126. #stavoltavoto – Conversazioni sull’Europa. Un nuovo speciale di Radio ABM

Si avvicina il voto per il rinnovo del Parlamento europeo. È un appuntamento importante, l’assemblea di Strasburgo rappresenta l’unico Parlamento sovranazionale eletto direttamente dai cittadini. A tal proposito Radio ABM ha realizzato uno speciale, con la collaborazione della Fondazione “Montagna e Europa” Arnaldo Colleselli di Belluno. Verranno approfonditi il tema Europa, o meglio Unione europea, la sua ragion d’essere, le sue luci e i suoi punti deboli.
La prima puntata andrà in onda giovedì 25 aprile alle 2.00, 9.15 e 20.30 (ora locale italiana). Il primo ad essere intervistato sarà Maurizio Busatta, portavoce della Fondazione “Montagna e Europa”.
Radio Abm si può ascoltare dal seguente link: www.bellunesinelmondo.it/radio-abm o scaricando l’app RADIO ABM sul proprio smartphone o tablet.

Breve storia dell’alimentazione

Questa volta mi dedico a quello che era il mio intento iniziale. Quando si parla di storia bisognerebbe essere precisi con dati, date, luoghi, eccetera. Consentitemi ogni tanto qualche imprecisione, dimenticanza o altro che spero di non grande importanza non essendo io uno storico, anche se talvolta essi stessi non concordano. Per vivere bisogna alimentarsi. Questo è un assunto certo.

Quindi l’alimentazione comincia con l’apparizione sulla terra di animali in genere e l’uomo. La prima cosa che gli uni e l’altro imparano è pertanto la caccia fonte di sopravvivenza. Cacciare per i grandi animali, è più facile che per l’uomo. Gli uni sono immensi, mentre l’Australopithecus, forse il primo ominide, è decisamente piccolo al loro cospetto. Perciò si ritiene che fino a circa 100.000 anni fa egli potesse cibarsi probabilmente solo di animali già morti sottratti ad altri predatori. Sicuramente con asce composte da manici di legno e con la lama di pietra, così come le lance, non potevano avere successo contro i dinosauri. In seguito con l’evolversi delle specie l’uomo cominciò a trovare animali di dimensioni un po’ più ragionevoli e quindi mangiare il frutto della caccia: la carne fresca sempre cruda ed in seguito cotta. Il controllo del fuoco è, infatti, fatto risalire a quasi 400.000 anni fa (Paleolitico) con l’Homo erectus che se ne appropria vedendo bruciare un tronco colpito da un fulmine o da una colata di lava incandescente e comincia a controllare. Passano ancora qualche centinaia di migliaia di anni e si trovano animali ancora più piccoli come cervi, alci, cinghiali, lepri ed anche uccelli. Si è scoperto però che i cacciatori, i quali nel frattempo avevano incominciato ad utilizzare arco e frecce, non mangiavano solo carne ma anche cereali allo stato selvatico. Erano dunque cacciatori-raccoglitori. Vi domanderete come si è capito che mangiavano cereali; la risposta sta nella dentatura che era più consumata di prima quando si cibavano di sola carne e qualche radice, o fiore, oppure frutto. Ancora qualche migliaio di anni e l’uomo pian piano scopre la domesticazione sia di piante che di animali. Capisce che non è più necessario cacciare continuamente e, lentamente, diventa «stanziale».  Pianta e cura le specie selvatiche e addomestica animali da crescere per la carne e per il loro necessario aiuto nella coltivazione. Nasce così anche l’agricoltura. L’origine di tutto questo avviene nel vicino Medio Oriente denominato «mezzaluna fertile» che comprendeva la parte dell’Egitto sul delta del Nilo, il Mediterraneo dal delta fino a Cipro per piegare ed  arrivare poi a comprendere le valli del Tigri e dell’Eufrate (Mesopotamia) perciò: Assiri e Babilonesi per abbassarsi fino alle terre dei Sumeri ad Uruk. Ho fatto qualche passo lungo e molti corti per semplificare. Ci sono riuscito? Ditemelo voi. Sono visibilmente stanco. Dopo un tale sforzo mnemonico (che mi sia riuscito?) non mi resta che il divano. Buon riposo a tutti.

Dopo essermi ripreso, se vorrete, continuerò.

Gianluigi Bazzucco

La Pasqua nel mondo

Quando ero piccola e vivevo ad Aquisgrana, in Germania, aspettavo sempre con ansia la Pasqua. Un motivo era dettato dalla pagella, con il suo verdetto, perché terminava l’anno scolastico, ma l’altro, più importante, era dato dalle festività, religiose e popolari. La tradizione continua ancora: in ogni casa vengono allestiti coloratissimi angoli, con dei rami di cespugli vari, ai quali vengono appesi ovetti di legno, polistirolo o plastica colorati, campanellini e fiorellini che richiamano la primavera. Una tradizione che da un po’ di tempo sta prendendo piede anche da noi. Una delle attività più eccitanti, per noi bambini, era colorare le uova sode, le quali venivano immerse in scodelle con colori solubili in acqua bollente ed aceto, e, passato il tempo di posa, con cura venivano sollevati, per non lasciare segni! Ma non mancavano altri modi per decorare le uova, per esempio con matite e bastoncini di sostanze gelatinose apposite.

