Il mese di maggio e la stessa devozione mariana appaiono oggi, per una certa cultura, cose datate, da persone semplici o ingenue. Per questo mondo, che si reputa autosufficiente, non ha più senso il riferimento ad una figura materna che protegge e guida con sapienza nelle svolte della vita, assecondando il piano di Dio. Il mese di maggio può apparire così un relitto della cultura popolare o un affiorare nostalgico di memorie tenui. Peraltro è invece in crescita una spiritualità mariana legata all’esperienza dei pellegrinaggi, che non è riducibile alla tradizionale devozione popolare.In un contesto di crescente prestigio delle tecnologie, di comunicazione pervasiva, seppur dagli scarsi contenuti, di adultismo reclamato più che testimoniato,  la figura della Vergine di Nazareth entra come un profumo di primavera, che sorprende e allieta, segno di umanità vera toccata dalla trascendenza, come terra di fronte al cielo, aperta all’Infinito.A prima vista, in un tempo nel quale la genitorialità, pur rivendicata in tante forme, appare sempre più fragile nel confronto delle influenze, la Vergine Maria può apparire un po’ fuori moda. La sua dedizione totale alla volontà di Dio, la sua umiltà vera, che non disdegna l’assunzione di responsabilità, il suo pesar le parole, nei parchi resoconti dei Vangeli, parla di un modo diverso, ma vero, di toccare l’essenza  della vita: accade a chi ha il cuore aperto, disponibile alla presenza del Creatore, pronto a mettersi in gioco perché il suo progetto di salvezza per questa umanità possa realizzarsi.Ma poi, a ben guardare, che ne è del nostro avanzamento umano, civile, spirituale? La scienza e la tecnologia non fondano la speranza, dove le relazioni tra umani sono improntate all’egoismo  e all’indifferenza. Due immagini questi ultimi giorni di aprile ci lasciano impresse per  introdurci a maggio: la cattedrale di Notre Dame in fiamme e le stragi efferate dello Sri Lanka, con le centinaia di vittime prodotte dall’odio più cieco che si possa concepire. La prima ci riporta alla presenza di Dio tra gli uomini, non casualmente dedicata alla Madre del Signore, che con il suo sì ha aperto la via all’Incarnazione del Verbo. Non si tratta soltanto di valenza simbolica o emotiva, ma di un inconsapevole bisogno di sentirsi sotto lo sguardo benedicente di Dio. La seconda ci ripropone il mistero del male, non come indifferente azione del Fato, ma come possibilità di pervertimento totale di ciò che siamo, con il carico di perdizione e di sofferenza che esso comporta. Guardare a Maria di Nazareth apre alla speranza che il sogno di Dio sull’umanità possa ancora avverarsi.

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