non era una persona insignificante Giancarlo, tutt’altro: aveva una mente acuta e uno sguardo a suo modo penetrante sul mondo, sulle persone e sulle cose. Ma nessuno si è accorto di lui, mentre lasciava questa vita in solitudine, in un contesto di grave degrado, alle porte della nostra città di Belluno. Zigmunt Bauman, il grande sociologo scomparso centenario qualche tempo fa, parlava di un sistema, il nostro, che finisce per creare vite di scarto: sono le vite di coloro che non stanno al passo di una società che si identifica con il mercato. Papa Francesco ha più volte usato la stessa espressione per definire le persone vittime dell’ingiustizia e dell’indifferenza. Nessuna persona dovrebbe mai diventare uno scarto: tanto alto è il disegno concepito dal Creatore per ogni essere umano e tanto nobile il destino al quale ciascuno è chiamato!

Solitudine e marginalità sono due facce della stessa medaglia: chi è solo finisce per essere marginale anche se non lo ha scelto. L’assenza o la labilità delle relazioni, infatti, espone all’insicurezza e spinge a rinchiudersi in una apparente autosufficienza, che il più delle volte è subita, più che cercata. E d’altra parte chi è ai margini è per definizione escluso dal tessuto sociale e finisce talvolta per accettare la solitudine come una sorta di meccanismo di difesa, come l’espressione di un giudizio di condanna nei confronti del mondo, ritenuto ostile o indifferente.

Sono tante le forme della solitudine e della marginalità! Ma, se vogliamo conservare l’essenza della nostra umanità, non possiamo consentire che siano considerate normali o accettabili. Chi è solo non trova alcun appiglio nel momento del bisogno: in condizioni di particolare fragilità o debolezza, può cadere senza far rumore, come le foglie al soffiare del vento. Contrastare la marginalità è possibile, ma è necessario combattere l’indifferenza, riscoprire il legame di fraternità che ci accomuna, riconoscere nel volto dell’altro l’appello ad un comune destino.

Francesco D’Alfonso diacono   

1
×
Ciao, come possiamo aiutarti?
Design by Alfred Team | Made with ♥ in WordPress