Queste stesse uova, durante gli incontri con le famiglie, venivano poi nascoste, se il tempo lo permetteva, in giardino, oppure nelle case, e i bambini venivano invitati a cercarle. Chi ne trovava di più, riceveva un piccolo presente (io ho una collezione di minuscoli porcellini di ottone, con un Pfenning, il centesimo portafortuna, infilato nella schiena). Ma, il regalo principe era l’”Osterhase”, il coniglietto di Pasqua. Stando alle statistiche, lo scorso anno, sono stati prodotti 126 milioni di coniglietti di cioccolato, superando in numero persino il “Nikolaus”, il piccolo Babbo Natale in cioccolato, un altro dolcetto culto, che in Germania e nei Paesi nordici rappresenta, in realtà, San Nicolò. Facendo ricerca su Internet, ho trovato queste altre usanze curiose: in certe regioni tedesche, le uova benedette vengono scaraventate contro le case, per proteggerle da fulmini e incendi; in Inghilterra le uova vengono fatte rotolare giù per strade in discesa, finché si rompono; in Svezia, i bambini travestiti, vanno di casa in casa e scambiano i loro disegni con dolcetti, mentre i finlandesi sono un po’ più violenti, poiché colpiscono la schiena degli amici con dei rami di betulla.

Nemmeno i bulgari scherzano, perché cercano di colpire gli amici con le uova sode: se ci riescono senza che le uova si rompano, avranno molta fortuna per l’anno a venire.

Irene Savaris

Ci vuole coraggio!

È davanti a me. È un giovane medico. Dal camice bianco aperto si scorge la maglietta verde tipica dei chirurghi, dal taschino laterale pende la tessera dell’ospedale con la fotografia e il suo nome. Lo leggo, è slavo, forse croato… non lo so. Mi sta spiegando delle cose mediche. Parla in tedesco, ma non è facile per lui. Si sente il “combattimento” grammaticale in corso tra la sua lingua madre e la cosiddetta “lingua di Goethe”. È comunque una persona razionale, abituata a mettere in ordine i concetti e così, non appena si accorge di aver fatto un errore, si autocorregge, spesso con successo. Non è facile esprimersi in una lingua straniera spiegando cose difficili e pensare contemporaneamente alla correttezza formale della grammatica.

A un certo punto il medico pronuncia all’italiana una serie di parole tecniche latine comunque facili da capire. Intuisco che conosce anche la mia lingua… forse meglio del tedesco. Gli faccio notare, in tedesco, che, se desidera, può parlare con me in italiano. Il giovane medico mi guarda sorpreso per la mia offerta e con un sorriso mi dice che ha studiato anche in Italia. Lavora nella Svizzera tedesca da un paio di anni. Mi ringrazia ma preferisce continuare a parlare in tedesco perché deve ancora imparare a usare efficacemente questa lingua. Alla fine, le sue spiegazioni sono molto chiare e il suo tedesco è più che accettabile.

Questo episodio mi ha fatto pensare a quante volte mi sono trovato nella stessa situazione di questo medico. Da anni, infatti, lavoro usando una lingua straniera imparata da giovane adulto. Nel corso degli anni questa lingua da “straniera” si è trasformata quasi in una seconda lingua affettivamente importante. Ma sono anche consapevole che il tedesco non potrà mai diventare per me una nuova lingua materna. Una lingua matrigna, forse sì… che può essere anche “crudele” con i suoi trabocchetti lessicali e grammaticali. Quando si utilizza una lingua straniera si tende a essere più vulnerabili rispetto a quando si usa la propria lingua. Certe volte ci si sente perfino “nudi”, inadeguati, dal punto di vista comunicativo.

Ci vuole coraggio a esporsi linguisticamente con il rischio di essere continuamente giudicati dagli altri per il proprio accento non perfetto oppure per qualche errore. Devo dire di essere stato piuttosto fortunato in questo perché le persone che frequentano i miei corsi di linguistica interculturale in tedesco sono sempre disponibili ad ascoltarmi… nonostante tutto.

Da docente di italiano per adulti ho conosciuto persone che non avevano paura di esporsi e provavano a parlare con me anche se facevano errori grammaticali di ogni tipo e altre persone che, invece, erano terrorizzate dall’idea di non poter parlare “perfettamente” e, quindi, preferivano restare zitte per evitare di commettere errori. Quest’ultima soluzione non è sicuramente il principale obiettivo pedagogico dell’insegnamento/apprendimento delle lingue straniere.

Secondo me l’atteggiamento del docente è fondamentale. Basterebbe che si mettesse nei panni del suo interlocutore. L’apertura e il rispetto reciproco favoriscono il dialogo. La pedanteria e l’intolleranza, invece, impediscono qualsiasi comunicazione… non solo a scuola. Ecco, ci vorrebbe un po’ di coraggio in più da parte di tutti nell’essere disponibili a mettersi linguisticamente in gioco anche accettando le inevitabili imperfezioni proprie e degli altri.

Raffaele De Rosa

Antonio Susin. Agusta, Ferrari e non solo…

Correva l’anno 1942, 14 di novembre e in quel di Fonzaso nasceva Antonio Susin che, mi sta raccontando, già da piccolo aveva idee piuttosto chiare. Questa la sua intervista.

Antonio cominciamo con gli studi. Beh, le cinque classi elementari, poi l’avviamento professionale a Feltre e, a seguire, la scuola per congegnatori meccanici sempre a Feltre presso l’istituto Rizzarda.

Quando inizi a lavorare e a quale specialità? A 17 anni sono a Monaco di Baviera assunto come tornitore dove rimango un anno. Poi cambio e vado in Svizzera, sempre come tornitore. Mi sposto poi nella Svizzera francese nel 1961 presso la ditta “Dixi” dove si costruivano macchine utensili.

Che tipo di macchine utensili? Facevamo macchine alesatrici di precisione. Erano usate in tutto il mondo, su  pezzi di altri produttori, per alesare sedi dei cuscinetti.

Su quali meccaniche in particolare? Su alcune componenti di motori di aereo e su prototipi di macchine,  sui motori e testate. Dopo circa un anno e mezzo chiedo e ottengo di essere mandato a fare montaggi all’estero. Il mio primo lavoro lo feci a Parigi.

E poi? Continuo montaggi e riparazioni in tutta Europa. Poi per tre anni fui mandato in USA alla Ford. Al rientro inizio il periplo del mondo: prima Canada, poi Unione Sovietica, Cina, India, Giappone e Brasile per citare i più rappresentativi e naturalmente Italia.

Questo per quanti anni? Fino al 1999, quando decido di tornare a casa iniziando però un’attività in proprio.

Parlami del tuo lavoro in proprio. Durante il lavoro da dipendente avevo montato macchine alesatrici di precisione in Agusta Elicotteri e in Ferrari. Una volta in proprio continuo con la messa a punto di questi macchinari. In Agusta Elicotteri, della parte meccanica, la trasmissione; in Ferrari finitura dei blocchi motore e testate di Formula 1.

Con chi avevi rapporti principalmente? In Ferrari così come in Agusta con le maestranze. Ma in Agusta avevo un ottimo rapporto anche con l’ing. Piola, il direttore, e con l’ing. Romiti. In Ferrari invece con l’ing. Lanzone. In queste realtà mettevo a punto pezzi che altri, causa la precisione delle tolleranze, non erano in grado di fare.

Qualcosa della vita privata. Mi sposo in dicembre 1967 con Jaqueline e dal matrimonio nascono due figlie: Florence e Paola.

Cosa diresti ai giovani? Studiare, studiare, studiare le lingue, cosa che pochi fanno e infine mettere passione ed impegno, il che significa sacrifici che verranno sicuramente ripagati.

Vuoi aggiungere qualcosa di non detto? Con un’espressione modesta quasi schiva mi dice: agli inizi degli anni ’60 ho contribuito alla costituzione della Famiglia Emigranti di Le Locle; aggiunge poi: sono stato insignito della Medaglia di Maestro del Lavoro a La Chaux de Fond dal console italiano per i 25 anni ininterrotti presso la stessa ditta. Nel 2017 ha chiuso l’attività. Grazie, Antonio per questa intervista e goditi il meritato riposo (?). Ogni tanto, però, il telefono squilla…

Europee 2019.In Germania le operazioni di voto per i rappresentanti italiani si svolgeranno venerdì 24 e sabato 25 maggio

Elezioni europee. In Germania le operazioni di voto per i rappresentanti italiani presso le sezioni elettorali istituite dalle Autorità diplomatico-consolari si svolgeranno venerdì 24 e sabato 25 maggio. Agli elettori iscritti all’Aire sarà spedito dal Ministero dell’Interno il certificato elettorale con indicati gli orari e la località della votazione. Tale certificato sarà spedito anche agli elettori italiani che si trovano temporaneamente in un Paese dell’Unione Europea per motivi di studio o lavoro, e ai loro familiari conviventi, che abbiano presentato apposita domanda entro il 7 marzo scorso.
Gli elettori che, entro il quinto giorno precedente quello della votazione, non avranno ricevuto al proprio domicilio il certificato elettorale, potranno farne richiesta al Capo dell’Ufficio consolare della circoscrizione di competenza.

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